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DOSSIER CARBONE

Abbiamo raccolto alcune notizie sulla riapertura delle miniere per l?estrazione del carbone nel Sulcis. Sull?argomento pochi si oppongono, anzi si sta facendo una campagna favorevole nei telegiornali locali illudendo i giovani disoccupati che si possa tornare ad una attività estrattiva di lungo periodo. Infatti pare siano arrivate alla Carbosulcis centinaia di richieste di assunzione mentre il contratto con l? Enel è per soli tre anni in attesa del metano algerino.

Solo alcune considerazioni.
Una politica energetica ben concepita dovrebbe innanzitutto pensare al risparmio energetico ad ogni livello, dalla grande industria al semplice cittadino, puntare ad un miglior rendimento degli impianti esistenti ed introdurre quote consistenti di produzione da fonti rinnovabili (quelle vere, non i famigerati CIP6).
Ma il problema alla base è il cosidetto sviluppo “aggettivato”, in questo caso “sostenibile”, che induce ancora a pensare che sia possibile uno sviluppo infinito con risorse finite.
Il carbone in questo senso non ha futuro, senza considerare i problemi dovuti alle emissioni ed alla scarsa qualità del nostro carbone, che, se non ricordiamo male, fu una delle cause che fecero terminare la produzione.

Ci chiediamo anche che senso ha investire risorse umane e finanziarie per un?industria che è già in concorrenza con il futuro arrivo del metano dall?Algeria o con il nuovo elettrodotto che consentirà lo scambio bidirezionale di energia con il continente (cosa che consentirebbe di far diventare la Sardegna un grande produttore di energia, per esempio eolica) e come si colloca questa attività estrattiva con il mantenimento degli accordi di Kyoto.
Certamente il costo dell?energia prodotta dal carbone è concorrenziale dal momento che dovrebbe usufruire delle agevolazioni date dal Cip6 come fonte di energia rinnovabile assimilata e dal fatto che non si computano i costi ambientali e sulla salute dei cittadini.

Inoltre, come potrete leggere negli articoli il tentativo è anche quello di far diventare le gallerie di estrazione del carbone il sito ideale per il contenimento di rifiuti tossici.

Si veda anche il Piano Energetico Regionale, che punta decisamente sulla produzione del carbone.

~ di Blog Admin on 10 Gennaio 2007. Tagged: ,

173 Risposte to “DOSSIER CARBONE”

  1. Greenpeace: Italia in ritardo nella lotta ai gas serra

    Roma, Italia, 29 Novembre 2006 – Italia sempre in ritardo nella lotta ai gas serra. Oggi la Commissione europea ha preso una decisione su 10 Piani Nazionali di Assegnazione delle quote di emissione di C02 per il rispetto del protocollo di Kyoto. I Paesi che hanno presentato in tempo i propri NAP per il periodo 2008-2012 sono Germania, Grecia, Irlanda, Lituania, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Slovacchia, Svezia e Gran Bretagna. La Commissione ha deciso di abbassare le quote dei dieci Paesi di circa il 7 per cento (65 milioni di tonnellate). Greenpeace plaude all’iniziativa, anche se ricorda che non sono stati fatti passi avanti nel modo in cui le quote vengono assegnate. Occorre fare in modo che chi inquina di più paghi di più.
    Tra i Paesi che devono ancora presentare un Piano anche l’Italia:
    «Così come nel 2005, siamo nuovamente in grave ritardo nella presentazione del Piano nazionale di assegnazione delle emissioni» afferma Francesco Tedesco di Greenpeace. «L’Italia ha già perso la possibilità di discutere la revisione del proprio Piano di assegnazione e, ancora una volta, dovrà subire passivamente le decisioni europee. La Commissione europea ha dimostrato oggi di essere fortemente intenzionata a perseguire gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. Il ministero dello Sviluppo economico e quello dell’Ambiente devono trovare un accordo sapendo che regali al carbone non se ne possono fare».

    Per Greenpeace il tentativo del ministro Bersani di permettere un aumento della quota di carbone nel settore termoelettrico è in aperta contraddizione con gli obiettivi di Kyoto e con la logica stessa del sistema europeo di commercio delle emissioni, che mira a incentivare l’innovazione tecnologica e a favorire lo sviluppo delle rinnovabili per abbattere le emissioni di gas serra.

  2. L’ALTRA VOCE, 05 Dicembre 2006
    Di nuovo il carbone, vent’anni dopo
    Ripreso il lavoro a Nuraxi Figus

    Arriva di nuovo il carbone dalla miniera di Nuraxi Figus. Dopo quasi vent’anni di blocco dei lavori, nei pozzi gestiti dalla Carbosulcis è ripresa l’attività estrattiva. Una data non casuale, quella di ieri, perché si festeggiava la protettrice dei minatori, Santa Barbara. Una giornata fondamentale, tanto per il valore simbolico quanto per quello economico.
    Fra un mese l’estrazione del carbone sarà a regime. C’è da onorare un contratto di tre anni con l’Enel per la fornitura di un milione di tonnellate di carbone necessarie alla produzione di energia: il minerale passerà dalle discenderie e dalle laverie direttamente alla centrale termoelettrica di Portovesme.
    «Siamo nel pieno della gara internazionale, con la privatizzazione della miniera e la costruzione di una centrale elettrica da 650-700 megawatt che dovrebbe risolvere il problema delle industrie energivore», ha sottolineato il direttore della Carbosulcis, Giuseppe Deriu, che ha anche ricordato le 500 persone che lavoreranno nella miniera. Fra gli addetti alla manuntenzione, una cinquantina ha raggiunto l’età pensionabile e lascerà il lavoro. Dopo di loro altri 100 operai lasceranno spazio a personale con nuove specializzazioni. Sono già stati assunti, inoltre, sedici tra nuovi ingegneri e tecnici, con contratti a tempo determinato (due anni). Le prossime assunzioni previste riguardano una quarantina di giovani sotto i trenta anni.
    «Il futuro del Sulcis difficilmente può prescindere dalla miniera e dalle produzioni delle materie prime», ha commentato il presidente della Regione Renato Soru. «Per questo cerchiamo di fare tutti gli sforzi possibili, tutti insieme, per difendere questo comparto industriale. Il riavvio dell’attività estrattiva oggi è un tratto di questo percorso: difendere la miniera ma anche la necessità di produrre energia a basso costo. L’energia del carbone, dopo quella nucleare, è quella con il minore costo possibile. E da gennaio le nostre industrie energivore avranno un prezzo accettabile dell’energia per portare avanti le loro produzioni».
    Grande soddisfazione anche per i nuovi posti di lavoro: «Il primo dicembre non ha coinciso con l’ennesima mobilitazione ma l’entrata di nuove persone nel processo produttivo. Qualcuno pensava che il carbone appartenesse al passato, che fosse una storia chiusa per sempre. Ma l’energia è attuale, è il futuro».
    Soru ha anche annunciato, per i prossimi giorni, un incontro con il commissario dell’Enea. Un appuntamento che avrà come argomento principale la Sotacarbo: «La società, che gestiamo in comune, ha avuto un ruolo importante nel promuovere la rinascita del progetto integrato carbone-centrale di produzione di energia: dovrà necessariamente avere un ruolo nello studiare nuove possibilità di utilizzo del carbone, compresa l’ipotesi dell’estrazione di idrogeno».

  3. Da GREENPEACE Italia:

    “Una scomoda verità: il ritorno al carbone allontana l’Italia da Kyoto
    14 Dicembre 2006
    In questo rapporto Greenpeace presenta alcune riflessioni sulle politiche per la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra in Italia, strette nella contraddizione degli obiettivi di Kyoto e dell’espansione del consumo di carbone. Nello specifico si affrontano poi le prospettive di crescita delle emissioni di CO2 da carbone, a partire dai progetti di sviluppo e conversione ? già in fase di attuazione o ancora solo ipotetici ? che intendono rilanciare il carbone a scala nazionale. Completa il quadro una appendice con gli impegni fissati dal Governo e del Parlamento in tema di politica energetica.

    L’Italia è inadempiente rispetto agli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra e le azioni in corso sono totalmente insufficienti a rispettare l’impegno assunto. L’unico strumento comunitario per intervenire sulle emissioni dei grandi impianti industriali è la Direttiva sull’Emission Trading (2003/87/CE). L’Italia sta forzando l’applicazione di questa Direttiva per far spazio al carbone, la fonte più sporca e con le maggiori emissioni specifiche di gas a effetto serra. L’applicazione della Direttiva in Italia tende a salvaguardare il carbone, vanificando il senso della norma, che vorrebbe invece introdurre un meccanismo di mercato per premiare le soluzioni più pulite ed efficienti. A questa situazione si aggiunge il forte ritardo accumulato nel raggiungimento degli obiettivi di sviluppo per le fonti rinnovabili, definiti dalla Direttiva europea 2001/77/CE.

    Se tutti i progetti in corso e le ipotesi di espansione del carbone venissero realizzate avremmo un aumento di oltre 40 MtCO2: un sostanziale raddoppio delle emissioni da carbone. Di quest’aumento potenziale l’80 per cento circa sarebbe attribuibile a ENEL, a cui già oggi è imputabile il 70 per cento delle emissioni relative a questa fonte per il settore termoelettrico. Il contributo del carbone copre attualmente circa il 17 per cento della produzione elettrica nazionale. Se questa quota salirà, le emissioni di gas serra cresceranno ulteriormente. Solo con i progetti di Civitavecchia e Porto Tolle il contributo del carbone salirà al 24 per cento circa.

    Greenpeace chiede al Governo italiano di bloccare tutti i progetti di centrali a carbone ? Civitavecchia e Porto Tolle in primis ? e presentare un quadro coerente di politiche e misure sufficienti a riportare il Paese in linea con il Protocollo di Kyoto; di impegnarsi a definire obiettivi vincolanti sia per la produzione di elettricità da fonte rinnovabile, che per gli usi termici; di recepire e attuare il Piano d’Azione europeo con il 20 per cento di efficienza negli usi finali entro il 2020, di cui metà da raggiungere entro il periodo previsto per il Protocollo di Kyoto (2012); di sostenere in sede europea e internazionale l’impegno di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra a livello mondiale del 30 per cento entro il 2020 e del 50 per cento al 2050.

    Greenpeace chiede invece all’Enel di rinunciare ai progetti di riconversione a carbone di Civitavecchia e Porto Tolle; di intervenire sugli impianti esistenti a carbone per aumentarne l’efficienza e ridurne le emissioni di gas a effetto serra; di orientare i propri investimenti sulle fonti rinnovabili e su misure di efficienza energetica.”

  4. Da L?UNIONE SARDA 21 dicembre 2006

    Il decreto del Governo sulla Finanziaria potrebbe modificare la norma sulle fonti energetiche rinnovabili

    Il carbone Sulcis nel mirino

    In gioco ci sono incentivi per due miliardi di euro
    Nuove preoccupazioni per il carbone Sulcis: il decreto con il quale il Governo si appresta a correggere la
    Finanziaria potrebbe infatti metter in discussione gli incentivi (circa due miliardi di euro in otto anni) previsti per il progetto di privatizzazione delle miniere.

    L?hanno battezzato ?decreto sanatutto? ma, per il Sulcis, potrebbe trasformarsi in una malattia. Il
    provvedimento con il quale il Governo si appresta a rimediare agli svarioni della Finanziaria, infatti, rischia di mettere i bastoni tra le ruote del progetto di privatizzazione delle miniere di carbone del Sulcis. È così che a Nuraxi Figus si è acceso il campanello d?allarme.

    LA FINANZIARIA. Per il momento lo scenario è del tutto favorevole al progetto Sulcis, quello con il quale la Regione, azionista unico della Carbosulcis, si appresta a cedere le miniere a un gruppo privato che si impegni a estrarre il carbone per bruciarlo in una centrale termoelettrica in maniera da ottenere energia a basso costo per le industrie sarde.
    Ebbene la Finanziaria approvata appena qualche giorno fa dal Senato assimila il carbone del Sulcis alle fonti energetiche rinnovabili. Questo comporta il riconoscimento delle tariffe maggiorate per l?energia elettriche che verrà generata utilizzando quel carbone.
    È tutt?altro che un riconoscimento di facciata visto che vale qualcosa come due miliardi di euro di sovvenzioni pubbliche, circa quattromila miliardi delle vecchie lire.

    IL DECRETO. Ora gira voce che nel decreto legge che il Governo si appresta a varare per porre rimedio ad alcune storture della Finanziaria (leggi la prescrizione abbreviata estesa ai reati finanziari) potrebbe
    finire anche una modifica alle disposizioni sulle fonti rinnovabili che limiterebbe il riconoscimento delle tariffe maggiorate ai soli impianti ?realizzati? e non anche a quelli ?autorizzati?.
    La modifica (sponsorizzata dai Verdi) è tutt?altro che scontata visto che è stata già cassata dal Governo. Ma ce n?è abbastanza per creare qualche preoccupazione. Escludere il carbone Sulcis dai benefici della legge sulle fonti rinnovabili, infatti, potrebbe complicare il cammino vero la privatizzazione.

    LA PREOCCUPAZIONE. Ettore Deidda, sindacalista della Carbosulcis non nasconde la preoccupazione
    dei minatori: «Non vorremmo che una modifica simile potesse rimettere in discussione tutto». Perché, sostiene il rappresentante dei minatori «potrebbe fare venire meno l?interesse da parte dei gruppi che si sono già fatti avanti per rilevare le miniere». Più cauto, invece, AntonangeloCasula, sottosegretario alle Finanze: «Bisogna vedere gli effetti di un?eventuale modifica». Ai vertici della società mineraria non c?è apprensione: «La Regione ha effettuato tutte le verifiche politiche e legislative e su quelle basi ha predisposto il bando per la privatizzazione, non dovrebbero esserci problemi», sottolinea Andreano Madeddu, il presidente della Carbosulcis.

    DECRETO BLINDATO. Ma per Francesco Sanna, consigliere regionale della Margherita il progetto Sulcis nella Finanziaria è blindato visto che «c?è un comma che prevede esplicitamente l?estensione dei provvedimenti sulle fonti rinnovabili al progetto Sulcis».
    Comunque i minatori hanno deciso di alzare la guardia: «Chiederemo ai parlamentari sardi che si mobilitino per evitare qualsiasi sorpresa, non sarebbe la prima volta», annuncia Ettore Deidda. Insomma, il carbone Sulcis non si tocca.
    SANDRO M ANTEGA

  5. CIP6 – Sostegno energie rinnovabili

    Egregi Signori,

    vi sto scrivendo con un computer alimentato da pannelli fotovoltaici che oggi – 24 dicembre 2006 – a 45 gradi di latitudine N – mi stanno fornendo tutta l’energia di cui necessito, ovvero 4,6 kWh (impianto da 1,9 kWp su tetto ). L’acqua calda, a 47 C, è invece prodotta da 7 m2 di pannelli solari termici.
    Le energie rinnovabili e il miglioramento dell’efficienza energetica offrono un enorme potenziale per ridurre l’inquinamento dell’aria e il riscaldamento globale, ridurre la dipendenza dalle fonti energetiche fossili, offrire decine di migliaia di nuovi posti di lavoro capillarmente diffusi sul territorio.
    Sono indignato per la gestione dell’annoso scandalo CIP6 da parte del Governo Italiano, provvedimento che viola palesemente la Direttiva Europea 2001/77/CE attribuendo cospicui sussidi a energie non rinnovabili quali i rifiuti non biodegradabili, e sottraendoli alle vere energie rinnovabili.
    Il denaro che dal 1992 è stato ingiustamente prelevato dalle bollette elettriche pagate dai cittadini italiani, pari a circa 30 miliardi di Euro, avrebbe consentito all’Italia di essere all’avanguardia nell’utilizzo dell’energia solare, rendendo il paese più pulito e più vicino agli obiettivi di Kyoto.
    Ciò che non accetto da un governo democratico europeo del 2006 è che, una volta che i misfatti siano stati scoperti e denunciati ufficialmente – come è avvenuto a seguito del rapporto della X Commissione della Camera dei Deputati del 5-6 novembre 2003 – si faccia di tutto per ostacolare la rimozione della truffa, simulando errori di trascrizione e spostando le date di correzione sotto la pressione degli interessi personali.
    Una truffa, soprattutto quando è palese, va rimossa subito, senza se e senza ma. “occorre acquisire la consapevolezza che l’Italia non potrà rispettare quegli impegni se non sarà definito questo quadro di chiarezza, anche per evitare il rischio che dai meccanismi che si vanno consolidando possano derivare benefici solo per pochi soggetti. In questo senso, ritiene che sia necessario promuovere una sorta di operazione-verità..” (Bruno Tabacci, 2003 – Attuale membro del Comitato per la Valutazione delle Scelte scientifiche e tecnologiche).
    Per il bene del nostro Paese, sia in termini di fisica ambientale, sia in termini di fiducia nelle istituzioni democratiche, mi auguro che la soppressione completa del sussidio CIP6 alle energie non rinnovabili venga al più presto compiuta in modo trasparente e inequivocabile.

  6. Per un errore è saltata la firma dell’articolo precedente:

    Luca Mercalli
    Presidente della Società Meteorologica Italiana onlus

  7. Da Villaggio globale:

    La classifica di Greenpeace
    Centrali ? Ecco gli impianti più inquinanti

    In testa Brindisi sud. Seguono Civitavecchia e Porto Tolle
    Niente e nessuno toglierà a Brindisi Sud la palma di centrale più sporca tra quelle esistenti in Italia, anche se i piani dell’Enel di riconversione a carbone degli impianti di Civitavecchia e Porto Tolle avvicineranno questo record.
    Greenpeace pubblica la classifica delle emissioni di anidride carbonica delle centrali a carbone, praticamente un elenco dei principali responsabili dei cambiamenti climatici nel nostro paese.
    In testa, tra gli impianti ora in funzione, la centrale Enel di Brindisi sud con 15,2 milioni di tonnellate di CO2 emesse nel 2005, seguita da quelle di Fusina e Sulcis (sempre Enel) rispettivamente con 5,6 e 4,1 milioni di tonnellate. Ma evidentemente il principale operatore elettrico vuole consolidare i suoi primati, grazie ai progetti di conversione di Civitavecchia (10,3 milioni di tonnellate di CO2) e Porto Tolle (sempre 10,3 milioni), impedendo così all’Italia di rispettare gli impegni di riduzione dei gas serra previsti dal Protocollo di Kyoto.
    Questa classifica, insieme all’azione alla centrale di Porto Tolle, viene lanciata alla vigilia della presentazione alla Commissione Europea del Piano nazionale di assegnazione dei permessi di emissione: l’Italia, oltre a essere già stata richiamata dalla Commissione, rischia una procedura d’infrazione per la sua continua inadempienza.

    Le emissioni di gas a effetto serra sono fuori controllo
    Le emissioni di gas a effetto serra continuano ad aumentare in assenza di una seria politica per rientrare negli impegni di Kyoto. L’obiettivo per il nostro paese, infatti, è quello di tagliare del 6,5 per cento, entro il 2012, le emissioni registrate nel 1990 (520 milioni di tonnellate di CO2) e dunque di ridurle a circa 486 milioni di tonnellate. Poiché nel frattempo le emissioni invece di diminuire sono aumentate (583 milioni di tonnellate nel 2004) il taglio necessario è più consistente, dell’ordine di 100 milioni di tonnellate di anidride carbonica. L’Italia, quindi, è già ampiamente inadempiente rispetto agli impegni di riduzione delle emissioni di gas serra e i progetti in corso non fanno che aggravare la situazione.

    Emissioni da carbone: verso il raddoppio
    Cosa ci si aspetta per il futuro? Greenpeace ha realizzato una classifica, oltre che delle emissioni degli impianti esistenti, anche di quelle degli impianti in costruzione, in fase di approvazione o di progetto di cui si ha notizia. I due principali progetti sono quelli di Torrevaldaliga Nord a Civitavecchia (in conversione) e Polesine Camerini (in fase di approvazione) a Porto Tolle. L’aumento potenziale delle emissioni che si avrebbe se tutti i progetti presentati o in discussione si realizzassero (pari a oltre 40 milioni di tonnellate di CO2, con un utilizzo a pieno regime) rappresenta un sostanziale raddoppio delle emissioni attuali da carbone, per un totale di 89,3 milioni di tonnellate: una cifra quasi equivalente a quella che l’Italia dovrebbe tagliare per rientrare dentro i parametri di Kyoto.

    Gli altri inquinanti
    Le emissioni di CO2 non sono l’unico aspetto ambientale rilevante di una centrale a carbone, che emette grandi quantità di inquinanti i cui impatti si ripercuotono a livello locale. Ossidi di azoto, ossidi di zolfo, particolato e poi cloro, arsenico, mercurio, piombo, nichel e cromo: per tutte queste voci (e altre) il confronto tra le emissioni di un impianto come Brindisi sud e quelle di una centrale a gas di ultima generazione è nettamente sfavorevole per il carbone. Certo, le emissioni di inquinanti convenzionali di una nuova centrale a carbone sono inferiori a quelle di un impianto di vecchio tipo come quello di Brindisi. Ma per quanto riguarda l’anidride carbonica, anche un kilowattora prodotto da una nuova centrale a carbone emette il doppio di un impianto a gas naturale a ciclo combinato.

    Il programma tradito, mentre gli italiani pagano
    Autorizzare la conversione a carbone degli impianti di Civitavecchia e Porto Tolle significa andare contro la logica del Protocollo di Kyoto e contro lo stesso Programma di governo dell’Unione; significa scaricare i costi dell’anidride carbonica sugli italiani e, in definitiva, annullare gli effetti positivi di moltissime altre iniziative e politiche messe in atto per contrastare il riscaldamento globale: quello che oggi viene considerato da tutti gli esperti la principale minaccia per il futuro dell’umanità.

    (Fonte Greenpeace – 16 Dicembre 2006)

  8. LA NUOVA SARDEGNA 4 GENNAIO 2007

    Dopo il no di Gonnesa alla prima ipotesi
    I vuoti derivati dall?estrazione del combustibile dovranno essere riempiti solo con ceneri e gessi

    Niente scarti nocivi nelle gallerie Carbosulcis
    Il nuovo progetto all?esame dei Comuni e l?8 Conferenza dei servizi alla Regione di Erminio Ariu

    NURAXI FIGUS. Il progetto della discarica sotterranea, a ?meno 400? sotto il livello del mare, nella
    miniera di Nuraxi Figus, è stato completamente modificato. La decisa presa di posizione dell?amministrazione comunale di Gonnesa e l?atteggiamento di intransigenza del Comune di Portoscuso, ha imposto un ripensamento sulla prima ipotesi, cioè di riempire i vuoti ottenuti con l?estrazione del carbone con una enorme discarica sotterranea per rifiuti nocivi.

    Nel nuovo progetto si parla solo di riempimento dei vuoti con i gessi e le ceneri provenienti dalle centrali dell?Enel di Portovesme e con quantitativi limitati ai soli residui del combustibile estratto a Nuraxi Figus. La licenza che Carbosulcis negli anni scorsi intendeva prendersi utilizzando le gallerie per ogni genere di rifiuti, compresi anche quelli della Portovesme srl, aveva suscitato pareri contrastanti ma alla fine ha prevalso la posizione dell?amministrazione comunale di Gonnesa che, per favorire l?attività produttiva nel giacimento minerario del Sulcis Iglesiente, ha limitato l?allocamento di residui industriali solo a quelli derivanti dalla combustione del carbone sardo.
    Il nuovo progetto è stato depositato nei giorni scorsi all?ufficio tecnico comunale dei tre Comuni interessati (Gonnesa, Portoscuso e Carbonia) ma la parte decisionale spetta a Gonnesa.
    I sospetti sull?eccessivo incremento negli ultimi anni, tra gli abitanti del centro minerario, di decessi per malattie tumorali per la presenza di discariche industriali, ha messo all?angolo i propugnatori e gli affaristi legati alla costruzione, alla gestione e al trasporto di rifiuti industriali, altamente inquinanti. Carbosulcis, anche per far quadrare in conti della società, prevedeva un forte ritorno economico costruendo, in contemporanea all?avanzata
    del taglio, una discarica velenosa garantendo la massima impermeabilità degli strati sotterranei. Il consiglio comunale ha bocciato il progetto e, per evitare sorpassi in altre istituzioni, ha, a suo tempo, inviato alla Regione parere negativo sul progetto.
    Le risposte della giunta regionale sono apparse incoraggianti e il progetto è stato bocciato con la prescrizione a proseguire sull?iniziativa limitando all?immissione di cenere e gessi nel sottosuolo.
    Il nuovo progetto sarà riproposto all?attenzione del consiglio comunale ma per l?8 gennaio è prevista una Conferenza di servizi che valuterà l?elaborato tecnico. «Invitiamo il sindaco e la giunta ? ha detto il consigliere comunale Roberto Ecca (An) ? a non avere fretta nelle decisioni. Siamo di fronte ad adempimenti seri che necessitano di attenzioni particolari di tecnici esperti. Abbiamo notato, in passato, con quanta spregiudicatezza
    la Carbosulcis voleva infarcire il sottosuolo con prodotti altamente inquinanti e quindi occorre essere cauti».
    In municipio si marcia con i piedi di piombo sulla possibilità di realizzare un deposito preliminare di rifiuti nel piazzale antistante la frazione di Nuraxi Figus. Recentemente l?amministrazione comunale, in un incontro con il Governatore Soru si è resa disponibile a favorire le iniziative collegate all?estrazione del carbone ma ha annunciato intransigenza sulle questioni ambientali e le assunzioni che dovranno interessare i disoccupati di Gonnesa e Nuraxi.

  9. LA REPUBBLICA, 8 Gennaio 2007

    Clima, minaccia per l?economia l?Italia rischia decine di miliardi
    Padoa-Schioppa: una commissione sui costi dell?effetto serra
    Di Antonio Cianciullo

    ROMA ? L?ombra del disastro climatico pesa sul futuro del nostro sistema economico. Tanto da aver convinto il ministro dell?Economia e delle Finanze, Tommaso Padoa Schioppa, a istituire una Commissione ministeriale per la contabilità ambientale. Per la prima volta si prende ufficialmente atto dell?entità del danno potenziale da cambiamento climatico che non è più solo di una questione ambientale ma un problema di rilevanza economica e finanziaria.
    Entro gennaio la Commissione convocherà gli esperti che hanno preparato la ricerca dell?Unione europea sul costo
    del global warming. Subito dopo verrà ascoltato l?economista Nicholas Stern, ex dirigente della Banca Mondiale e autore di uno studio secondo il quale il 20 per cento del Pil mondiale è a rischio a causa dei cambiamenti climatici.
    Poi si cominceranno a mettere nero su bianco le contromosse necessarie a salvaguardare le basi su cui poggia la nostra economia.
    Il lavoro della Commissione, presieduta dal sottosegretario Paolo Cento, dei Verdi, parte dall?analisi del costo della mancata attuazione del protocollo di Kyoto.
    Dopo aver assunto l?impegno di tagliare le emissioni di gas serra del 6,5 per cento entro il 2012, l?Italia ha continuato a far crescere queste emissioni fino a raggiungere, nel 2004, quota 583 milioni di tonnellate di anidride carbonica.
    Sono 97 milioni di tonnellate di eccedenza annua che ci costeranno cari, anche perché, in assenza di misure correttive, la situazione peggiorerà. Nel periodo in cui scatteranno le sanzioni (tra il 2008 e il 2012) arriveremo a 614 milioni di tonnellate, portando a 128 milioni di tonnellate la distanza dall?obiettivo fissato.
    A quel punto il conto da pagare diverrà salato. La Commissione europea e la Banca mondiale calcolano che il prezzo di mercato dei crediti di carbonio, cioè delle misure compensative per annullare gli effetti negativi dell?emissione dei gas serra, sia pari a 20 euro per tonnellata di anidride carbonica. Moltiplicando i 128 milioni di tonnellate di anidride carbonica emessi in violazione del protocollo di Kyoto per 20 si arriva a 2,56 miliardi di euro l?anno.
    Nell?arco del quinquennio 2008-2012 aver chiuso gli occhi di fronte al disastro climatico rinviando le decisioni politiche (rilancio delle fonti rinnovabili, efficienza energetica, passaggio dal trasporto su gomma al trasporto
    su ferro) potrebbe perciò costarci, se non riusciremo a correggere la rotta all?ultimo momento, 12,8 miliardi di euro.
    «Ma dopo il rapporto Stern e lo studio della Commissione europea risulta evidente che questa cifra rappresenta solo una piccola frazione del danno economico che rischiamo di subire», spiega Cento. «Prendiamo due aspetti
    evidenziati dagli esperti della Commissione: il turismo e l?agricoltura nei paesi del Sud del Mediterraneo
    rischiano il tracollo a causa dell?instabilità del clima.
    Ora il turismo vale il 12 per cento del Pil italiano e l?agricoltura tra il 14 e il 15 per cento: insieme fanno oltre un quarto della ricchezza nazionale. Il che vuol dire che il rischio finanziario complessivo riguarda un fatturato oltre 100 volte superiore ai 2,5 miliardi annui che potremmo essere costretti a pagare per il mancato rispetto degli
    impegni contro l?effetto serra».
    Per evitare la possibilità di un collasso di settori chiave della nostra economia si dovrà perciò mettere a fuoco una strategia mirata a sviluppare l?innovazione tecnologica in direzione dell?efficienza energetica e delle fonti rinnovabili.
    In questo modo da un lato si eviterebbe la penalizzazione diretta (le compensazioni per il mancato rispetto degli impegni previsti dal protocollo di Kyoto) e dall?altro si farebbe guadagnare competitività al sistema Italia.

  10. LA REPUBBLICA 8 Gennaio 2007

    ?Dall?Europa la sfida alle emissioni meno 30% di gas entro il 2020?
    Mercoledì sarà approvata l?agenda post-Kyoto dell?Unione
    Di ALBERTO D?ARGENIO

    BRUXELLES? Cancellare scenari da day after è ancora possibile.
    La Commissione europea lancia il drammatico allarme sul surriscaldamento del pianeta e mette a punto la ricetta per evitare il peggio.
    La via da seguire è quella del contenimento: entro il 2020 i paesi sviluppati dovranno tagliare il 30per centodelle emissioni di gas serra assicurando che l?aumento della temperatura globale rimanga al di sotto dei due gradi centigradi. Altrimenti le conseguenze per il pianeta saranno «irreversibili». «Il cambiamento climatico è in
    corso», afferma laconicamente l?Ue prima di prevedere che, in caso di inazione, a fine secolo l?Europa sarà devastata dal surriscaldamento della Terra. Ecco perché mercoledì prossimo Bruxelles ? su proposta del commissario all?Ambiente Stavros Dimas? approverà un documento di dodici pagine dedicato all?era successiva al
    Protocollo di Kyoto, i cui effetti scadranno nel 2012. L?obiettivo, che dovrà essere approvato a marzo dei leader europei, è mettere in campo «misure urgenti» contro il cambiamento climatico e dare alla Ue la leadership nella lotta per assicurare che «l?aumento medio globale della temperatura non ecceda i due gradi centigradi». Un
    traguardo giudicato non solo «tecnicamente raggiungibile ed economicamente sostenibile», ma anche in grado di «limitare l?impatto del cambiamento climatico e la probabilità di una distruzione massiccia ed irreversibile dell?ecosistema globale».
    Alternative non ce ne sono, visto che restarsene con le mani in mano comporterebbe «enormi costi» economici, sociali e ambientali che colpiranno soprattutto i segmenti più poveri della popolazione mondiale. Per raggiungere
    l?obiettivo l?Europa si impegnerà a tagliare il 30 per cento dei gas serra entro il 2020. Meglio se in compagnia degli altri paesi industrializzati, ma anche da sola, per «dare una dimostrazione di leadership internazionale e incoraggiare l?industria ad investire in tecnologie a basso utilizzo di carbone».
    E dopo il 2020 anche i paesi in via di sviluppo dovranno fare la propria parte, aiutando il pianeta a tagliare del 50
    per cento il totale delle emissioni entro il 2050.
    In caso di inazione, avverte l?Unione europea, il cambiamento climatico impatterà drasticamente sull?economia globale, bruciando fino al 20 per cento del Prodotto interno lordo mondiale.
    E in Europa sarebbero i paesi mediterranei a pagare il conto più salato, tanto in termini economici quanto di vite umane: «Alcune regioni della Ue, in particolare quelle del Sud, ne soffriranno in modo sproporzionato», sottolinea
    Bruxelles. Accettare la sfida e lavorare sull?energia pulita, invece, sarebbe «compatibile con la crescita mondiale», visto che gli investimenti in tecnologie pulite costerebbero solo lo 0,5 per cento del Pil globale nel periodo compreso tra il 2013 e il 2030, con un impatto sulla crescita economica planetaria dello 0,19 per cento annuo
    fino al 2030. E i benefici degli investimenti alleggerirebbero anche la bolletta energetica europea, con le importazioni di gas e petrolio che diminuirebbero del 20 per cento entro il 2030. Spese in meno accompagnate da nuovi benefici: solo le biomasse, ad esempio, darebbero un nuovo posto di lavoro a 300 mila europei e il settore sanitario, grazie alla diminuzione dell?inquinamento, nel prossimo decennio potrebbe risparmiare fino a 50 miliardi di euro.

  11. Giornale di Sardegna 11 Gennaio 2007

    SORU FIRMA L’ACCORDO CON ENDESA VIA LIBERA ALLA CENTRALE A CARBONE
    Forniture a basso costo per Portovesme e per il sistema pubblico dell’intera Regione
    Roberta Pietrasanta

    Spesa da 450 milioni
    ■ Lo smantellamento dei gruppi 1 e 2 di Fiume Santo restituisce ventimila metri quadrati di terreno, fra cui parte di una bianchissima spiaggia da tempo interdetta, al comune di Porto Torres. Endesa investirà per la realizzazione del nuovo gruppo a carbone oltre 450 milioni di euro

    ■ Il carbone a Fiume Santoraddoppia. E con esso si moltiplicano anche le speranze di portarvi gas, rigassificazione, energie alternative ed energia a basso costo per tutte le imprese. Intanto però il primo accordo,quello, dicono i sindacalisti, più importante, è stato raggiunto. Renato Soru ed Endesa hanno detto sì e dall?incontro consumatosi ieri a Roma
    è nato subito un protocollo che oltre a portare la firma del governatore sardo (tassello indispensabile per scatenare il buon umore degli spagnoli), reca quelle di JesusOlmos, amministratore delegato di Endesa Europa e di Joaquin Galindo, amministratore dì Endesa Italia.
    In buona sostanza E n d es a ha ottenuto ciò che da tempo chiedeva: l?abbattimento dei due vecchi gruppi 1 e 2 a olio combustibile, che sorgono nella parte più occidentale del sito, e la realizzazione di un nuovo gruppo a tecnologia ipercritica che dovrebbe dimezzare le emissioni in atmosfera. Così ciò che chiamano ?carbone pulito? dovrebbe arrivare a produrre un?energia pari a 410 megawatt, rispetto ai 320 megawatt dei vecchi gruppi. Dunque Renato Soru è favorevole alla realizzazione del progetto che Endesa presentò nel dicembre del 2005e del quale in innumerevoli incontri istituzionali, amministratori e sindacati a lungo hanno discusso. Mancava questo accordo perché anche la procedura di impatto ambientale di competenza del ministero dell?Ambiente potesse procedere.
    «Entro l?anno ? racconta un raggiante Piero Cossu (Cgil), dopo l?appello lanciato a Soru con i colleghi di Cisl e Uil ? penso che cominceranno i lavori a Fiume Santo». Ma le novità non stanno solo nel carbone. Soru ha ottenuto in cambio dalle alte dirigenze spagnole la fornitura di energia a prezzi competitivi per i comparti dell?industria energivora sarda: 450 gigawattora e ulteriori 200 gigawattora al sistema pubblico regionale. Un bel vantaggio per l?industria di Porto Vesme, ma anche un?o p e ra z i o ne che avvicina la chiusura dell?accordo sulla chimica: la linea del cloro soda che lega Porto Torres con Assemini sarebbeavvantaggiata e ciò spingerebbe Ineos ad acquisire gli impianti.
    La Regione ha raccolto da Endesa anche l?impegno a utilizzare il gas entro cinque anni, dal momento in cui sarà disponibile, e la possibilità di prevedere un rigassificatore. La società ha inoltre ribadito la volontà di portare la propria sede fiscale nell?Isola, dove il carbone raddoppia fra gli applausi.■

  12. In un precedente post si parlava del clima come minaccia per l’economia italiana e della nomina di una commissione sui costi dell’effetto serra.
    Sembrerebbe che gli effetti non aspetteranno le conclusioni della commissione …

    L’ALTRA VOCE 16 Gennaio 2007

    L’agricoltura non si gode il sole. Temperature miti e siccità fanno temere un altro anno nero

    di Matteo Bordiga

    Per concedersi un inverno sulla spiaggia, i cagliaritani non hanno più bisogno di viaggiare fino ai paesi tropicali. Basta aspettare il pomeriggio, prendere un asciugamano e sdraiarsi sulla sabbia del Poetto, riscaldata da questo inusuale sole di gennaio.

    Ormai da diversi giorni, in Sardegna e nel resto d’Italia la colonnina di mercurio segna temperature primaverili. Accompagnate dalla pressoché totale assenza di piogge: un’ottima notizia per chi teme i rigori dell’inverno e per chi ama passeggiare all’aria aperta. Ma un’autentica disdetta per i coltivatori: la Cia (Confederazione Italiana Agricoltori) ha lanciato un grido d’allarme, manifestando serie preoccupazioni per i possibili danni economici che le temperature nettamente al di sopra della media stagionale potrebbero causare al settore agricolo.

    Pochissime precipitazioni, clima insolitamente caldo e tendenza alla desertificazione del territorio: un mix micidiale per le colture che, se non ci sarà una fulminea inversione di tendenza, condurrà alla perdita di molti raccolti. «Ci sono forti preoccupazioni per cereali, mais, riso, frutta e ortaggi», ha precisato la Cia, «e inoltre incombe il pericolo delle gelate che potrebbero distruggere piante che hanno fiorito precocemente a causa dell’anomalo caldo autunnale e invernale».

    Insomma, gli agricoltori intravedono il fantasma del 2003, «annus horribilis per il settore agricolo. All’epoca, a causa della siccità si persero circa 5 miliardi di euro. Quest’anno in tutto il Paese gli alberi da frutto sono in fiore con due mesi di anticipo e le mimose, in alcune regioni, sono in piena fioritura. In più, per le coltivazioni di riso il rischio siccità è straordinariamente elevato».

    Per contrastare il fenomeno, la Cia ha invocato «interventi incisivi e politiche mirate, senza le quali il settore agricolo, nel 2007, andrebbe incontro a un disastro annunciato».

    A gettare acqua (è proprio il caso di dirlo) sul fuoco ci ha pensato il capo della Protezione Civile, Guido Bertolaso, che ha ridimensionato l’emergenza: «Allo stato attuale, i danni principali dell’inverno caldo si riverberano soprattutto sul comparto turistico e sull’annoso problema degli incendi boschivi. Stiamo inoltre monitorando il livello del Po, che è molto basso. Tuttavia, non c’è ancora nessun allarme: onestamente, se piovesse la prossima settimana e le precipitazioni fossero nella norma a febbraio, si tornerebbe nella media stagionale»

    E in Sardegna che succede? Gli agricoltori sono disperati? La persistente siccità, accentuata dalle caratteristiche geomorfiche dell’Isola, procurerà danni incalcolabili all’economia regionale? «Se le temperature non caleranno e il clima non cambierà, nei prossimi mesi potremmo andare incontro ad alcuni problemi molto seri», prevede il direttore regionale di Confagricoltura, Maurizio Onorato. «Senza dimenticare poi che la blue tongue attecchisce proprio nei periodi caldi, mentre il freddo ne blocca la diffusione. Per quanto riguarda il calcolo dei danni alle colture, in questi giorni stiamo facendo le primissime valutazioni, tenendo conto del fatto che la stagione delle piogge non è ancora finita ma ricordandoci, al contempo, che il mese di novembre, solitamente piovoso, questa volta non ci ha regalato molta acqua».

    Ci sono già alcuni riscontri verificabili? «Abbiamo raccolto anche noi segnalazioni di fioriture anticipate e qualche preoccupazione legata ai cereali. Ma per ora sono soltanto anticipazioni: aspettiamo di mettere insieme dati più precisi».

    Se il caldo dovesse continuare, su alcune colture la Confagricoltura chiederà la verifica sul campo: «Se i danni alle coltivazioni si rivelassero ingentissimi», ha concluso Onorato, «chiederemmo immediatamente alla Regione di attivare la procedura per la richiesta dello stato di calamità naturale».

    Vincenzo Tiana, presidente di Legambiente Sardegna, sottolinea che «non ci troviamo ancora in una situazione drammatica. Certo, dobbiamo sperare che arrivino presto le precipitazioni» Per fortuna, rimangono a disposizione le scorte d’acqua reintegrate durante gli ultimi cinque anni: «Le riserve idriche», puntualizza Tiana, «vengono però utilizzate in base a una precisa scala di priorità: innanzitutto sono destinate all’uso domestico e potabile. Solo in seconda battuta ne può usufruire il settore agricolo. Al terzo gradino della graduatoria si colloca l’industria»

    I dati sugli invasi comunque almeno per il momento sono confortanti: la siccità non ha intaccato le scorte in misura significativa. «Grazie all’abbondanza di piogge che ha caratterizzato le stagioni 2004 e 2005, il sistema del Tirso è al massimo della capienza autorizzata», conferma Roberto Silvano, capo di gabinetto dell’assessorato ai Lavori pubblici, «mentre il sistema del Flumendosa può contare su 520 milioni di metri cubi d’acqua, l’80% della capacità complessiva. Fra l’altro, la Sardegna oggi dispone di un sistema di interconnessione dei bacini che consente di far confluire l’acqua dai depositi più capienti ai piccoli invasi, colpiti per primi dalla scarsità di precipitazioni».

    E se il caldo, nei prossimi mesi, continuasse ad alterare e sconvolgere i cicli dell’agricoltura? Se le scorte d’acqua, per un motivo qualsiasi, non bastassero? «In questo caso», Tiana, «mi auguro che la Regione sappia affrontare in maniera oculata e programmata quella che assumerebbe le proporzioni di un’emergenza reale»

    Francesco Foddis, assessore regionale all’Agricoltura, coglie al volo l’assist di Tiana. E rilancia: «È in programma per oggi, in assessorato, una riunione con i nostri dirigenti. All’ordine del giorno ci sarà la valutazione ambientale strategica. Del resto, non possiamo che prendere atto dei mutamenti climatici in corso da qualche tempo a questa parte. E, soprattutto, dobbiamo tenere conto di queste significative anomalie nella formulazione del piano di sviluppo rurale 2007-2013, di cui ci occupiamo unitamente all’assessorato all’Ambiente».

    Anche perché oggi la scarsità di piogge è una minaccia per l’agricoltura non tanto a causa di scorte insufficienti, per il momento, quanto per i limiti nella rete di distribuzione dell’acqua: nell’isola sono appena 100 mila gli ettari di terreno – circa il 20 per cento del totale della superficie a uso agricolo – dotati di adeguati impianti di irrigazione. Un fatto che rende l’agricoltura sarda decisamente vulnerabile alle variazioni stagionali nel livello delle precipitazioni.

  13. il 21 dicembre francesco sanna, consigliere regionale della margherita, tranquillizzava i sindacati dicendo che esiste un comma nella finanziaria che prevede esplicitamente l’estensione dei finanziamenti cip6 al progetto sulcis. Evidentemente la questione non è cosi semplice e nuovi dubbi assalgono i sindacati: L’unione sarda di oggi riporta i dubbi di Giorgio Asuni Segretario generale Filcem-Cgil Sardegna:

    la legge regionale 80/05 lega la concessione delle tariffe agevolate Cip6 al Decreto presidenziale del 28 gennaio 1994, ma prevede, in alternativa rispetto a quanto previsto da quest’ultimo, altre tecnologie di produzione dell’energia elettrica da fonti rinnovabili. Il punto non è da sottovalutare in quanto il Dpr del 1994 legava indissolubilmente la concessione del Cip6 alla tecnologia della gassificazione, mentre la nuova legge regionale 80/05 prevede la medesima agevolazione del Cip6, ma, stavolta, legata a tecnologie diverse. Tra le due normative, in sostanza, vi è una diversità di presupposti e condizioni che fa nascere dubbi che andrebbero sciolti una volta per tutte. In particolare occorre, prima di tutto, domandarsi se la modifica della tecnologia inizialmente prevista per la concessione del Cip6 sia possibile. La Commissione europea appare l’unico interlocutore in grado di fornire la risposta, ma pare che non sia stato interpellato sull’argomento, siamo tutti sicuri che non vada fatto?

  14. Carbone ? LA NUOVA SARDEGNA 26 Gennaio 2007

    Porto Torres, futuro a rischio
    Carbone e rigassificatore: è una scelta inaccettabile
    di Beniamino Scarpa- consigliere regionale Psd?Az

    A Porto Torres carbone, rigassificatore e chimica di base. Cosa ne pensano i cittadini? Endesa e Regione hanno firmato un accordo sul futuro di Porto Torres, annunciando centinaia di assunzioni
    e forti investimenti, la soluzione dei nostri problemi.
    In base a questo accordo: la Regione avrà un po? di entrate fiscali e di energia a basso costo.
    L?Endesa, anziché chiudere la centrale ad olio combustibile entro l?anno come per legge, la sostituirà con un?altra centrale a carbone, costruirà un rigassificatore ed esporterà energia in Europa con un nuovo cavo sottomarino. Alcune imprese avranno sconti sull?energia elettrica. Le lobby degli appalti avranno le briciole degli investimenti. I disoccupati resteranno disoccupati: la centrale arriverà prefabbricata e sarà costruita in fretta prevalentemente da tecnici non sardi. I cittadini avranno l?inquinamento da carbone per decenni prima che venga utilizzato il gas. Ed il rigassifi-
    catore, pericoloso e rifiutato ovunque, che condizionerà pesca, diporto, parco dell?Asinara,
    traffico merci e passeggeri.
    È un film già visto. Quando l?Enel costruì la prima centrale promise acquari sottomarini, parchi di cervi, ripopolamento ittico, migliaia di occupati.
    Non è rimasto niente.
    Gli amministratori, impotenti di fronte ai preoccupanti dati sull?inquinamento, sono soddisfatti per centrale e rigassificatore, ma anche per l?accordo di programma quadro per la chimica, che finanzia il rilancio della chimica di base, indesiderata altrove a cui dobbiamo l?odierna emergenza ambientale. Siamo una comunità martoriata da una gravissima emergenza ambientale di cui si vuole costruire il futuro su attività altamente inquinanti. Senza considerare l? emergenza climatica.
    Mentre i governi cercano di attuare il protocollo di Kyoto (meno carbone e petrolio, più energie rinnovabili) le scelte per Porto Torres vanno in senso opposto.
    Subire quelle scelte significa accettare che per i prossimi decenni Porto Torres sia il luogo della chimica inquinante, della combustione di carbone per l?estero e di ogni altra attività pericolosa ed inquinante,ma che la regione vuole confinare in ?siti compromessi?.
    Tutto questo è inaccettabile. Il programma dalla coalizione che governa Porto Torres si basa su ?un possibile sviluppo integrato che, agendo sulle ingenti risorse turistico-ambientali sia motore
    propulsivo di una possibile uscita dall?attuale condizione economica, asfittica anche a causa di scelte monoculturali assunte in passato?. E parla di economia del mare, parco dell?Asinara, pesca, risanamento ambientale, miglior qualità della vita, controllo e tutela della salute.
    Con un referendum popolare si è già respinto l?uso del carbone, ed il Sindaco ha affermato che niente sarà fatto senza il consenso della popolazione.
    Ora bisogna rispettare gli impegni, aprire una seria ed approfondita stagione di informazione,
    confronto e ascolto dei cittadini su ambiente, chimica ed energia, per trarne indicazioni dalle quali nessuno potrà discostarsi. Perché non si può consentire a nessuno, neppure ad istituzioni e multinazionali, di disporre del futuro senza la propria partecipazione ed il proprio consenso.

  15. Carbone,Cip6 – Il Governo ha presentato un emendamento in Commissione Finanze per ripristinare la dicitura corretta per le agevolazioni denominati CIP 6.
    La proposta non è stata ancora esaminata perché è ancora al vaglio di ammissibilita` da parte della Presidenza della Camera.
    Alle agevolazioni CIP6 sono legate le redditività del carbone e dei cosiddetti ?termovalorizzatori?,

    Nella discussione in aula di ieri 29 Gennaio questa la posizione del L?Ulivo

    ALBERTO FLUVI Deputato Ulivo.

    ?Vorrei svolgere una considerazione brevissima su una proposta emendativa presentata in Commissione finanze, che non e` stato possibile esaminare per i motivi illustrati dal relatore: quella relativa al CIP 6.
    Non siamo pregiudizialmente contrari a questo argomento: anzi, come gruppo de L?Ulivo, siamo d?accordo sulle linee di principio e sulle linee di fondo. Il problema non e`, a nostro avviso, rimettere in discussione il principio secondo il quale i contributi vanno a quegli impianti che producono energia da fonti effettivamente rinnovabili. Su questo punto non deroghiamo:
    siamo d?accordo e in ordine a cio` incontrerete il nostro consenso ed il nostro voto favorevole.
    La questione e` che esiste una realta` che, in base alla precedente normativa, si e` mossa, ha redatto piani finanziari ed
    effettuato investimenti, ha chiesto autorizzazioni ed avviato la costruzione di impianti.
    Una proposta emendativa che si facesse carico di questa situazione otterrebbe sicuramente il nostro voto favorevole; cosý` come il nostro voto favorevole lo avra` certamente l?intero provvedimento al nostro esame.?

  16. CIP6, prime turbolenze in Aula – 30/01/2007
    L?emendamento sul Cip6 continua a suscitare malumori, anche all?interno della maggioranza di Governo. Come annunciato (v. Staffetta 26/1), lunedì il ddl di conversione in legge del decreto 297/2006 ha iniziato l?iter in Aula alla Camera. L?Assemblea dovrà procedere all?esame di gran parte degli emendamenti che la commissione non ha avuto modo di approvare. Tra questi, anche quello che ripristina il testo originario sulla revisione degli incentivi agli impianti Cip6 che utilizzano fonti assimilate (v. Staffetta 25/1). Oltre alla contrarietà dell?opposizione (che ha chiesto al presidente della Camera l?esame di ammissibilità dell?emendamento), il dibattito apertosi ieri a Montecitorio ha infatti registrato sul Cip6 anche una ?frecciata? da parte di Alberto Fluvi, deputato dell?Ulivo. Sull?emendamento, ha detto Fluvi, ?non siamo pregiudizialmente contrari: anzi, come gruppo de L?Ulivo siamo d?accordo sulle linee di principio e sulle linee di fondo. La questione ? ha detto ? è che esiste una realtà che, in base alla precedente normativa, si è mossa, ha redatto piani finanziari ed effettuato investimenti, ha chiesto autorizzazioni ed avviato la costruzione di impianti. Una proposta emendativa ? è la conclusione, un po? obliqua ? che si facesse carico di questa situazione otterrebbe sicuramente il nostro voto favorevole; così come il nostro voto favorevole lo avrà certamente l?intero provvedimento al nostro esame?.
    Le difficoltà registrate in Aula si sono immediatamente riversate nel dibattito politico: Angelo Bonelli e Loredana De Petris, parlamentari dei Verdi, hanno ?avvertito? il presidente della Camera che ?se sull?emendamento Cip6 si dovesse andare verso la dichiarazione di inammissibilità per estraneità della materia, ci troveremmo di fronte ad un fatto grave sia nel metodo che nel merito?, perché l?emendamento è ?l?applicazione corretta di una direttiva europea, per cui l?Italia è sotto procedura di infrazione?, mentre, nella sostanza, ?c?è un impegno del governo, che in Aula al Senato aveva dichiarato, per bocca di Chiti, che la norma sui Cip6 del maxiemendamento alla finanziaria conteneva un puro errore materiale e, quindi, andava corretta?.
    In serata i capigruppo di Rifondazione Comunista del Senato e della Camera (Giovanni Russo Spena e Gennaro Migliore) hanno diffuso una nota in cui chiedono al Governo di risolvere ?il problema che rischia di crearsi alla Camera in seguito alla probabile non ammissibilità dell?emendamento sui Cip6?. Il Governo, si legge, può risolvere la questione ?presentando un suo emendamento domani pomeriggio alla Camera o agganciando la norma sui Cip6 a uno dei provvedimenti in discussione nei prossimi giorni, o infine, varando un decreto urgente con decorrenza immediata nel prossimo consiglio dei ministri?.

    Da Ecquologia.it

  17. Eccezionalità della situazione sarda ha vinto sull?ambiente e la salute

    Da unione sarda del 02.02.07

    Portovesme. Il vice ministro Sergio D’Antoni risponde all’interrogazione di Antonello Mereu (Udc) L’Ue: legittimi gli aiuti del piano energetico
    Il Governo ha ribadito l’interesse per la valorizzazione del carbone

    L’Europa riconosce l’eccezionalità della situazione infrastrutturale sarda e darà presto il via libera alle tariffe speciali per le industrie energivore dell’Isola: lo ha detto Sergio D’Antoni, viceministro dello Sviluppo Economico, rispondendo a Montecitorio ad un’interrogazione del deputato Antonello Mereu (Udc) sui ritardi dell’Ue nella pratica caro-energia che da cinque anni tiene in bilico il polo industriale di Portovesme. Il 22 gennaio il direttore generale della Commissione Concorrenza, dopo l’incontro di novembre tra il ministro Bersani e la commissaria olandese Neelie Kroes, ha inviato una lettera al Governo italiano: nella nota si parte dal presupposto che l’Ue non dovrebbe concedere aiuti al funzionamento (così vengono classificate le agevolazioni) a meno che non esista una situazione di provata eccezionalità. «Il direttore generale della Commissione ha dato atto testualmente dell’attuale eccezionalità della situazione infrastrutturale in Sardegna – ha detto D’Antoni in aula – questo riconoscimento legittima la Commissione ad autorizzare gli aiuti in questione, ponendo peraltro dei limiti operativi. Avendo avuto questo tipo di risposta noi pensiamo che quei provvedimento adottati con la legge 80 possano finalmente, con i dovuti accorgimenti, andare in porto». Il viceministro ha anche ribadito l’interesse del Governo alla valorizzazione del carbone Sulcis, parlando anche della nuova centrale consortile, prevista come soluzione strutturale al caro-energia. «Di fronte ad affermazioni così precise del Governo non posso che essere soddisfatto – dice Mereu – anche se continueremo a seguire con attenzione la procedura perché non vorremmo che questi accorgimenti tecnici possano portare ad un ulteriore allungamento dei tempi da parte della Commissione». Il contenuto della lettera inviata dalla Commissione Concorrenza è accolto con favore dai sindacati, da anni ormai alle prese con l’emergenza del caro energia. «È di sicuro positivo e suscita ottimismo, ma bisogna mantenere una certa cautela e verificare che i tempi siano rapidi, perché con quelli dobbiamo fare i conti- dice Fabio Enne, responsabile Industria della Cisl- adesso aspettiamo un incontro con il ministro Bersani, che ci ufficializzerà queste nuove indicazioni». Proprio ieri le segreterie regionali di Cgil, Cisl e Uil hanno chiesto un incontro con il ministro dello Sviluppo Economico, a cui nei giorni scorsi è arrivata anche la richiesta di incontro da parte della Fulc nazionale. Mentre questa mattina in Regione l’Alcoa e i rappresentanti sindacali incontreranno il Presidente Soru e l’assessore Rau per discutere proprio di tariffe energetiche e della fideiussione che l’Alcoa paga ogni mese per poter continuare ad usufruire del regime speciale. La multinazionale dell’alluminio aveva comunicato alle organizzazioni sindacali di essere disponibile a pagare la fideiussione (13 milioni di euro al mese) solo fino a febbraio. Le buone notizie che arrivano dalla Camera potrebbero avere delle ripercussioni positive immediate rispetto alle intenzioni dell’azienda, e probabilmente il contenuto della lettera inviata dalla Commissione al Governo sarà ripreso anche nell’incontro di questa mattina.

    Antonella Pani unione sarda 02.02.07

  18. Carbone – Legambiente:Undici blitz per dire “NO al carbone”

    10/02/2007 11:00 – Da Civitavecchia a Rossano Calabro, da Milazzo a Porto Torres i volontari di Legambiente manifestano contro la riconversione delle centrali a carbone

    Civitavecchia, Brindisi, Venezia, Monfalcone, Piombino, Rossano Calabro, Porto Torres, Genova, Bastardo in Umbria, Gela e Milazzo. Sono 11 i blitz organizzati questa mattina dai volontari di Legambiente per ribadire un secco ?No al carbone? e chiedere una politica energetica che persegua gli obiettivi del protocollo di Kyoto, investendo su risparmio e fonti rinnovabili.
    ?Il piano nazionale delle emissioni recentemente presentato a Bruxelles dal governo, tra l?altro in odore di bocciatura ? dichiara Roberto Della Seta, presidente nazionale di Legambiente ? spalanca le porte al carbone per le centrali termoelettriche italiane ed è uno dei motivi che hanno spinto oggi Legambiente a scendere in piazza in tutta Italia. E? assolutamente incoerente e anacronistico ? aggiunge Della Seta – considerare ancora l?opzione carbone mentre si tenta di ridurre le emissioni per raggiungere gli obiettivi di Kyoto?.
    Una politica pro carbone è nefasta non solo perché si tratta della fonte fossile che genera le più alte emissioni specifiche di CO2, ma anche perché la sua presunta convenienza economica è dovuta a ingenti sovvenzioni statali, come quelli previsti con il CIP6 alle miniere del Sulcis, che invece di essere destinate alle rinnovabili, coprono parte dei costi d?estrazione. ?Insomma ? conclude Della Seta – il carbone è una falsa soluzione perché aumenterebbe le emissioni di anidride carbonica e solo apparentemente ridurrebbe la bolletta energetica?.
    Legambiente ricorda che sono 12 le centrali italiane che bruciano carbone, contribuendo solo per il 15% alla produzione elettrica nazionale, a fronte di oltre 44 milioni di tonnellate di CO2 (MtCO2), pari al 33% delle emissioni delle centrali termoelettriche (133 MtCO2) e al 7,5% del totale nazionale (583 MtCO2). Un apporto, dunque, tutt?altro che irrilevante in un contesto di forte ritardo rispetto agli obblighi di riduzione (-6,5% entro il 2012 rispetto alle emissioni del 1990, ad oggi si stima un +15%).
    Legambiente chiede dunque una chiara inversione di tendenza che porti ad un sistema energetico distribuito, fondato sul risparmio energetico e sulle fonti rinnovabili, la riduzione progressiva dell?uso del carbone per la produzione di energia elettrica, fino al suo completo abbandono e la riconversione a gas naturale delle centrali termoelettriche che oggi utilizzano olio combustibile o carbone.
    ?Solo in questo modo ? conclude il presidente di Legambiente – il nostro Paese potrà dare il suo contributo alla lotta ai cambiamenti climatici, i cui catastrofici effetti sull?ambiente e sull?economia mondiale sono stati confermati anche recentemente da fonti più che autorevoli. Cito tra gli altri il rapporto Stern pubblicato dal governo britannico lo scorso ottobre, lo studio della Commissione europea presentato a gennaio 2007 e il rapporto dell?Ippc – l?organo dell?Onu che si occupa di cambiamenti climatici – approvato qualche giorno fa?.

    L?Ufficio stampa Legambiente

  19. Carbone – Progetto dei Verdi contro il carbone a Civitavecchia – 12/03/2007

    ?Un progetto dei Verdi per Civitavecchia per contrastare la scelta antistorica ed antieuropea del carbone e rilanciare una svolta culturale ed economica per tutto il territorio dell?Alto Lazio?. Queste le dichiarazioni di Angelo Bonelli ed Enrico Fontana, capigruppo del partito del Sole che ride alla Camera ed al Consiglio Regionale. Inoltre, secondo una nota diffusa dai Verdi, è imminente l?apertura del ?tavolo sulla salute? (v. Staffetta 28/2), nonché una rete dei controlli ambientali affidata ad Arpa Lazio; sarà rilanciata la tecnologia del solare termodinamico grazie alla collaborazione del professor Rubbia; verrà istituito per le grandi città e i territori colpiti dall?inquinamento delle polveri sottili 300 mln di ? per una mobilità diversa e sostenibile e l?avvio della produzione dell?idrogeno in base agli accordi sottoscritti con l?autorità portuale.

    da: La Staffetta Quotidiana, la rivista italiana del petrolio editrice

    E la Sardegna ? ???

  20. La riqualificazione della marina di Latina potrebbe bloccare il progetto Sapei: la Carbonsulcis questa non se l?aspettava,

    ———————

    Unione sarda 17.03.07 pagina 9
    Energia. Sindacati contro il presidente della Regione Lazio Sos a Bersani: Sapei indispensabile

    «Il cavo di collegamento sottomarino tra la Sardegna e il continente, il “Sapei”, è un’opera indispensabile per l’isola». Lo sottolinea il segretario regionale della Cisl Giovanni Matta, dopo i dubbi sollevati sull’opera dal presidente della Regione Lazio, che vorrebbe bloccare la realizzazione della stazione di Latina, per ragioni ambientali. Il sindacato chiede al ministro Bersani, «di onorare gli impegni presi il 31 ottobre a Roma» e di trovare «convincere il presidente Marrazzo». L’abbattimento delle tariffe elettriche, il superamento delle diseconomie legate alla produzione d’energia elettrica saranno possibili, secondo la Cisl, solo attraverso la realizzazione del Sapei, richiesta e fortemente voluta dai sindacati e dal sistema produttivo regionale. La sua realizzazione, infatti, costituisce il presupposto essenziale per ottenere il via libera a Bruxelles del decreto sul contenimento del costo dell’energia per la lavorazione di piombo-zinco, alluminio e cloro. «Se l’opera non venisse realizzata», spiega ancora Antonello Battelli della Flaei-Cisl, «verrebbe bloccato il piano energetico regionale e non si potrebbe esportare il surplus di energia prodotta dalla centrale del Sulcis, che utilizzerà il carbone. La posizione di Marrazzo, credo sia soltanto politica e legata all’imminente scadenza delle elezioni amministrative a Latina».

    Unione Sarda 16.03.07 pagina 15
    La Regione Lazio vuole “staccare” il Sapei

    «I lavori per la realizzazione dell’elettrodotto sottomarino tra Sardegna e Lazio vanno sospesi». A chiederlo è il presidente della Regione Lazio Piero Marrazzo, che annuncia: «Sottoporremo la questione alla società Terna, che realizzerà l’intervento e alla Sogin che è proprietaria dell’area dell’ex nucleare». Marrazzo ha annunciato l’istituzione di «un tavolo tecnico di confronto con tutte le parti interessate al fine di evitare che la riqualificazione della marina di Latina contenuta nel protocollo venga disattesa». La Sardegna: La perplessità legata a ragioni ambientali sull’altra sponda del Tirreno ha messo in allarme la Regione sarda. «Il nostro auspicio è che non venga rallentato niente dell’intervento previsto per la realizzazione dell’elettrodotto Sapei. Sentiremo Terna per capire meglio la vicenda». È il commento dell’assessore regionale all’Industria, Concetta Rau, dopo avere appreso della possibile richiesta del presidente della Regione Lazio. L’esponente della Giunta Soru invita tutte le parti in causa «a trovare una soluzione ai problemi il prima possibile». Il collegamento tra la Sardegna e la Penisola unirà le attuali stazioni elettriche di Fiumesanto, in provincia di Sassari, con le nuove stazioni di conversione da corrente continua a corrente alternata in corso di realizzazione a Latina. È prevista la realizzazione di due cavi bidirezionali da 420 chilometri, che raggiungeranno la massima profondità di 1600 metri sotto il livello del mare. I cavi forniranno corrente continua con tensione da 500 kV, per una capacità di 1000 MW. L’investimento complessivo è di 650 milioni di euro. I tempiI lavori dovrebbero concludersi entro il 2009, secondo il programma del Grtn, il Gestore della rete di trasmissione nazionale. Il Sapei è una delle infrastrutture su cui si fonda il Piano energetico ambientale regionale, anche per superare i limiti dell’attuale sistema energetico della Sardegna che, come si legge nel Piano, è quasi isolato dal punto di vista strutturale. Esiste, oggi, il Sacoi (Sardegna-Corsica-Italia), un cavo sottomarino obsoleto e di potenza limitata. Ecco perché la Regione spinge per la realizzazione del Sapei.

  21. Miniere e Rifiuti – Chi ha deciso che la miniera di Nuraxi Figus può diventare una discarica per i rifiuti pericolosi delle industrie?
    di Stefano Deliperi, Gruppo d’Intervento Giuridico e Amici della Terra ? L?Altra Voce, 20 Marzo 2007

    In queste settimane la Carbosulcis s.p.a., gli Enti locali e la Regione dibattono animatamente sul progetto di stoccaggio di rifiuti di origine industriale nella miniera di Monte Sinni, a Nuraxi Figus, nel territorio di Gonnesa. Tutto questo è molto curioso. Infatti è in corso da anni una specifica procedura di valutazione di impatto ambientale in proposito, procedura che non risulta tuttora conclusa.

    Di che parlano, quindi? Chi ne ha mai valutato la compatibilità ambientale?

    Le associazioni ecologiste Amici della Terra e Gruppo d’Intervento Giuridico sono intervenute (atto di ?osservazioni? del 15 ottobre 2005) nel procedimento di valutazione di impatto ambientale relativo al progetto di sistema integrato costituito da un deposito preliminare (operazioni ex allegato B, lettera D15, del decreto legislativo n. 22/1997 e successive modifiche ed integrazioni) e da un deposito sotterraneo tramite iniezioni in profondità per rifiuti pericolosi e non, ai sensi del decreto legislativo n. 36/2003, proposto dalla Carbosulcis s.p.a. nella miniera di Monte Sinni.

    L’area costiera di Monte Sinni – Nuraxi Figus, già interessata da attività mineraria, è tutelata con vincolo paesaggistico, la fascia dei 300 metri dalla battigia marina è tutelata anche con specifico vincolo di conservazione integrale.

    L’area, inoltre, presenta numerose testimonianze di epoca nuragica, alcune tutelate con vincolo storico-archeologico nonché con vincolo di conservazione integrale (tombe dei giganti di Punta Seruci, nuraghe e villaggio di Punta Seruci, villaggio nuragico di Punta Maiorchina, nuraghe Ghillotta 1º, tempio a pozzo di Nuraxi Figus), altre non formalmente vincolate (nuraghe Su Arci, tomba dei giganti della Piana di Seruci, nuraghe Ghillotta 2º, nuraghe e struttura prenuragica de Is Bangius, nuraghe di Monte Sinni, nuraghe di Nuraxi Figus, nuraghe S’Arena), bisognose di approfondite campagne scientifiche ed interventi di tutela e valorizzazione, quale una delle più importanti aree archeologiche dell’Isola, occasione anche di turismo culturale e benefici economici.

    L’area rientra, altresì, nel sito di importanza comunitaria ?Costa di Nebida? e rientra, infine, nel Piano paesaggistico regionale, ambito costiero.

    Oltre a questo, la Carbosulcis s.p.a., per quanto si è a conoscenza, beneficia di un mero affidamento della gestione temporanea della miniera carbonifera di Monte Sinni – Nuraxi Figus, più volte sostenuto finanziariamente con cospicue dotazioni di fondi pubblici, nelle more della presa in consegna delle strutture minerarie del futuro titolare della concessione mineraria. Non si comprende quindi a quale titolo possa legittimamente richiedere le autorizzazioni per la realizzazione del sistema integrato di discarica rifiuti, ipotecando la futura corretta gestione della miniera.

    Secondo quanto in progetto, poi, i rifiuti pericolosi e non dei quali è in progetto lo stoccaggio sarebbero provenienti dalla centrale ENEL di Portovesme (gessi dall’impianto di desolforazione, ceneri leggere dalla combustione del carbone Sulcis e di importazione, fanghi degli spurghi degli impianti di pre-trattamento dei fumi in uscita, ceneri leggere provenienti dalla nuova centrale ?a letto fluido?), dagli impianti della Portovesme s.r.l. (scorie della lavorazione primaria e secondaria del piombo, scorie dell’impianto kss, scorie della lavorazione dello zinco dagli impianti Waeltz, fanghi dei processi idrometallurgici dello zinco), dal termovalorizzatore del Tecnocasic s.p.a. (ceneri leggere non inertizzate derivante dall’incenerimento di rifiuti solidi urbani).

    Non essendo ancora esistente il piano di coltivazione mineraria, non risulta nemmeno possibile stabilire aprioristicamente i ?vuoti? all’interno della coltivazione dove sarebbero stoccati i rifiuti, a meno che non si intenda subordinare l’attività mineraria a quella di stoccaggio dei rifiuti.

    Infine, sembra di aver compreso che i suddetti quantitativi di rifiuti pericolosi e non verrebbero stoccati mediante metodologie di ?iniezione?, senza le opportune procedure di inertizzazione e di incapsulamento a tenuta stagna, necessarie per evitare ogni contaminazione del sottosuolo e delle falde idriche in particolare, attualmente compresse dagli impianti di pompaggio della miniera a -400 metri. Tale metodologia rischierebbe di provocare, a medio-lungo termine, effetti potenzialmente disastrosi sul piano ambientale.

    Come si vede, aspetti di non poco conto da chiarire per evitare un ulteriore inquinamento del basso Sulcis del quale non si sente proprio il bisogno.

    Ci attendiamo da parte del Servizio S.A.V.I. dell’Assessorato regionale della Difesa dell’ambiente e dallo stesso assessore Morittu e dalla Giunta regionale impegni e conseguenti provvedimenti in favore dell’ambiente e della salute pubblica, in particolare nell’ambito del procedimento di VIA.

    Stupisce non poco, invece, la mancata formalizzazione, con atti di intervento nella valutazione di impatto ambientale da parte di enti pubblici, comitati, associazioni – in particolare da parte di chi afferma di battersi per la difesa del patrimonio minerario sardo – che si sono limitati a protestare via stampa, senza alcun concreto passo. Una folàta di maestrale e queste voci svaniscono?

  22. Ecologisti contro la nuova discarica della Carbosulcis.
    Chiesta la tutela dell?area
    di Antonella Pani, L?Unione Sarda 27 Marzo 2007

    Sono molto stretti i tempi per completare l?iter autorizzativo per la discarica Carbosulcis: entro luglio il progetto dovrà essere approvato.
    Ma intanto continua a far discutere. Fortemente contrario al progetto è il Gruppo di Intervento Giuridico, che innanzitutto ricorda i numerosi vincoli che tutelano l?area costiera Monte Sinni-Seruci, di cui fa parte la miniera.
    «Secondo il progetto i rifiuti da stoccare nel sottosuolo sarebbero provenienti dalla centrale Enel di Portovesme (ceneri leggere, gessi e fanghi degli impianti di pretrattamento dei fumi) – si legge in una nota – altri proverrebbero dalla Portovesme srl (scorie di lavorazione del piombo e dello zinco), altri ancora dal termovalorizzatore del Tecnocasic.
    Non essendo ancora esistente il piano di coltivazione mineraria non risulta nemmeno possibile stabilire a priori i vuoti in cui dovrebbero essere stoccati i rifiuti.
    Anche rispetto alla metodologia – continua il comunicato del Gruppo di Intervento Giuridico – ci sono aspetti non secondari da chiarire per evitare un ulteriore inquinamento del Sulcis Iglesiente, di cui non si sente proprio il bisogno».
    Da Nuraxi Figus l?azienda mineraria precisa: «Dispiace constatare che i riferimenti non sono per nulla aggiornati: le tipologie di rifiuti elencate fanno parte del primo progetto, accantonato da mesi. Il nuovo progetto prevede di stoccare nei depositi del sottosuolo solo ceneri e gessi prodotti dalla combustione del carbone, nient?altro. Ricordiamo inoltre che l?estrazione del carbone è ripresa da dicembre del 2006 e che questo progetto è considerato una parte fondamentale del progetto integrato carbone-miniera- centrale. Di questo progetto si discute da un anno e mezzo, non da qualche settimana».
    Sempre a proposito del progetto della Carbosulcis per stoccare rifiuti speciali (ceneri e gessi) nel sottosuolo, Ignazio Attori ed Angelo Cremone, ex sindaco ed ex presidente della Commissione Ambiente di Portoscuso, hanno incontrato Emilio Boi, il commissario straordinario che attualmente amministra il Comune, per capire se ci sono novità nell?iter autorizzativi.
    «Il commissario ci ha detto di aver incontrato i vertici della Carbosulcis – dice Cremone ? tutti attendono il parere del Comune di Portoscuso, che deve essere espresso in tempi brevi, ma vogliamo ricordare che esiste già una delibera del Consiglio, che prendeva tempo in attesa di una consulenza scientifica di spessore. A quella bisogna attenersi, chiedendo il parere ad una Università titolata».

  23. Carbone – Il vecchio mostro diventa oro
    «Garanzie su minori costi energetici e tutela ambientale»
    di Erminio Ariu ? La Nuova Sardegna 3 Aprile 2007

    IGLESIAS. In attesa che l?energia elettrica prodotta con fonti rinnovabili e che il nucleare fornisca le garanzie richieste, il carbone rappresenta nel mondo il combustibile più competitivo, meno inquinante, sfruttando le moderne tecnologie, e a maggior rendimento. Dal convegno promosso dall?Associazione Mineraria Sarda, presieduto dalla professoressa Anna Maria Landis, che si è tenuto nell?aula magna dell?istituto tecnico industriale, sul tema ?La Carbosulcis nel progetto miniera- energia-ambiente? i due relatori Andreano Madeddu (presidente della Carbosulcis) e Giuseppe Deriu (direttore generale della miniera di Nuraxi Figus) hanno presentato ad una nutrita platea di esperti la discreta competitività che il carbone Sulcis ha raggiunto nel mercato dei combustibili e soprattutto le garanzie ambientali che, sfruttando le moderne tecnologie, vengono richieste dal protocolo di Kyoto e dalle popolazioni dei centri che gravitano nelle vicinanze delle centrali termolettriche alimentate con il ?famigerato? carbone.

    Il giacimento carbonifero di Nuraxi Figus non può essere ormai considerato il bacino per qualche centinaio di posti di lavoro ma la base del sistema energetico regionale e ha una valenza importante in campo nazionale. «A livello mondiale ? ha esordito Andreano Madeddu ? il carbone costituisce oggi la fonte energetica fossile più consistente e la durata delle riserve attuali supera i 155 anni contro i 64 del gas naturale e la berve sopravvivenza del petrolio che avrà vita per altro 42 anni. Il consumo del carbone è in forte crescita e la miniera di Nuraxi Figus è in grado di reggere al confronto con i colossi mondiali, in termini di quantità, ma di resa e di efficienza organizzativa.
    Nel bacino carbonifero del Sulcis, secondo le ricerche recenti, sono presenti quasi un miliardo di tonnellate di carbone ma con il proseguo dei sondaggi fino a 1000 metri si potrà valutare meglio quali sono le quantità stivate sotto terra».
    Siccome la ricchezza di un paese si valuta dalla quantità di energia che dispone sulla carta, la Sardegna dovrebbe essere tra le regioni ai primi posti della graduatoria dei territori più ricchi. «In pratica l?isolamento elettrico dell? isola ? ha proseguito il presidente della Carbosulcis ? annulla di fatto i vantaggi dell?utilizzo del carbone. Conti alla mano, produrre un chilowattora con il carbone costa 5.5 centesimi di euro contro i 6.5 del gas metano (non presente nell?isola) e 9.0 con il petrolio.
    Se poi si aggiunge anche l?efficienza energetica tra i vari combustibili, il piatto della bilancia è nettamente sbilanciato a favore del carbone».
    Di fatto però la bolletta energetica della Sardegna è decisamente più pesante e il soccorso per sanare questa anomalia è nel progetto integrato miniera-energia-ambiente.
    «Il Progetto Energetico Ambientale Regionale Sardo (Pears) ? ha riferito Madeddu ? è fondato su tre direttrici: metanizzazione dell?isola, sviluppo delle fonti rinnovabili e attivazione della filiera miniera-centrale nel polo del Sulcis.
    Con il carbone, ed è quello che ci riguarda, i risultati anche in termini economici abbiamo raggiunto livelli di efficienza tali che il prodotto estratto è a prezzi competitivi. Per quanto riguarda le questioni ambientali, poi, è da tempo che non si parla più di inquinamento dovuto allo zolfo e agli ossidi di azoto. L?unico problema sono le emissioni di anidride carbonica che possono essre ridotte catturando il responsabile dell?effetto serra a bocca di camino».
    A questo punto Andreano Madeddu apre una breve parentesi riferendo che la ricerca potrebbe far evitare di lanciare in atmosfera la CO2 utlizzandola per produrre metano proveniente dai giacimenti carboniferi. Scorie, rifiuti ceneri e gessi: altri problemi che Carbosulcis ha in parte risolto promovendo una serie di progetti che ridurrebbero le quantità di scarti da mandare in discarica.
    «C?è il totale utilizzo del grezzo estratto ? ha precisato Giuseppe Deriu ? grazie al riutilizzo degli sterili quali materiali inerti da costruzione e per sottofondo stradale e questa operazione, oltre che limitare i costi per lo stoccaggio non impone il sacrificio di parte del territorio destinato a discariche. I gessi e le ceneri delle centrali termoelettriche andranno a riempire i vuoti che il taglio produce in fase estrattiva».
    La validità del progetto carbone è stata sintetizzata dal direttore generale in cinque punti: ricorrere al carbone per produrre energia elettrica a basso costo sfruttando tecnologie ad alto redimento e basso impatto ambientale; sfruttare un?importante risorsa energetica nazionale; si può produrre il combustibile con costi di produzione allineati agli standard della concorrenza; si hanno vantaggi economici anche per la vicinanza delle centrali elettriche e infine la presenza del giacimento carbonifero può essere sfruttato per interrare l?anidride carbonica.
    Le conclusioni di Carlo Muntoni hanno posto l?accento sulla necessità di far sorgere nel Sulcis Iglesiente un centro di formazione per i giovani dei paesi del Mediterraneo.
    «Questa non è l?era post- mineraria ? ha detto Carlo Muntoni ? ma il periodo della ricerca e dell?affermazione di nuove tecnologie e di trasmissione delle nostre conoscenze ad altri ricercatori.
    Carbosulcis, Sotacarbo e università devono lavorare di concerto». Carlo Muntoni ha anche auspicato il riavvio del corso per periti minerari nell?istituto ?G.Asproni? (gloriosa scuola ?Mineraria?).

  24. «Col carbone si torna al passato»
    Greenpeace critica duramente la Regione e annuncia proteste
    di Valentina Lo bianco – La Nuova Sardegna, 12 Aprile 2007

    CAGLIARI. La Sardegna è in controtendenza rispetto ai programmi vincolanti di Kyoto prima e dell?Unione Europea poi. Invece che incentivare lo sviluppo e l?utilizzo delle risorse energetiche rinnovabili, mantiene inossidabile il suo rapporto con lo sfruttamento del carbone: fonte altamente inquinante e destinata ad esaurirsi. Il tema ha riscaldato il convegno ?Sardegna: un?isola per le fonti rinnovabili??, organizzato da Kyoto Club con Greenpeace e Legambiente e promosso dal ministero dell?Ambiente. Tanto che Greenpeace non esclude di promuovere un?azione di protesta in Sardegna.
    Se infatti è vero che l?Italia tutta è in ritardo rispetto ai passi fatti da altre nazioni come Germania, Spagna e Gran Bretagna, è altrettanto vero che nel Bel Paese è la Sardegna ad avere un primato negativo: a fronte di una produzione media pro-capite su scala nazionale di undici tonnellate di carbonio l?anno, nell?isola ogni persona ne produce circa quattordici tonnellate.
    Su questo argomento è intervenuto Giuseppe Onufrio, direttore delle campagne Greenpeace in Italia: «Continuare a sostenere lo sfruttamento del carbone, come si fa in Sardegna, è una scelta antistorica e aberrante dal punto di vista ambientale. Esistono 24 impianti termoelettrici, cioè quelli che sfruttano le fonti tradizionali. E la tendenza non pare essere quella di un loro lento ma progressivo smantellamento. Al contrario vengono continuamente firmati accordi per la salvaguardia di queste centrali. Stiamo continuando a fare scelte di politica legislativa che guardano all?Ottocento e non ad un progresso funzionale».
    Negli anni passati il governo italiano non aveva creduto nelle direttive giunte dal Giappone. Perché il piano di Kyoto potesse diventare vincolante era necessaria l?approvazione del 55% dei paesi riuniti. In attesa che questo
    avvenisse nulla è stato predisposto.
    A distanza di tre anni da quando il progetto è stato ratificato anche dalla Russia (ultimo consenso utile), e ora che anche l?Unione Europea ha fissato i suoi parametri con scadenza al 2020, l?Italia si trova a dover fare i conti con i Paesi vicini che da tempo hanno creduto in questo progetto.
    Ma se il problema riguarda scelte di carattere nazionale, è vero anche che le Regioni hanno la loro parte di responsabilità. In base al contenuto della legge Bassanini, ogni Regione ha un ?potere di scelta? e uno di ?esclusione? in relazione alle energie rinnovabili.
    Spiega Mario Gamberale, responsabile energie rinnovabili Kyoto Club: «Il potere di scelta si concretizza nel definire un piano energetico regionale che preveda sistemi di incentivazione che adeguino i nostri consumi a quelli richiesti dai trattati internazionali.
    Lo stanno già facendo con metodi diversi Umbria e Puglia. Se non può fare questo, l?ente territoriale può decidere di tracciare una mappa delle esclusioni, ossia individuare una serie di zone intoccabili, che lasciano aperta la possibilità in tutta l?area restante di installare centrali di energia alternativa». Ha aggiunto Gamberale: «In Sardegna più che in altre regioni, sono presenti in grande quantità due fonti ecologicamente compatibili, inesauribili e gratuite: il sole e il vento». Si riallaccia a questo discorso Unufrio che richiama l?attenzione su un processo di evoluzione culturale: «La letteratura scientifica non ha dubbi in proposito. O si cambiano le fonti di energia oppure dovremo fare i conti con la nostra superficialità. Perché questo non accada dobbiamo, prima di tutto, sensibilizzare l?opinione pubblica. Solo un paese consapevole è pronto ai cambiamenti».
    A questo proposito nei prossimi mesi il ministero dell?Ambiente pubblicherà tre bandi per finanziare progetti destinati alla produzione di energie rinnovabili. Lo ha anticipato al convegno Tiziana Giudici, della direzione salvaguardia ambientale-energie rinnovabili del ministero. Il primo bando da 10 milioni di euro riprende un vecchio progetto del 2001 ed è destinato alla realizzazione di pannelli radianti (solare termico) per Comuni e altri enti locali. Prevede un cofinanziamento del 50% con la possibilità di installare 20 metri quadri di pannelli. Il secondo bando, denominato «Il sole a scuola», può contare su una dotazione finanziaria di 4,7 milioni di euro per installare al massimo 50 kw prodotti da pannelli fotovoltaici posizionati sui tetti delle scuole. Il terzo bando, infine, da 2,6 milioni di euro riguarda impianti fotovoltaici da realizzare negli edifici di alto pregio architettonico e paesaggistico.

  25. Carbone ? Evidentemente il Carbone Pulito non esiste ancora se si cercano fondi (60 milioni di euro) per mettere a punto un progetto che comunque nella migliore delle ipotesi sposta il problema nel luogo prescelto per immagazzinare le scorie.
    Mi sembra interessante anche che si parli di ?scomparsa? dei metalli pesanti !

    Dal carbone energia pulita rispettando l?ambiente
    Una sinergia che coinvolge i ricercatori dell?Ansaldo, Sotacarbo, Enea e Itea
    di Erminio Ariu, La Nuova Sardegna 17 Aprile 2007

    CARBONIA. Cordata a quattro (Ansaldo Energia, Sotacarbo, Enea e Itea) per realizzare il progetto ?Fine CO2 ? ? Flameless Italian No Emission- di anidride carbonica. L?impegno dei ricercatori mira a produrre energia elettrica con l?uso pulito del carbone senza immettere in atmosfera i gas serra.

    Il protocollo di Kyoto impone ai paesi, compresa l?Italia, che hanno sottoscritto l?accordo di ridurre le emissioni di anidride carbonica nell?aria e la soluzione sembra a portata di mano.
    Con la nuova tecnologia «Near Zero Emission» che sfrutta sistemi di produzione di energia caratterizzati da emissioni di prodotti che non inquinano l?ambiente e non alterano il clima.
    Ed è la CO2 a tenere alto l?interesse dei paesi industriali del pianeta per le alterazioni climatiche mentre le polveri sottili, le ceneri, e gli ossido e le anidridi di solfo e di azoto sono l?incubo degli abitanti che abitano nei centri che gravitano nei centri dove sono istallate termocentrali alimentate a carbone. La ricerca ha messo a punto il progetto Isotherm, presentato ieri pomeriggio, a Carbonia, nella miniera di Serbariu alla presenza dell?assessore regionale all?industria Concetta Rau dal pool tecnico delle quattro società coinvolte nell?iniziativa.
    «Questo processo ? ha chiarito ad un pubblico attento, Alvise Bassignano, amministratore delegato di Sofinter (Ansaldo-Energia) ? consente di utilizzare carboni di basso rango (Carbone Sulcis o carboni di qualità anche inferiori rispetto a quelli usati nelle centrali Enel) senza immettere in atmosfera i gas della combustione. Brevemente, in un combustore ad alta pressione è possibile catturare l?anidride carbonica e produrre contemporaneamente residui solidi inerti. Scomparsa totale dei metalli pesanti perché, alle alte temperature di processo, si ottiene una sostanza amorfa (vetro) che può essere allocata in discarica». Conti alla mano, oltre alla separazione e allo sconfinamento dell?anidride carbonica i costi di produzione dell?energia elettrica sarebbero inferiori a quelli correnti di oltre il 30 per cento. «Nel combustore ? ha spiegato Giuseppe Girardi dell?Enea ? viene prodotta una combustione senza fiamma (flameless) ma è un processo perfetto perché all?interno dell?impianto la temperatura, altissima 1500-1800 gradi, è uniforme in tutta la camera di reazione.
    Quindi si ottiene il massimo rendimento termico e il composto organico totale è 1000 volte inferiore alle tecnologie tradizionali. Insomma si ottengono scorie vetrificate alla base del reattore». I vantaggi di questa tecnologia sono molteplici e i tecnici presenti hanno voluto segnalare anche la possibilità di utilizzo del carbone con una granulometria decisamente superiore a quella che attualmente viene sfornata dai frantoi delle centrali Enel. L?impianto Isotherm, per marciare ha necessità di disporre di maggiori quantità di ossigeno rispetto ai bruciatori tradizionali.
    «Ebbene i prezzi di questo comburente ? ha aggiunto Giuseppe Girardi ? sono compatibili con i costi d?esercizio dell?impianto ma i vantaggi sono decisamente importanti ».. L?unico inconveniente è dove stoccare l?anidride carbonica sequestrata agli impianti. «La ricerca ? ha sostenuto Mario Porcu, presidente della Sotacarbo ? ha individuato la possibilità di immagazzinare il gas responsabile dell?effetto serra nei giacimenti di carbone non estraibile, nei giacimenti petroliferi esausti e commercialmente inutilizzabili Si ottiene in questo modo la risalita di metano». Per realizzare il progetto occorrono 60 milioni di euro e 60 mesi di tempo per la realizzazione- A disposizione, per la prima fase sono disponibili 1.5 milioni di euro mentre per le due fasi successive si richiedono fondi regionali e Cerse a sostegno della ricerca nel settore elettrico.
    La presenza dell?assessore regionale all?industria Rau e di Giuliano Murgia, presidente di Sardegna Ricerche lasciano intendere che il progetto seguirà un iter rapido.

  26. Da ieri convegno internazionale «Sì al carbone solo se è pulito»

    Dieci anni ancora e il carbone produrrà più della metà dell’energia mondiale. Non hanno dubbi i 250 delegati arrivati ieri a Cagliari da 31 Paesi per partecipare alla terza conferenza internazionale sulle tecnologie pulite del carbone, organizzata da Sotacarbo, Enea e Iea, in collaborazione con Assocarboni. Gli operatori del settore vedono nel combustibile nero la risposta alla domanda futura di energia. A una condizione, però: è necessario ridurre l’impatto ambientale del minerale. Il progetto«La ricerca sta facendo passi da gigante», spiega Mario Porcu, presidente di Sotacarbo, azienda partecipata dalla Regione e dall’Enea: «Fra dieci anni sarà disponibile la tecnologia per generare energia dal carbone in maniera pulita». Sotacarbo, Ansaldo e Sofinter stanno lavorando a un progetto. «Presto la Sardegna», continua Porcu, «potrebbe ospitare un polo di sperimentazione a emissione zero». L’obiettivo è realizzare un impianto da 50 megawatt termici (15 MW elettrici) che potrebbe trovare sistemazione nel Sulcis. L’anidride carbonica, infatti, verrebbe immagazzinata negli strati profondi delle miniere sarde in disuso. «Per questo progetto servono circa 60 milioni di euro (50% per la costruzione della centrale e 50% per le attività di ricerca)», osserva il presidente di Sotacarbo. «Il progetto potrebbe essere realizzato in Sardegna, sempreché la Regione abbia un ruolo da protagonista dal punto di vista politico e finanziario». Secondo Porcu, oltre agli investimenti dei partner privati e ai fondi nazionali e comunitari, la giunta Soru dovrebbe credere nella sperimentazione, «finanziando almeno il 15% del costo complessivo dell’impianto (circa 9 milioni di euro)». D’altra parte, i tempi per la realizzazione dell’impianto a carbone non saranno brevi: la messa a punto della tecnologia (a Gioia del Colle, in Puglia) durerà 12 mesi, poi si deciderà dove collocare la centrale per la sperimentazione e dopo il 2010 si potrà programmare la produzione su scala commerciale. Renato Soru, dal canto suo, conferma la volontà della Regione di «mantenere una quota di produzione di energia da carbone ma a bassi costi, emissioni minime e con l’utilizzo del combustibile del Sulcis». I numeriLa fiducia nel progetto da parte delle imprese del settore è massima. Per Andrea Clavarino, presidente di Assocarboni, associazione che raggruppa oltre 80 operatori nazionali e internazionali, «il Belpaese in Europa è all’avanguardia nell’uso di tecnologie pulite nelle centrali a carbone e vanta il maggior numero di impianti con certificazione ambientale europea». L’Italia ha investito oltre 4 miliardi di euro negli ultimi anni, per rendere le centrali a carbone più compatibili con l’ambiente. L’anno scorso la produzione mondiale del carbone è aumentata del 7%, raggiungendo 5,1 miliardi di tonnellate. In Europa le importazioni sono cresciute del 7,8%, a 235 milioni di tonnellate. Il presidente di Assocarboni sottolinea che il carbone si caratterizza, tra l’altro, per competitività nei costi di produzione energetica: 2,18 centesimi per Kwh rispetto ai 5,51 da olio combustibile e 6,34 da gas naturale. GreenpeaceIeri, infine, sono arrivate le contestazioni di Greenpeace al presidente della Giunta: «Qualcuno spieghi a Soru che il carbone pulito non esiste. Il carbone è il combustibile fossile con le maggiori emissioni di CO2 responsabili del cambiamento climatico, la più grave minaccia globale che l’uomo si trova ad affrontare in questo secolo». Lanfranco Olivieri
    da L?Unione Sarda del 16.05.07

  27. La favola del carbone pulito

    C’è ancora chi vede negli impianti Igcc la risposta al riscaldamento globale. Ma é davvero una tecnologia priva di rischi?

    I sostenitori della tecnologia a ciclo combinato di gassificazione integrata (Igcc), quella che la Duke e la Vectren vorrebbero utilizzare a Edwardsport nell’Indiana, affermano a gran voce che l’Igcc è la risposta al riscaldamento globale dato che questa tecnologia rende più semplice catturare l’anidride carbonica. Il loro ritornello è che una volta catturata, l?anidride possa essere ?sequestrata? per migliaia di anni in formazioni geologiche profonde. Non la vedi, non ci pensi più.
    Nel dicembre 2006, il Dipartimento dell?Energia statunitense ha ammesso, in un supplemento a una Dichiarazione di Impatto Ambientale per un impianto Igcc in Pennsylvania, che “il Dipartimento ha valutato la capacità del sequestro geologico di ridurre le emissioni di CO2. Non è una scelta percorribile perché questa tecnologia non è sufficientemente sviluppata da poter essere applicata negli impianti proposti per produzioni su larga scala durante il periodo di prova?.
    Questa ammissione è coerente con gran parte delle ricerche, governative e non, sulla tecnologia del sequestro. In realtà i risultati delle ricerche più recenti mostrano come tutta l?idea del sequestro, sia, nella migliore delle ipotesi, discutibile. E forse persino pericolosa per coloro che vivono vicino alle aree dove l?anidride carbonica è stoccata nel sottosuolo.
    Gli studi più recenti hanno evidenziato tre aspetti preoccupanti:
    1. L?anidride carbonica iniettata vicino a faglie sismiche – la regione dell?Indiana sud-occidentale è la zona della faglia New Madrid – può in realtà aumentare il rischio di terremoti, a causa della capacità dell?anidride carbonica di lubrificare le zolle geologiche, rendendo più facile il loro spostamento se soggette a pressione proveniente dalla parte sottostante la superficie terrestre.
    2. L?iniezione di CO2 causa una conversione chimica che in ultima analisi può danneggiare l?acqua potabile. Si crea infatti un aumento di acidità che fa sì che elementi chimici pericolosi fra i quali i metalli filtrino fuori dalla formazione geologica. Questi inquinanti spesso riescono ad arrivare alle falde acquifere. Una conversione chimica di questo tipo potrebbe rendere inutilizzabili intere falde dalle quali dipendono molte popolazioni.
    3. I costi enormi di questa tecnologia, in termini di investimenti finanziari e di energia.
    Gran parte del dibattito sull’Igcc si é sviluppato intorno al fatto se sia possibile convertire il carbone in un gas di sintesi così da utilizzarlo per generare elettricità in maniera più pulita rispetto alla tecnologia convenzionale chiamata carbone polverizzato. Il vero motivo per cui le le aziende di servizi pubblici stanno cercando di costruire questi impianti è quello di catturare gli enormi stanziamenti federali e statali pagati dai contribuenti. Per esempio, la Duke e la Vectren, per costruire il loro impianto costoso e inquinante, hanno recentemente ricevuto dal governo federale più di 133 milioni di dollari in agevolazioni fiscali.
    Questo carbone, erroneamente etichettato come ?carbone pulito?, è risultato per certi versi più pulito di quello polverizzato dal punto di vista dell?inquinamento atmosferico, ma quello che è mancato al dibattito è uno studio concreto su cosa fare con i prodotti chimici catturati che sono i sottoprodotti del processo; su quale sarà su scala commerciale il costo effettivo della costruzione e della messa in opera delle centrali; su quanta dell?energia prodotta verrà richiesta per eseguire i sofisticati processi chimici richiesti, riducendo così l?efficienza complessiva degli impianti; e infine su qual è il costo effettivo della cattura del CO2 e del suo stoccaggio permanente nelle formazioni geologiche sotterranee.
    Attualmente nessun progetto Igcc analizza questi temi in dettaglio. Non solo, la gran parte delle proposte Igcc non promettono neanche la cattura del carbone, tanto meno il sequestro.
    Si aggiunga a questo il fatto che i costi per la costruzione di questi proposti impianti Igcc sono saliti alle stelle. In Minnesota, i documenti del governo hanno recentemente rivelato che il costo dell?Excelsior’s Mesaba Igcc è salito ad almeno 2155 miliardi di dollari per un impianto da 603 MW. Si arriva alla cifra enorme di 3.5 milioni di dollari per megawatt, più alta dei costi attuali delle centrali nucleari. Ciò vale anche per l?Indiana dove il presidente della Duke Energy, Jim Rogers ha dichiarato alla stampa un paio di mesi fa che il costo del loro impianto IGCC a Edwardsport è cresciuto dagli 1.3 miliardi di dollari all?inizio del 2006 a ben oltre ?2 miliardi di dollari? per 630 MW. Ciò significa un costo per megawatt di 3.17 milioni di dollari, e in aumento. Nessuna di queste centrali ha progettato il costo della cattura e del sequestro dell?anidride carbonica, che i più stimano sarà di almeno un altro 50% in costi di costruzione più un?altra grande incognita su quanto in concreto costerà catturare e conservare l?anidride carbonica.
    Utilizzando la cifra più prudente, il 50%, i costi di costruzione dell?impianto di Edwardsport potrebbero salire a 4.75 miliardi di dollari equivalenti a più di 7.5 milioni di dollari per megawatt. Paragonate questo alla centrale nucleare di Marble Hill, della quale nel 1984 venne bloccata la costruzione a causa dei costi crescenti. PSI (ora Duke) disse all?inizio nel 1973 che Marble Hill sarebbe venuta a costare 700 milioni di dollari per 2260 MW (309.000 dollari/MW). Quando alla fine si arrivò al processo nel 1977, il costo era duplicato a 1.4 miliardi di dollari (619.000/MW). E quando lo stato dell?Indiana obbligò la Psi a interrompere la costruzione della centrale, i costi di costruzione erano saliti a 10 miliardi di dollari (4.4 milioni/MW).
    Il confronto fra la tecnologia Igcc e il nucleare è giustificato. Entrambe sono imprese rischiose che richiedono contributi governativi sostanziosi per essere economicamente vantaggiose. Entrambe assicurano ai loro finanziatori profitti estremamente alti dato che hanno un profitto basato sul livello di investimenti.
    Quando il costo di costruire centrali a carbone raggiunge un livello simile, TUTTE le alternative dovrebbero essere prese in considerazione. Estrarre il carbone comporta distruzione ecologica, bruciarlo causa vari problemi di salute, smaltirne i rifiuti nelle falde acquifere e nei fiumi contamina l?acqua potabile. Queste sono ragioni sufficienti perché si cerchino alternative.
    Conoscete anche una sola ?comunità del carbone? prospera? In realtà è vero il contrario. Il carbone è la rovina di chi è costretto a conviverci, non la salvezza economica.
    John Blair
    Presidente del gruppo ambientalista Valley Watch
    (Copyright – Counterpunch.org
    Traduzione per Is in Sardegna
    Laura Uselli) http://www.isinsardegna.it/modules.php?name=News_Pro&file=print&sid=3553

  28. CARBONE – CAMERA DEI DPUTATI
    XV LEGISLATURA? SEDUTA DEL 16 MAGGIO 2007 ? N. 158

    Svolgimento di interrogazioni a risposta immediata.

    Iniziative per una Conferenza dei servizi sulla riconversione a carbone della centrale termoelettrica di Torre Valdaliga nord (Civitavecchia) – n. 3-00892)

    GIUSEPPE TREPICCIONE. (Verdi)
    Signor Ministro, come lei sa, l’Unione europea ha chiesto all’Italia di ridurre le quote di CO2, quindi di gas serra, di ben 14 milioni di tonnellate. La lotta ai cambiamenti climatici deve essere una priorità nell’azione del Governo, se vogliamo tutelare la salute dei cittadini ed assicurare un futuro alle nuove generazioni. Il carbone è il combustibile fossile con le più alte emissioni di gas serra responsabili del cambiamento climatico. Il Ministro dell’ambiente in data 23 aprile ha chiesto di riaprire la Conferenza dei servizi sulla riconversione a carbone della centrale di Civitavecchia che, se fosse ultimata, immetterebbe nell’atmosfera 10 milioni di tonnellate di CO2. Cosa intende fare il suo Ministero, che è titolare della decisione?

    PRESIDENTE. Il Ministro dello sviluppo economico, Pier Luigi Bersani, ha facoltà di rispondere.

    PIER LUIGI BERSANI, Ministro dello sviluppo economico.
    Signor Presidente, che in Italia il mix energetico sia squilibrato è noto a tutti. Voglio precisare, ancora una volta, che non chiediamo e non chiederemo per quanto riguarda il carbone un riequilibrio di questo mix, ma solo di far parte di esso, con ciò che questo può significare anche in termini di nuovi investimenti.
    Pertanto, non verrà spostato un punto di equilibrio che vede l’Italia, rispetto ad altri paesi, in una situazione assolutamente diversa. In Europa, mediamente, il carbone vale il 30 per cento del mix energetico e noi siamo attorno al 10 per cento. Ulteriori valutazioni, a proposito dell’impiego del carbone, possono quindi essere condotte esclusivamente in una sede europea.
    Preciso inoltre, sottolineando l’assoluta priorità dei temi del cambiamento climatico rispetto ai quali dobbiamo avere un intervento incisivo e ben bilanciato, che il peso che il carbone avrà nel breve termine sul nostro scenario energetico è compatibile con la decisione della Commissione europea, scontando anche i tagli che l’Italia dovrà affrontare.
    Venendo a Torvaldaliga, senza fare l’elenco di tutte le procedure, voglio ricordare che siamo in presenza di un’autorizzazione che risale al 24 dicembre 2003 e, quindi, alla precedente gestione. Siamo, inoltre, in presenza di una procedura compiuta nelle sue diverse fasi e nei pronunciamenti dei ministeri interessati, compreso il decreto di valutazione dell’impatto ambientale. La legittimità di questo decreto di attuazione è stata inoltre confermata dall’autorità giudiziaria nei vari gradi di giudizio.
    L’opera di cui si discute ha inoltre già raggiunto più del 70 per cento della fase operativa e, quindi, di fronte a tutto ciò, non esistono con tutta evidenza quei margini di discrezionalità in capo al Ministro o al Ministero da più parti invocati.
    Tuttavia, viene richiesto un ulteriore approfondimento tecnico sulle procedure, che sarà eseguito e del quale saranno resi noti gli esiti alle amministrazioni in piena trasparenza.
    Quanto alle segnalazioni di eventuali problemi sanitari e ambientali nell’area industriale, vorrei confermare che, da parte del Governo e del mio Ministero, l’attenzione verso questi problemi è somma. Ricordo che nel decreto è prevista l’istituzione di un osservatorio ambientale e che le nostre norme prevedono la revisione periodica delle prescrizioni di natura ambientale al fine di garantire l’allineamento dell’autorizzazione all’evoluzione di standard normativi ambientali.
    Le problematiche relative alla salute nell’area di Civitavecchia sono anch’esse esaminate in un apposito tavolo tecnico presso il Ministero della salute insieme con tutte le istituzioni necessarie.
    Vi sono dunque sedi autorevoli deputate a far emergere eventuali problemi e ad affrontarli in piena trasparenza e con il massimo di tutela delle popolazioni.

    PRESIDENTE. L’onorevole Bonelli, cofirmatario dell’interrogazione, ha facoltà di replicare.

    ANGELO BONELLI. (Verdi).
    Signor Ministro, voglio dirle con franchezza che, per quanto riguarda la prima parte del suo intervento, noi riteniamo che in questo Paese, se si vuole fare un’adeguata e seria politica di lotta ai cambiamenti climatici, non può esserci spazio per il carbone. La possibilità di avere nuovi impianti di carbone non può esserci, anche nell’ambito della riduzione di 14 milioni di tonnellate di CO2. Lei sa bene che, per ogni 1.000 megawatt di carbone bruciato, vengono emessi 5 milioni di tonnellate di CO2. Penso che, da questo punto di vista, sia giunto il momento di aprire una verifica sulle questioni della politica energetica, anche all’interno della stessa maggioranza.
    La questione della lotta ai cambiamenti climatici deve essere ovviamente una priorità dell’azione del Governo. Per quanto riguarda, invece, la questione della centrale a carbone di Civitavecchia, attendiamo l’esito della valutazione tecnica che il suo Ministero sta compiendo in relazione alla lettera del Ministero dell’ambiente, che le è stata inviata.
    Voglio, però, ricordare che nessuno chiede discrezionalità, perché ovviamente siamo tutti dalla parte del rispetto delle procedure amministrative, del diritto e della certezza del diritto. Ricordiamo, tuttavia, che le indagini epidemiologiche in quell’area indicano un aumento della morbosità tumorale senza precedenti.
    Facciamo anche riferimento alla procedura della valutazione di impatto ambientale, che è incompleta. Sempre dal punto di vista procedurale, la realizzazione delle varianti sostanziali dell’area debbono essere anch’esse sottoposte a valutazione di impatto ambientale.
    Concludo, signor Ministro, ricordando la possibilità di utilizzare un altro combustibile: lo stesso studio preliminare di valutazione ambientale afferma che la struttura in realizzazione, dal punto di vista tecnico, è confacente, coerente e compatibile per accogliere un combustibile come il gas.

  29. Tempi lunghi e Buxelles non si esprime.

    Preoccupazioni alla Regione e tra i sindacati per la mancanza di richieste d’acquisto della miniera di Nuraxi Figus Carbosulcis, troppo nodi da sciogliere

    Un rebus i fondi comunitari e i vincoli ambientali

    La concessione trentennale per la gestione della miniera Carbosulcis e la costruzione della centrale a carbone da 600 megawatt ha un valore stimato di 2 miliardi di euro e viene indicata come la soluzione definitiva al caro-energia che strozza le fabbriche di Portovesme. Eppure alla Regione venerdì mattina non è pervenuta nessuna busta: zero offerte e progetti dalle quattro aziende rimaste in corsa. Se non è un de profundis per l’intero progetto, lo è di sicuro per questo bando e per le perplessità che non è stato in grado di chiarire. primo allarmeIl primo campanello d’allarme suona ad aprile: le aziende dovrebbero presentare le offerte, invece chiedono una proroga e il termine slitta al 15 giugno. Non sono due mesi facili: i dubbi e le incertezze si acutizzano. Primo fra tutti il tormentone Cip 6, ossia milioni di euro di contributi per incentivare la produzione energetica da fonti rinnovabili o assimilate. Il Cip 6 sarà applicabile anche all’energia prodotta dal carbone Sulcis? Il governo italiano ha detto di sì, ma ha chiesto a Bruxelles di esprimersi nel merito e ancora si aspetta la risposta. Un’incertezza non di poco conto e che, a quanto pare di capire, per tutte le aziende in gara fa la differenza tra voler essere della partita o tirarsene fuori. le bonificheAltro problemino spinoso in cerca di soluzione è quello della caratterizzazione e delle bonifiche: il ministro all’Ambiente Pecoraro Scanio ha sottolineato che, fino a quando non si procederà alla messa in sicurezza della falda acquifera inquinata (con la costruzione di un muro che dovrebbe impedirne l’avanzata verso il mare) non si potrà dare il via libera a nessuna nuova opera a Portovesme. Che tempi ci si dovrebbe aspettare per le autorizzazioni alla nuova centrale? E ancora, a carico di chi sarebbe la caratterizzazione e la bonifica del sito su cui si dovrebbe costruire il nuovo impianto? Le domande non sono poche, anzi sono troppe e di grande portata. Il risultato è il deserto di progetti ed offerte che si è manifestato l’altro ieri. la RegioneIn Regione si respira amarezza per l’esito della gara. «Ovviamente c’è delusione – dice Francesco Sanna, consigliere della Margherita – avremmo preferito una manifestazione di impegno da parte delle aziende. Ora abbiamo il dovere di cercare altre soluzioni per dar corso al progetto integrato e ci sono diverse strade per farlo: una sarebbe la negoziazione diretta, per cui sarebbe sufficiente una semplice lettera di invito; l’altra ipotesi è quella di fare un nuovo bando di gara, con nuove condizioni e sempre con la formula della negoziazione. Sappiamo che esistono delle criticità e proporrò che la loro soluzione venga inserita nell’intesa Stato-Regione. Ma il vero rammarico è che le energivore di Portovesme non abbiano presentato le offerte: la costruzione della centrale è un pezzo fondamentale della legge 80, è evidente che senza soluzione strutturale il discorso tariffe energetiche è debolissimo». i sindacati«Le perplessità erano note da tempo e purtroppo non hanno ricevuto risposte adeguate – dice Mario Crò, segretario provinciale della Uil – adesso sarà necessario correggere la rotta perché non possiamo rinunciare a questo progetto. Certo che con il bando di Carbosulcis andato deserto abbiamo un argomento in più di cui discutere con il governo. Personalmente non sono d’accordo con chi vorrebbe cancellare il sit-in del 26 giugno: i problemi che dobbiamo affrontare sono troppo gravi, è necessario che il sindacato si riappropri della sua funzione». le domandeSulle sorti del progetto integrato, la Cisl chiede chiarezza al Governo: «E’ positivo che ci sia un incontro in vista – dice Fabio Enne, responsabile Industria – ma deve servire a dare risposte una volta per tutte. Non vogliamo pensare che lo scopo dell’incontro sia solo quello di smobilitare l’iniziativa del 26 organizzata da Cgil, Cisl e Uil». Antonella Pani

    L?unione Sarda del 17.06.07

  30. Carbone, avanti tutta ? e della nostra salute e del clima chissenefrega !

    Carbosulcis, avanti anche da soli?
    Regione e sindacati a Roma ma prima l’intesa con Enel sull’eolico

    di Marco Murgia – L?altra Voce 23 giugno 2007

    Una trattativa privata per la Carbosulcis, la probabile sottoscrizione dell’intesa fra la Regione e l’Enel sull’eolico per i primi giorni di luglio e l’annuncio del prossimo bando per il porto e la cantieristica di Sant’Antioco. Sono i risultati del vertice di ieri fra il presidente Renato Soru, l’assessore dell’industria Concetta Rau e i rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl e Uil in vista dell’incontro a Roma con il sottosegretario della presidenza del Consiglio dei ministri, Enrico Letta. Si lavora, in pratica, per trovare un documento unitario sulla vertenza industria da sottoporre all’attenzione del governo.

    Le idee sono tutte collegate fra loro: il rilancio del carbone e l’utilizzo dell’eolico (in maniera controllata: l’accordo si ferma ai 300 megawatt) per la produzione di energia da immettere in rete in cambio di tariffe agevolate per le industrie energivore isolane. Obiettivo comune di Regione e sindacati, che a Roma il 10 luglio faranno fronte comune. Anche se i distinguo non mancano. Sul carbone, ad esempio. Andata a vuoto l’asta internazionale per la Carbosulcis, il percorso della Regione è chiaro e condiviso dai sindacati, che però vanno avanti con il freno a mano tirato: in particolare la Cisl, che non nasconde la «preoccupazione per il futuro della miniera».

    Qual è la strada intrapresa dalla Regione? La ribadisce Soru: «In questi anni la Giunta non si è smarrita in inutili discussioni ma ha individuato alcuni percorsi tra cui l’apertura della miniera della Carbosulcis: la miniera non ha licenziato, anzi: ha portato avanti un processo di turn-over» con il ricambio generazionale.

    Resta il bando per la gestione, andato deserto. La via è una sola, ma anche Roma deve fare la sua parte: «Spero che il Governo si presenti con un unico punto di vista: in quel caso la Regione si farà carico di portare avanti una trattativa privata». In pratica, spiega Soru, viale Trento continuerebbe ad accollarsi la gestione della miniera in cambio di tempi certi sulla durata della trattativa: la disponibilità c’è tutta, «come già dimostrato mantenendo più a lungo del previsto il rischio Carbosulcis. La nostra disponibilità è piena nel togliergli questo costo, ed è piena anche nel caso che ci sia bisogno di un intervento della Sfirs».

    Una presa di posizione ben accolta dai sindacati. «Prima di tutto», dice il segretario Cgil per il Sulcis Marco Grecu, «c’è l’impegno della Giunta a riconvocare le aziende che avevano inizialmente risposto al bando, per capire quali siano le reali intenzioni. Intanto, sino all’insediamento della nuova gestione, la miniera resterà alla Regione».

    Più tiepida la Cisl, con l’avvertenza che questa soluzione tampone dovrà avere tempi certi: ferma la preoccuapzione per l’asta andata deserta, «è chiaro che la Regione ha in mente un percorso che non sappiamo quanto potrebbe andare avanti», dice il responsabile per il comparto industriale Giovanni Matta. In sostanza, bene il paracadute purché si sappia quando si toccherà terra: «La nostra priorità è evitare il rischio di ripercorrere gli errori che si sono fatti negli ultimi dieci anni; in questo lungo periodo abbiamo avuto una perdita di risorse, anche economiche, importante: chiediamo misura concrete per la stabilità occupazionale di quell’area e soluzioni più appropriate per garantire il futuro alla miniera».

    Non c’è più tempo da perdere, sostiene Matta: «Bisogna portare la questione Carbosulcis a Roma, al tavolo con il governo: anche perché proprio la miniera faceva parte integrante dell’articolo 11 della legge 80/2005, quella sulla competitività. Si parlava dell’asta internazionale per il rilancio del carbone, e le ultime notizie in questo senso non sono certo buone».

    Ecco perché è confermato l’appuntamento per martedì, con i lavoratori dei diversi poli industriali sardi davanti al Consiglio regionale. Un sit-in targato solo Cisl: «A maggior ragione, ora speriamo che anche gli altri sindacati aderiscano per rafforzare la portata delle richieste da presentare a Roma il 10 luglio: chiederemo di integrare la proposta della Regione per l’accordo di programma quadro sulle attività produttive con uno specifico intervento del governo».
    L’auspicio di Cgil, Cisl e Uil è che quello romano sia un incontro definitivo e non interlocutorio. Fra le richieste dei sindacati quella di un parere ufficiale del governo nazionale in merito alla disponibilità di fondi per le infrastrutture, anche alla luce della discordanza di voci tra alcuni ministeri.

    Anche sul versante eolico la Regione si muove. La Giunta non ha mai fatto mistero di guardare al vento come fonte di energia da sfruttare ma senza cedere alle speculazioni. Pronta l’intesa bilaterale con l’Enel, che fisserà a 300 Mw il limite massimo di produzione. Manca la sottoscrizione dell’accordo: dovrebbe arrivare prima della missione a Roma, probabilmente il 5 luglio.

    Come la pensi il presidente Soru è noto: «Con la legge finanziaria è stata fatta un’ottima cosa: si è sottrato l’eolico alla speculazione privata». Guadagnandoci dal punto di vista ambientale e senza per questo perdere da quello economico: «Trecento megawatt di eolico vogliono dire oltre 200 milioni di euro di fatturato all’anno, con grande margine di profitto: possono essere al servizio delle imprese energivore della Sardegna».

    Ci tiene a puntualizzarlo, il presidente, con un ragionamento che suona come un’apertura: «È come dire: c’è un’àncora forte per queste imprese energivore se non bastasse il Cip6. Se il sistema delle imprese – Alcoa o Portovesme – dovesse dire che l’eolico risolve strutturalmente la loro posizione in Sardegna; o se per assurdo la centrale non si dovesse più fare; e se l’Unione europea non si pronuncia sulla concessione delle tariffe agevolate, allora c’è l’eolico che ci è servito fino a oggi e che potrebbe servirci definitivamente con una dimensione molto più ampia, messa in capo direttamente all’industria energivora».

    Al termine dell’incontro, poi, Soru e Rau (che nel pomeriggio era a Oristano per il primo di una serie di incontri sullo sviluppo locale) hanno dato l’annuncio sull’imminente uscita del bando per il porto di Sant’Antioco e tutto l’indotto legato all’industria cantieristica: una nuova boccata di ossigeno per il Sulcis.

  31. Carbone ? L?On. Pili difende la politica energetica della Regione !?

    «Il governo cancella il carbone del Sulcis»
    Mauro Pili (Fi) presenta un?interrogazione

    La Nuova Sardegna 29 Giugno 2007

    CAGLIARI. «Il governo sottobanco si prepara a cancellare definitivamente il carbone Sulcis, e continua a snobbare il metanodotto sardo». Ne è convinto il deputato di forza Italia, Mauro Pili, che sull?argomento ha presentato un?interrogazione al presidente del Consiglio Romano Prodi, ai ministri all?Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio e dello Sviluppo economico Pier Luigi Bersani.
    «Ieri, nel corso della seduta pomeridiana alla Camera», dice Pili «il ministro all?Ambiente ha proposto che le quote di riduzione siano sottratte al carbone, perchè a parità di produzione energetica è il combustibile più inquinante».
    «E? poi previsto un taglio nell?uso del Cip6», aggiunge Pili, in riferimento al provvedimento del Comitato interministeriale prezzi con cui l?Enel garantisce l?acquisto a prezzi incentivati dell?energia prodotta da fonti rinnovabili o da fonti assimilate, «per le centrali elettriche in costruzione e per le attività in svolgimento».
    Con queste premesse, secondo il deputato di Fi, «si cancella la nuova centrale del progetto Carbosulcis», che prevede l?attività integrata di estrazione mineraria e produzione di energia elettrica: il carbone è estratto dalla miniera di Nuraxi Figus e l?energia elettrica prodotta in una nuova centrale da realizzare a Portovesme.
    «E? semplicemente offensivo che il governo abbia proposto la cancellazione del carbone dal sistema energetico», continua il parlamentare, «e lo faccia prima dell?incontro con la regione sarda e i sindacati previsto per il 10 luglio».
    Altro tema affrontato da Pili è il metanodotto sardo algerino,che dovrebbe finalemente garantire l?introduzione
    del gas in Sardegna. «Il ministromper le attività produttive », dice l?ex presidente della Regione, «aveva annunciato per la fine dello scorso anno un accordo con il governo algerino per l?avvio del progetto.
    Ad oggi non solo il governo continua a ignorare l?argomento, ma sembra più interessato al fronte russo di approvvigionamento del metano».

  32. Carbone più efficiente, non più pulito

    Ma oltre ai problemi ambientali

    va considerata l’insostenibilità finanziaria

    di Salvo La costa – L’Altra Voce.it 15 Agosto 2007

    Il dibattito sulla politica energetica regionale è ciclicamente interessato da infinite discussioni sul tema del carbone e del suo uso. I temi principali del dibattito sono due e spesso collegati tra loro: l’opportunità della riapertura delle miniere del Sulcis e insieme i riflessi ambientali del rinnovato utilizzo del carbone per la produzione termoelettrica. Cominciamo da quest’ultimo punto.

    Anche di recente il presidente Soru ha annunciato di voler perseguire una politica regionale che, rispetto al tema delle fonti da utilizzare, veda partire il collegamento GALSI per il gas naturale, consideri con attenzione le rinnovabili (eolico ed anche fotovoltaico) e abbia anche un spazio significativo per il carbone. Anzi no: per il carbone “pulito”.

    Su quest’aggettivo si discute molto sull’Isola ed è forse venuto il momento di fare un po’ di chiarezza sui termini. Che cos’è il carbone “pulito”? Se ne parla nell’ambito del dibattito e delle politiche sui cambiamenti climatici. Ogni valutazione, e quindi anche questa, viene riferita al carbone (e dunque al carbonio) all’interno del dibattito sull’effetto serra. Vengono esclusi da questi ragionamenti quelli relativi agli inquinanti locali e dunque agli impatti diretti sul territorio. Atteniamoci a questa tassonomia.

    Chi sostiene che il termine “carbone pulito” sia un ossimoro imbarazzante ricorda che il carbone è una fonte fossile e in quanto tale emette carbonio durante la combustione e, fra le fonti fossili (petrolio, gas naturale e appunto carbone), è quello che nel processo di combustione, a parità di altre condizioni, emette più carbonio per unità di energia utile. È importante sottolineare i termini nel processo di combustione, poiché esistono molte valutazioni sulle emissioni delle varie fonti fossili se considerate a ciclo intero.

    Coloro che sostengono invece la tesi del carbone “pulito” affrontano diversi aspetti insieme e, onestamente, non è sempre facile sbrogliare la matassa. Il concetto centrale da comprendere, se vogliamo cominciare a capirne un pochino, è quello di efficienza, ovvero quanta energia (elettrica) produco con una data quantità di carbone.

    Facciamo un esempio molto semplice con numeri assolutamente di comodo utili per l’esposizione. Supponiamo che un impianto di vecchia generazione produca un MWh per ogni quintale di carbone combusto. La combustione di questo quintale di carbone comporta l’emissione di un chilo di carbonio.

    Oggi, con una nuova tecnologia, con lo stesso quintale di carbone (che combusto corrisponde sempre a un chilo di carbonio) si potrebbero generare due MWh. Si comprende bene la differenza: il carbone, in quanto tale, non diventa più pulito ma lo usiamo meglio, e in modo più efficiente; prima producevamo un chilo di carbonio e oggi pure, ma produciamo il doppio dell’elettricità.

    Si può definire questo un uso “pulito” del carbone? Dubito. Certo, ne stiamo facendo un uso più efficiente e i nuovi impianti faranno crescere sempre di più l’efficienza. Tuttavia non puliamo il carbone rendendone l’uso più efficiente.

    Queste riflessioni rinforzano l’idea che il carbone non sia affatto pulito e che dunque le emissioni di anidride carbonica della Sardegna, se si procederà con i piani annunciati, peggioreranno nel tempo.

    Tuttavia quando si discute di sostenibilità ambientale relativamente alla nuova partenza del carbone nel Sulcis viene spesso opposto il tema della sostenibilità sociale. Si sostiene che il tema ambientale è noto e anche condivisibile, ma «in quell’area c’è un’emergenza occupazionale». E la politica se ne deve preoccupare.

    Chiariti quindi i termini della questione del carbone “pulito”, veniamo al bando di gara per l’assegnazione della concessione integrata per la gestione della miniera carbonifera del Sulcis. Il bando prevede oltre alla concessione della miniera, la realizzazione e la gestione di un impianto per la produzione dell’energia elettrica piuttosto sofisticato (il bando recita “gassificazione, ciclo supercritico o altro equivalente”). Si dovrà tornare a questo dibattito quando il bando avanzerà e le realizzazioni previste non saranno solo carta.

    E la sostenibilità finanziaria?

    Per oggi limitiamoci a ricordare quello che domenica 20 ottobre 1996 ebbe a scrivere sull’argomento sul Corriere della Sera il prof. Alessandro Penati. L’articolo ebbe una certa risonanza sia in Sardegna che sulla stampa nazionale nei giorni successivi.

    Nell’articolo, in verità assai pungente, veniva ricostruita con dovizia di dettagli la lunga sequenza dei contributi pubblici a vario titolo concessi alle miniere. Già da allora la situazione era molto critica: i soli sussidi a fondo perduto concessi dallo Stato nel decennio 1985-1995 avevano superato i novecento miliardi di lire. Cui andrebbero aggiunti, per completezza, gli interventi diretti dell’Eni (250 miliardi nel 1985), i contributi concessi dalla Regione Sardegna e l’impegno dell’Enel – deciso dal Governo di allora – ad acquistare l’energia elettrica prodotta, con parziale utilizzo del carbone estratto dal Sulcis, a un prezzo di oltre il cento per cento superiore al normale costo di produzione dell’impresa elettrica allora nazionale.

    Fate due conti: se la scelta di allora fosse stata quella di concedere ad ognuno dei 900 dipendenti un miliardo di lire, questi avrebbero potuto godere per vent’anni di una rendita mensile di circa 1500 euro, accrescendo a fine periodo il capitale in termini reali di circa il 20%. Sarebbero partiti con un miliardo, avrebbero preso circa 1500 euro al mese, e dopo vent’anni avrebbero avuto in termini reali l’equivalente di un miliardo e duecento milioni di lire.

    Quando parliamo del Sulcis, del nuovo intervento e del suo futuro, potremmo anche considerare i temi della sostenibilità finanziaria?

    (questo articolo è stato pubblicato su http://www.insardegna.eu)

  33. Dossier carbone. Meglio il carbone, per abbattere i costi delle imprese si può ben aumentare anche la produzione di CO2.

    «L’isola vuole il metano? Meglio il carbone»

    Da L’Unione Sarda 17/10/2007

    Non crede nel metano. E tanto meno ha fiducia nel gasdotto che collegherà l’Algeria all’Italia attraverso l’isola. Davide Tabarelli, numero uno della società di ricerca Nomisma Energia, parla fuori dai denti. «Non vedo grandi benefici economici per la Sardegna dal progetto che verrà realizzato dal consorzio Galsi. La Regione dovrebbe scommettere sul gpl, o meglio ancora sul carbone». Tabarelli è chiaro: per abbattere i costi a carico delle imprese, bisognerebbe produrre energia dal minerale. «Il Sulcis e Fiume Santo hanno grandi potenzialità, ma vanno sfruttate a dovere». A maggior ragione «in una fase in cui il prezzo del petrolio, che si riflette sul caro-gas, sta valicando vette sempre più elevate».

    Il greggio viaggia a 87 dollari al barile: quali sono le ripercussioni in Italia e nell’isola?

    «Se la tendenza dovesse essere confermata nel prossimo mese e mezzo, e le quotazioni del barile dovessero rimanere sui livelli attuali, nel prossimo aggiornamento di gennaio-marzo 2008, si registrerebbe un aumento del costo del metano del 2,6% a 69,55 centesimi di euro a metro cubo, con un incremento della spesa per la famiglia tipo – 1.400 metri cubi in un anno – di 28 euro su base annua. Anche la spesa per il gpl – utilizzato in Sardegna – aumenterà attorno al 2%».

    Per l’elettricità, invece?

    «Il rincaro potrebbe attestarsi all’1,9% con il costo del chilowattora che salirebbe a 16,21 centesimi e la spesa annua della stessa famiglia (225 chilowatt consumati in un mese) crescerebbe di 8 euro».

    Perché pensa che il carbone sia la carta vincente per la Sardegna?

    «Perché costa un terzo in meno rispetto al gas. E perché è presente nell’isola».

    E l’impatto ambientale?

    «Si può ridurre. L’anidride carbonica può essere “catturata” con la gassificazione. La tecnologia è nota: la Saras la applica per smaltire gli scarti della raffinazione».

    In Sardegna il metano dovrebbe arrivare nei prossimi anni con il gasdotto del Galsi. La sua assenza, oggi, è un vantaggio?

    «Non direi. Anche il gpl è influenzato dal petrolio, essendo un suo derivato. Credo però che il metanodotto non porterà i risparmi attesi».

    Come mai?

    «Il metano arriverà dall’Algeria grazie a un’infrastruttura che attraverso l’isola va poi in Italia. L’opera ha un costo che necessariamente inciderà sul prezzo finale del prodotto. Il metano costa 25 centesimi al metro cubo. Col Galsi si arriverebbe ad almeno due centesimi in più».

    Quali sono le alternative?

    «Sarebbe più semplice che la Regione facesse accordi con la Saras o con altri operatori nel Mediterraneo per garantire la fornitura del gpl ai sardi».

    Il gpl costa meno del metano?

    «Al netto delle tasse, sì: siamo attorno ai 20 centesimi al metro cubo. Purtroppo l’imposizione fiscale è alta: incide per un 30% sul costo finale. Ecco perché la vera soluzione per la Sardegna è il carbone».

    In questi giorni, però, oltre alle quotazioni del petrolio, stanno volando anche quelle del carbone: 100 dollari a tonnellata (+50% nell’ultimo mese).

    «Dipende dalla forte domanda dei Paesi asiatici. Ma il risultato non cambia: con il carbone si risparmia».

    LANFRANCO OLIVIERI

  34. Carbone – Quello che Tabarelli non dice è che la Saras invece di pagare per lo smaltimento dei residui viene pagata dai cittadini con l’addizionale in bolletta (grazie ai CIP6) che riconosce all’energia prodotta tariffe incentivate e che per lo stesso motivo il carbone ridiventa industrialmente interessante. Ma la Comunità Europea, giustamente, ha detto che bisogna eliminare la “truffa” che riconosceva anche alle fonti “assimilate” gli incentivi. Il governo dovrebbe finalmente corregere l’obrobrio in finanziaria. Tabarelli non dice anche che le quote in eccesso di CO2 si pagano, e le paga lo stato, ossia sempre i cittadini.

  35. Dossier carbone. Soru chiede i certificati Cip6 per il carbone sardo e Greenpeace lo bacchetta…

    Da Greenpeace 23/11/2007

    Soru fa il cattivo. E Greenpeace gli porta il carbone

    Azione di Greenpeace a Cagliari contro la politica energetica della Regione Sardegna

    23 Novembre 2007

    Attivisti di Greenpeace in azione in Sardegna per chiedere a Soru di rinunciare al carbone e sbloccare l’eolico sull’isola.

    Consegna a domicilio inattesa per Soru: questa mattina, all’alba, gli attivisti di Greenpeace sono entrati in azione e hanno scaricato sacchi di carbone davanti al palazzo della Regione, aprendo uno striscione per ricordare al Governatore che il carbone uccide il clima. E che l’Italia ha bisogno dell’eolico sardo.

    Alcuni climber, saliti sul tetto dell’edificio per aprire uno striscione più grande ? “No carbone. Soru facci girare le pale” ? sono stati bloccati dalle forze dell’ordine. Lo striscione è stato comunque affisso sulla nave di Greenpeace, la Arctic Sunrise, che da ieri si trova nel porto di Cagliari e, domani, sarà aperta al pubblico, per le visite.

    Greenpeace denuncia la politica energetica di Renato Soru, che dimentica l’eolico e punta tutto sul carbone del Sulcis.

    Bloccare l’eolico e promuovere il carbone nell’isola è un crimine contro il Pianeta, paragonabile alla decisione dell’amministrazione Bush di non ratificare Kyoto: con questa politica, si raddoppieranno infatti le emissioni regionali di gas serra, andando contro gli obiettivi nazionali di Kyoto e contro il nuovo obiettivo europeo per la riduzione delle emissioni al 2020.

    Soru ha anche chiesto che i contributi CIP6 per le fonti rinnovabili vengano dati al carbone nel Sulcis, aggiungendo in questo modo l’ennesimo tassello allo scandalo delle assimilate denunciato anche da Beppe Grillo.

    La Sardegna è la regione italiana più ventosa: bloccare l’eolico qui significa compromettere lo sviluppo delle rinnovabili in tutta Italia. Entro il 2012 la Sardegna potrebbe trarre dal vento la metà dell’energia elettrica di cui ha bisogno, raggiungendo la tanto auspicata indipendenza energetica. Per fare questo basterebbe solo il 3 per cento del territorio sardo.

    Da un recente sondaggio condotto da ANEV e Greenpeace, risulta che il 90 per cento dei Sardi non è contrario all’eolico, e il 60 per cento pensa che l’eolico sia un’opportunità positiva per la Sardegna. Greenpeace chiede Soru di prendere atto della volontà dei suoi elettori: occorre aprire all’eolico e rinunciare al carbone.

    Guarda il video sull’eolico in

    Gli italiani e l’eolico. Un’indagine di Greenpeace e Anev

    14 Giugno 2007

    Questo documento è una sintesi dei risultato dell’indagine demoscopica promossa da Greenpeace e Anev – Associazione Italiana Energia del Vento – per misurare il gradimento dell’energia eolica in Italia. L’indagine ha coinvolto un campione di 800 italiani, con uno specifico approfondimento dedicato alla Sardegna. In Sardegna – la regione più ventosa d’Italia e una delle più ventose d’Europa – l’Amministrazione locale intende bloccare la diffusione dell’eolico.

  36. Dossier Carbone – Insomma i benefici sulle tariffe energetiche per le industrie private li dobbiamo pagare noi cittadini con le nostre bollette elettriche.

    Il futuro delle miniere del Sulcis nelle mani dell’Unione europea [Regione] – La Nuova Sardegna 24 Novembre 2007

    IGLESIAS. La partita si gioca a Bruxelles: entro dicembre l’Unione europea dovrà deliberare in positivo o negativo l’assegnazione dei benefici sulle tariffe alle industrie grandi consumatrici di energia ma soprattutto sancire o no la validità del cosiddetto Cip6, ovvero il riconoscimento di aiuti finanziari pubblici alle imprese che utilizzeranno il carbone per la produzione di energia.

    Qui sta l’inghippo del processo di privatizzazione voluto dalla Regione e avviato con la ripresa dell’attività estrattiva nella miniera di Nuraxi Figus celebrata il 4 dicembre 2006. Il progetto integrato carbone-energia ha acceso i motori ma non ha percorso molta strada. In concomitanza partirono gli inviti ai competitor internazionali per l’aggiudicazione della gara. Le incertezze ancora corpose non hanno tuttavia scoraggiato, finora, gli aspiranti acquirenti, la Glencore-Endesa, Alcoa, Enel-Amc-Dmt. Le multinazionali non hanno finora revocato il proprio interesse ma restano alla porta in attesa di Bruxelles.

    L’attività della miniera intanto procede, ci sono state anche le prime assunzioni promesse all’avvio. E altre arriveranno. Il lavoro andrà comunque avanti per altri due anni. La riapertura è stata assicurata dal contratto triennale di fornitura all’Enel per un milione e centomila tonnellate di combustibile, il tempo necessario per completare la gara internazionale (si prevedeva di poter chiudere la vicenda con successo entro il 2007) e permettere contestualmente all’acquirente di realizzare la centrale per la produzione di energia elettrica che dovrebbe essere destinata in parte alle esigenze delle fabbriche di Portovesme e in parte consistente immessa nel mercato. (gpm)

  37. Dossier carbone: Appello del ministro Bersani “Salvate il carbone del Sulcis”. Evindentemente il ministro ha un debole per tutto quello che brucia…

    L’UNIONE SARDA – Economia: Bersani: «Salvate il carbone Sulcis» 29.11.2007

    Il ministro dello Sviluppo economico all’Unione europea

    La soluzione del problema dell’alto costo dell’energia che penalizza le industrie di Portovesme passa attraverso la valorizzazione del carbone Sulcis. Lo ha ribadito il ministro dello Sviluppo economico Pierluigi Bersani alla Commissione europea. «Salvate il carbone Sulcis». Pierluigi Bersani, ministro per lo Sviluppo economico scrive alla Commissione europea per caldeggiare il via libero al progetto integrato che, attraverso la realizzazione di una centrale termoelettrica da alimentare con il carbone Sulcis, possa risolvere il problema dei costi energetici che rischia di affossare le grandi industrie metallurgiche del polo di Portovesme. LA RISPOSTA La lettera partita alcune settimane fa dalla direzione generale del ministero con destinazione Bruxelles rappresenta la risposta del Governo ai chiarimenti chiesti dalla Commissione europea sulla delicata partita delle tariffe elettriche differenziate. Insomma la Ue vuole capire se il Sulcis ha buone ragioni per chiedere sconti tariffari consistenti e, soprattutto se in cantiere ci sono realmente quelle soluzioni ?strutturali? che la stessa Unione europea aveva posto come condizione imprescindibile per la concessione (come è avvenuto) di sconti tariffari per un periodo limitato di tempo. Ebbene il titolare del discastero dello Sviluppo economico indica tre fattori determinanti per alleggerire la dipendenza energetica dell’Isola. Il primo è la realizzazione del nuovo Sacoi, l’elettrodotto sottomarino che dovrà collegare la Sardegna alla Toscana passando attraverso la Corsica. Il secondo grande progetto è il Galsi, il gasdotto che convoglierà nella Sardegna il metano algerino (due miliardi di metri cubi a disposizione dell’Isola entro il 2012). La terza risorsa è rappresentata dal carbone Sulcis da impiegare come combustibile per alimentare una centrale termoelettrica che garantirebbe (grazie alle moderne tecnologie) un bassissimo impatto ambientale. IL CARBONE Ebbene, nei piani del Governo non c’è sicuramente l’intenzione di abbandonare il carbone Sulcis. Al contrario si sollecita la Commissione europea a sciogliere il nodo del Cip 6, riconoscendo al progetto integrato miniera-centrale a carbone, gli incentivi (già concessi nel 1994) previsti per le fonte energetiche assimilate alle rinnnovabili. Il ministro Bersani fa rimarcare che, a prescindere dalla tecnologia applicata (si dovrebbe passare dalla gassificazione alle caldaie supercritiche), il progetto non si discosta da quello originale, anche perché la produzione carbonifera verrebbe interamente utilizzata per generare energia elettrica. Peraltro si fa rilevare alla Commissione europea che la conferma dei benefici previsti nel Cip 6 incide in maniera determinante sulla possibilità di cedere a società private la concessione integrata miniera-centrale. La realizzazione della stessa centrale (dovrebbe entrare in esercizio nel 2013) sarebbe peraltro determinante per realizzare la soluzione ?strutturale? del problema del caro energia auspicata dalla stessa Commissione. BRUXELLES La palla ora è ritornata a Bruxelles, ma c’è un certo ottimismo sulla possibilità che arrivi il via libera della Commissione europea. Il sottosegretario all’Economia Antonangelo Casula spiega, infatti, che secondo l’interpretazione data dal Governo, l’applicazione del Cip 6 al progetto integrato carbone centrale «deve essere intesa come un sostegno all’attività delle miniere, una pratica peraltro abbondantemente applicata sempre per l’attività mineraria in Germania». Non basta. Secondo Casula non affrontare alla radice (quindi con una soluzione strutturale) il problema del caro energia potrebbe mettere fuori mercato aziende come quella dell’Alluminio o del Piombo-zinco «innescando processi di delocalizzazione, con il rischio che produzioni strategiche vadano via dall’Europa per trasferirsi in Paesi che offrono condizioni decisamente più vantaggiose». SANDRO MANTEGA

  38. Dossier carbone. Perchè il carbone deve far rima con sviluppo, e con Cip6…???

    L’UNIONE SARDA – Cronache : «Nessuno sviluppo se si abbandona il carbone Sulcis» 03.12.2007

    «Il carbone è l’unica possibilità di consolidamento e sviluppo del territorio, e l’unico strumento per risolvere il problema energetico». In giorni di aspre polemiche sull’utilizzo dell’oro nero del Sulcis, la Femca-Cisl con il segretario regionale Giovanni Basciu e il segretario provinciale Fabio Enne difende a spada tratta il carbone del giacimento sulcitano che dovrebbe essere utilizzato, per alimentare la futura centrale termoelettrica. «Non meraviglia che nel Governo il ministro Bersani sia costretto in modo continuo a smentire il ministro dell’Ambiente Pecoraro Scanio rispetto all’opportunità o meno di sfruttare il carbone e sull’applicazione del Cip 6 – si legge in un comunicato – ma ci fa senso sentire campane stonate che fino a poco tempo fa, impegnate diversamente a livello imprenditoriale e politico, esprimono pareri e posizioni sconvolgenti, senza nessuna logica e assolutamente contrapposte a quelle palesate in tanti anni, quando forse gli interessi erano differenti». È da dicembre 2003, quando organizzazioni sindacali e Governo firmarono un accordo parte integrante dell’accordo di programma sulla chimica, che la soluzione del caro-energia è legata allo sfruttamento del carbone Sulcis. È quella, infatti, la famosa soluzione strutturale auspicata dall’Unione europea, anzi imposta da Bruxelles in grado di decretare la fine di tutti i problemi energetici per le fabbriche energivore di Portovesme. Una soluzione che, a distanza di quattro anni da quell’accordo, è rimasta sulla carta. «Il problema continua ad essere irrisolto – scrive la Femca-Cisl – e ancora oggi la Carbosulcis non può sfruttare le proprie potenzialità perché nessun Governo è riuscito a concretizzare le promesse spese finora. Eppure tutti sanno che le nuove tecnologie permettono di sfruttare il carbone per la produzione di energia con un impatto ambientale ormai assolutamente minimo. Solo nella nostra Isola figure poco lineari e contraddittorie riescono a demonizzare questa risorsa importantissima». La concessione mineraria integrata ”carbone-miniera-centrale” è stata al centro, lo scorso anno, di un’asta internazionale con la quale la Regione (unica azionista della Carbosulcis) si proponeva di cedere le concessioni minerarie del Sulcis a una società o un gruppo privato in grado di rilanciare la produzione di carbone per alimentare una centrale termoelettrica con la quale approvvigionare le industrie di Portovesme con energia a basso costo. Il bando si è concluso con un clamoroso flop perché nessuna delle aziende interessate ha presentato un’offerta. Tra le principali garanzie chieste dalle aziende, l’applicazione del Cip 6, che ancora oggi resta un autentico mistero in quanto non si sa ancora se chi si aggiudicherà la concessione, potrà contare su quelle importanti agevolazioni. ANTONELLA PANI

  39. Dossier carbone – Carbosulcis, tempi più lunghi

    Giuseppe Centore – LA NUOVA SARDEGNA 13.02.2008

    Forse si dovranno modificare alcune parti del bando

    IGLESIAS. Non sarà stata una vera e propria bacchettata sulle dita, ma certo la richiesta di ulteriori informazioni della Direzione generale della Concorrenza alla Regione sul bando di gara per la concessione integrata miniera di carbone+centrale, non ha fatto piacere agli uffici regionali. In assenza di dichiarazioni ufficiali, pur sollecitate, non resta che rifarsi al contenuto della missiva, inviata il 22 gennaio al governo che l’ha poi girata alla Regione.

    Anche lunedì Regione e Governo, si sono visti per trovare le risposte corrette da dare all’Unione Europea. Risposte che sembrano scontate, ma che evidentemente fanno capire quanto profonda sia stata l’assenza di interlocuzione tra Regione e Unione su questo tema nei mesi passati. La lettera nasce dai dubbi che una società interessata all’eolico in Italia ha posto all’Unione sull’utilizzo delle agevolazioni cosiddette del Cip 6 (un incentivo alla produzione di energia da fonti alternative sotto forma di acquisto a prezzo agevolato, più alto del mercato, della energia così prodotta da parte dello Stato).

    Poichè la torta del Cip 6 è definita sino al 2020 in 20 miliardi di euro e Carbosulcis “vale” circa un miliardo di Cip 6, è facilmente intuibile che anche la fetta sarda fa gola a molti. Eliminare un pericoloso, dal loro punto di vista, concorrente può essere un affare. L’Unione europea fa però il suo mestiere, e pur con evidenti schizofrenie (dovute sempre però al peso politico degli stati membri interessati) non può che mettere sotto osservazione anche il bando di gara Carbosulcis. Per adesso non c’è alcuna procedura di infrazione aperta, ma è evidente che tutto dipende dalle risposte che in queste ore Regione e Governo daranno alla Commissione.

    Ecco comunque gli otto punti su cui l’Unione Europea chiede chiarimenti.

    Il primo riguarda i documenti dello stesso bando di gara. La Commissione vuole avere tutti gli atti, anche se la gara era pubblica e il bando era naturalmente internazionale.

    Il secondo è forse quello più ostico. La Commissione chiede di capire come dal Dpr del 1984 che prevedeva la gassificazione del carbone Sulcis si è passati alla legge 80 che non delimita la tecnologia di utilizzo del carbone. E ancora l’Italia può fornire informazioni sui criteri alla base della scelta dei partecipanti la gara? Anche in questo caso la risposta è nello stesso bando: basta avere capacità tecnico-finanziarie adeguate.

    A seguire altre domande più tecniche. In che modo viene erogato il famigerato Cip 6, la legge 80 interviene con nuove agevolazioni o ripete quelle esistenti? E il nuovo progetto che effetti avrà sul mercato? L’attività mineraria a Seruci è conforme alle regole comunitarie? Il bando tiene conto delle nuove regole sugli aiuti di stato a finalità regionale e sulle regole che l’Unione si è data per ridurre le emissioni di anidride carbonica in atmosfera da combustioni fossili come il carbone?

    Insomma, la nota propone diversi piani di lettura. C’è quello nazionale, con la bruttissima legge 80, che però va difesa sino in fondo, dove la strda sembra in salit, quello regionale con le caratteristiche del bando, e quello locale con le capacità tecniche in capo a Carbosulcis. Dei tre piani solo il primo può dare problemi, perché il sistema del Cip 6 (di cui i vertici del ministero dell’economia assicurano la piena disponibilità finanziaria) è una anomalia talmente grande nel panorama europeo da rischiare ogni volta la bocciatura.

    Gli altri piani sono in discesa, visto che il bando sembra essere stato stilato bene dai consulenti romani della Regione e che Carbosulcis ha le carte in regola anche per la cattura della C02. Se ci fossero ulteriori e inaspettati stop da Bruxelles, la Regione avrebbe pronto il piano B. Niente più Cip 6 e concessione integrata, ma un forte sostegno alla estrazione del carbone. L’Unione non potrebbe dire no. Analoghe procedure sono applicate da Germania, Francia Spagna e Polonia. La strada italiana è sicuramente più virtuosa, ma non sempre la correttezza si sposa con la politica.

  40. Ha più senso continuare a Bruciare carbone polacco o oliemulsion?carbone per carbone io preferisco quello sulcis…
    Greenpeace ha fatto una figura davvero misera nel confronto con Soru, tantochè il video del detto confronto pubblicato sul sito e su youtube è stato tagliato, quello completo si può trovare sul sito della regione Sardegna con la ricerca,,,
    è assolutamente falso che l’eolico è stato bloccato in Sardegna, le torri di Macchiareddu lo dimostrano, è stato bloccato solo dove arrecava danni al paesaggio (i monti del limbara si vedono da mezza Sardegna)

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