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Riduciamo la CO2 … a tutto Carbone !

La Comunità Europea impone all?Italia di ridurre l?emissione di CO2, il Ministro dell?Ambiente dichiara che ?? e’ necessario abbandonare modelli di sviluppo arcaici basati sul carbone e sui combustibili fossili.?, intanto a Cagliari viene ospitato il CCT 2007 ?Third International Conference on Clean Coal Technologies for our future? sotto gli auspici dell?Unione Europea e dei Ministeri degli Affari Esteri e dello Sviluppo Economico.

Da ieri convegno internazionale
«Sì al carbone solo se è pulito»
Lanfranco Olivieri ? L?Unione Sarda 15 Maggio 2007

Dieci anni ancora e il carbone produrrà più della metà dell?energia mondiale.
Non hanno dubbi i 250 delegati arrivati ieri a Cagliari da 31 Paesi per partecipare alla terza conferenza internazionale sulle tecnologie pulite del carbone, organizzata da Sotacarbo, Enea e Iea, in collaborazione con Assocarboni.
Gli operatori del settore vedono nel combustibile nero la risposta alla domanda futura di energia. A una condizione, però: è necessario ridurre l?impatto ambientale del minerale.

IL PROGETTO. «La ricerca sta facendo passi da gigante», spiega Mario Porcu, presidente di Sotacarbo, azienda partecipata dalla Regione e dall?Enea:
«Fra dieci anni sarà disponibile la tecnologia per generare energia dal carbone in maniera pulita». Sotacarbo, Ansaldo e Sofinter stanno lavorando a un progetto.
«Presto la Sardegna», continua Porcu, «potrebbe ospitare un polo di sperimentazione aemissione zero». L?obiettivo è realizzare un impianto da 50 megawatt termici (15MW elettrici) che potrebbe trovare sistemazione nel Sulcis. L?anidride carbonica, infatti, verrebbe immagazzinata negli strati profondi delle miniere sarde in disuso. «Per questo progetto servono circa 60 milioni di euro (50% per la costruzione della centrale e 50% per le attività di ricerca)», osserva il presidente di Sotacarbo.
«Il progetto potrebbe essere realizzato in Sardegna, sempreché la Regione abbia un ruolo da protagonista dal punto di vista politico e finanziario».
Secondo Porcu, oltre agli investimenti dei partner privati e ai fondi nazionali e comunitari, la giunta Soru dovrebbe credere nella sperimentazione, «finanziando almeno il 15% del costo complessivo dell?impianto (circa 9 milioni di euro)».
D?altra parte, i tempi per la realizzazione dell?impianto a carbone non saranno brevi: la messa a punto della tecnologia (a Gioia del Colle, in Puglia) durerà 12 mesi, poi si deciderà dove collocare la centrale per la sperimentazione e dopo il 2010 si potrà programmare la produzione su scala commerciale.
Renato Soru, dal canto suo, conferma la volontà della Regione di «mantenere una quota di produzione di energia da carbone ma a bassi costi, emissioni minime e con l?utilizzo del combustibile del Sulcis».

I NUMERI. La fiducia nel progetto da parte delle imprese del settore è massima. Per Andrea Clavarino, presidente di Assocarboni, associazione che raggruppa oltre 80 operatori nazionali e internazionali, «il Belpaese in Europa è all?avanguardia nell?uso di tecnologie pulite nelle centrali a carbone e vanta il maggior numero di impianti con certificazione ambientale europea». L?Italia ha investito oltre 4 miliardi di euro negli ultimi anni, per rendere le centrali a carbone più compatibili con l?ambiente.
L?anno scorso la produzione mondiale del carbone è aumentata del 7%, raggiungendo 5,1 miliardi di tonnellate.
In Europa le importazioni sono cresciute del 7,8%, a 235 milioni di tonnellate.
Il presidente di Assocarboni sottolinea che il carbone si caratterizza, tra l?altro, per competitività nei costi di produzione energetica: 2,18 centesimi per Kwh rispetto ai 5,51 da olio combustibile e 6,34 da gas naturale.

GREENPEACE. Ieri, infine, sono arrivate le contestazioni di Greenpeace al presidente della Giunta:
«Qualcuno spieghi a Soru che il carbone pulito non esiste. Il carbone è il combustibile fossile con le maggiori emissioni di CO2 responsabili del cambiamento climatico, la più grave minaccia globale che l?uomo si trova ad affrontarein questo secolo».

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Cagliari, i risultati di un convegno internazionale
Carbone e ambiente, l?isola guida la ricerca
di Giampaolo Meloni ? La Nuova Sardegna 15 Maggio 2007

CAGLIARI. Sardegna capofila nella ricerca per lo sviluppo di tecnologie pulite del carbone, combustibile al quale il pianeta guarda con attenzione per vincere la scommessa energetica del futuro. Sotacarbo, società della Regione e dell?Enea lavora a due importanti progetti.

Lo scenario di un futuro dominato dalle risorse energetiche derivate dal carbone pulito è stato disegnato all?apertura della terza Conferenza internazionale sulle tecnologie del carbone pulito, alla quale partecipano circa trecento ricercatori da tutto il mondo, riuniti per tre giorni a Cagliari con il supporto di Iea e Assocarboni, l?associazione italiana degli operatori del carbone.
I risultati conseguiti finora grazie alle ?tecnologie pulite? sono significativi, soprattutto in Italia dove sono stati investiti oltre 4 miliardi di euro negli ultimi anni per ?ambientalizzare? le centrali.
Tra i progetti più innovativi il CohyGen, programma di ricerca promosso da Sotacarbo insieme ad Ansaldo Ricerche, Enea e in collaborazione con l?Università di Cagliari, finalizzato allo sviluppo di tecnologie per la produzione e il trattamento dell?idrogeno da carbone, mirato all?ottenimento e all?utilizzo di vettori energetici di alta valenza ambientale.
Inoltre, grazie a una convezione tra l?Università di Cagliari, Sotacarbo e Comune di Carbonia, nella vecchia miniera di Serbariu è nato il più grande polo tecnologico del Sulcis, uno tra i più importanti centri di ricerca avanzata nel campo dell?energia e dell?ambiente.
Nel 2006 la produzione mondiale del carbone è cresciuta del 7 per cento raggiungendo i 5,1 miliardi di tonnellate, mentre l?Europa aumenta le importazioni del 7,8%, a 235 milioni di tonnellate.
Insomma, carbone leader di mercato, con una quota mondiale di energia elettrica prodotta da centrali a carbone pari al 39 per cento.
Al convegno sono anche intervenuti il governatore Renato Soru e il presidente dell?Anci Salvatore Cherchi.
Il presidente della Regione ha sottolineato come «la Sardegna stia facendo scelte importanti per l?utilizzo del carbone in maniera pulita. L?economia di una parte del nostro territorio ? ha detto Soru ? è stata basata sul carbone e per la Regione è importante continuare questo percorso per fare in modo che questa risorsa energetica non venga lasciata inattiva».
Sulle parole del presidente ha innestato una polemica Greenpeace: «Qualcuno gli spieghi che il carbone pulito non esiste. Il carbone è
il combustibile fossile con le maggiori emissioni di CO2 responsabili del cambiamento climatico, la più grave minaccia globale che l?uomo si trova ad affrontare in questo secolo».
Situazione che i tecnici presenti al convegno ben conoscono, ma proprio per eliminare le ?impurezze? viene sviluppata la ricerca. Greeenpeace inoltre sottolinea che «negli ultimi anni la percentuale del carbone utilizzato per produrre elettricità sull?Isola è passata dal 10% al 50%».
Quindi incalza: «La realtà è che la prima fonte rinnovabile di cui l?Isola ha grande disponibilità ? l?eolico ? viene bloccata per fare
spazio al carbone», precisa Francesco Tedesco, responsabile Campagna Clima ed Energia di Greenpeace.
«Con l?eolico verrebbe utilizzato solo il 3 per cento del territorio per soddisfare le esigenze energetiche».

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Soru punta dritto al carbone ma sull’eolico la Giunta rischia
Fabrizio Meloni ? Il Sardegna 15 Maggio 2007

Soru va a tutto carbone.
Anzi, la Regione intende mantenere una quota di produzione di energia da carbone ma a «bassi costi di produzione, con l?utilizzo del carbone Sulcis e con l?abbattimento delle emissioni inquinanti». L?ha confermato
ieri il governatore, intervenendo alla terza Conferenza Internazionale sulle tecnologie del carbone pulito.
Il presidente ha sostenuto (in un intervento in inglese) che «la Sotacarbo sta lavorando a preparare un futuro che prevede l?utilizzo del carbone in modo pulito» e ha aggiunto che il bando per la costruzione della nuova centrale elettrica a carbone del Sulcis sarà «la risposta strutturale definitiva per l?approvvigionamento delle industrie energivore».
La politica energetica della Regione si fonda su tre punti:
costi dell?energia più bassi, compatibilità con l’ambiente e nuove tecnologie.
«Vogliamo fare meglio ? ha sottolineato Soru, a margine della Conferenza – degli obiettivi definiti con il Protocollo di Kyoto, ossia arrivare nel 2020 ad oltre il 20% di energia prodotta da fonti rinnovabili».
In tal senso ha indicato tre azioni messe in campo: «Il miglioramento delle produzioni energetiche da fonti rinnovabili; il passaggio dall?utilizzo di oli combustibili al gas naturale; minore impatto in termini ambientali grazie anche alle tecnologie»
Ma le parole di Soru hanno fatto andare su tutte le furie Gereenpeace:
«Qualcuno spieghi a Soru – si legge in una nota ? che il carbone pulito non esiste. Il carbone è il combustibile fossile con le maggiori emissioni di CO2 responsabili del cambiamento climatico, la più grave minaccia globale che l’uomo si trova ad affrontare in questo secolo».
Secondo Greenpeace «negli ultimi anni la percentuale del carbone utilizzato per produrre elettricità sull’Isola è passata dal 10% al 50%”, sottolinea l?associazione ambientalista.
«Le emissioni di CO2 della Sardegna sono fuori controllo e la Regione prosegue in questa politica clima killer prevedendo la costruzione di nuove centrali a carbone.
La politica della Sardegna allontana l’Italia dagli obiettivi di Kyoto: le emissioni di CO2 vanno ridotte, non raddoppiate».
La realtà, sostiene l’associazione ambientalista, «è che la prima fonte rinnovabile di cui l?Isola ha grande disponibilità – l?eolico ? viene bloccata per fare spazio al carbone», precisa Francesco Tedesco, responsabile Campagna Clima ed Energia di Greenpeace.
«Con l?eolico la Sardegna può soddisfare la metà dei propri consumi elettrici».
E per l’esperto Usa, Justin Switt, «la tecnologia per l?impiego pulito del carbone a scopi energetici non sarà disponibile prima di dieci anni».
Carbone sì, dunque. Eolico ?nì?.
Bene per l’Enel, meno bene per le altre aziende che, secondo la Giunta vogliono tappezzare la Sardegna di pale.
Così oggi la Giunta tenterà di far passare l’emendamento che ripristina in Finanziaria le parti bocciate in manovra. Un emendamento che non trova, nonostante una mezza intesa in maggioranza, l’accordo di tutti i gruppi della coalizione. E la tensione inizia a salire.

~ di Blog Admin on 16 Maggio 2007. Tagged: , ,

8 Risposte to “Riduciamo la CO2 … a tutto Carbone !”

  1. Riduciamo la Co2. E smascheriamo i falsi profeti del carbone.
    Da L’Altravoce sabato 19 maggio 2007

    Venditori di fumo sponsor del carbone
    Regione, attenta ai piazzisti
    e alle politiche spericolate senza futuro
    di Maria Letizia Pruna

    L’intervista a tutta pagina della Nuova Sardegna a Rinaldo Sorgenti, vicepresidente di Assocarboni, mi è parsa sconcertante da molti punti di vista (potrebbe essere esilarante se non fosse per la serietà del tema). Innanzi tutto è quanto meno curioso che per capire se è utile e opportuno utilizzare di più il carbone come fonte di energia si vada a chiederlo ad un rappresentante dell’associazione di imprese che importano e commerciano carbone: equivarrebbe a chiedere al titolare di un’enoteca se è conveniente produrre più vino.

    È un peccato che il giornalista non spieghi meglio il ruolo dell’intervistato (il lettore medio non è tenuto a sapere che cos’è l’Assocarboni, che peraltro, nell’ambito delle politiche energetiche nazionali e internazionali, conta come il due a briscola): si tratta di un’informazione essenziale per comprendere almeno in parte i rozzi ragionamenti riportati nell’articolo.

    Le affermazioni di Sorgenti sono così sconcertanti che mi è venuta voglia di sapere qualcosa di più su questo strano signore che dice cose assurde con una leggerezza che oltrepassa abbondantemente la decenza. Mi sono quindi presa la briga di cercare sul web qualche informazione, e ho scoperto per cominciare che il signor Rinaldo Sorgenti, che appare così convinto del facile uso del carbone, pare non sia neppure laureato (e questo spiegherebbe la sua approssimazione), e che nel dicembre del 2005, in qualità di vicepresidente della Stazione sperimentale per i combustibili di San Donato Milanese (ente pubblico economico fondato, come molti enti utili, con regio decreto del 1940), ha firmato insieme a illustri rappresentanti del mondo scientifico una lettera indirizzata al Presidente della Repubblica nella quale si afferma, tra le altre cose, che «l’alternativa alle fonti fossili – inquinanti e sempre più costose – è offerta solo dalla tecnologia nucleare da fissione».

    Internet fa scoprire altre informazioni curiose su questo personaggio: è membro del direttivo di una associazione che si chiama ?Quelli del ’94?, che rappresenta un movimento ispirato a coloro che nel 1994 hanno contribuito alla nascita di Forza Italia e alla vittoria di Berlusconi (per chi fosse curioso, consiglio di dare un’occhiata al sito dell’associazione: un vero delirio). Illuminanti interventi di Sorgenti si possono leggere su ?Ragionpolitica?, rivista online del Dipartimento formazione di Forza Italia, il cui direttore responsabile è Gianni Baget Bozzo. Questo spiega come mai in qualche convegno sull’energia organizzato da Forza Italia il signor Sorgenti acquisisca il titolo di ingegnere. Non sappiamo dove – soprattutto come – abbia conquistato l’autorevolezza per la quale lo invitano a tutti i convegni, nei quali va dicendo che «basterebbe raddoppiare la quantità di energia elettrica generata con il carbone per ridurre la bolletta energetica di dieci miliardi di euro». Tutto qui. Semplice, no?

    Sorgenti è un presenzialista e un grafomane (non deve avere molto lavoro con le sue multiple vicepresidenze), interviene in ogni forum o dibattito web sull’energia o temi affini, scagliandosi contro l’ecologismo catastrofico, il fondamentalismo ambientale (sic) e le altre forme di espressione del pregiudizio che penalizzano ingiustamente il consumo di carbone: secondo lui, infatti, osteggiano «l’incremento dell’impiego del carbone in modo ormai ingiustificato, e fanno percepire nell’opinione pubblica il carbone come un combustibile altamente inquinante» (sic). Il 29 luglio dell’anno scorso, non avendo di meglio da fare, ha scritto anche sul blog di Beppe Grillo, per sollecitarlo ad informarsi meglio (ce ne vuole di faccia tosta), così «avremo il piacere di sentirti dire cose più oculate. Altrimenti, pensa al teatro, è meglio».

    Insomma, c’è da augurarsi che le scelte della nostra regione – di cui il signor Sorgenti si è molto compiaciuto durante la recente conferenza internazionale – non tengano conto delle sue idiozie. Ci fidiamo molto più di Rubbia (e di tanti altri veri esperti) che affermano che il ?carbone pulito? non esiste, perché resta irrisolto il problema delle emissioni di anidride carbonica. Questo non significa chiudere il dibattito sul futuro del carbone, semmai condurlo in modo serio.

    Le miniere di carbone non sono impianti industriali come tanti altri, sono più difficili da gestire di tanti altri (hanno un impatto molto più forte sul territorio, dal punto di vista sociale, economico e ambientale). Impongono scelte di politica industriale (ed energetica) di lungo periodo, non decisioni capricciose e contraddittorie. Non si può decidere di rimettere in attività una miniera di carbone ferma da oltre vent’anni, con ingenti investimenti per dotarla delle tecnologie più avanzate e delle professionalità necessarie, e dopo qualche anno decidere di fermare l’attività; poi, dopo qualche anno ancora, decidere di riattivarla di nuovo (con una inaugurazione un po’ fuori luogo), come se si trattasse di aprire e chiudere un esercizio commerciale.

    Le miniere del Sulcis sono state riaperte in condizioni sempre più incerte, e oggi, dopo decenni di dismissioni, forse senza neanche più una cultura mineraria solida come un tempo. Per decenni, dopo avere fermato la miniera (creando gravi problemi sociali nel territorio, in termini di occupazione ma anche di individuazione di nuove identità produttive), a Portovesme hanno continuato a bruciare carbone polacco e sudafricano (scaricato dalle navi carboniere con impatti ambientali non secondari).

    E fino ad anni recenti è stato bruciato in impianti inadeguati a garantire condizioni di salute alla popolazione di quell’area, invece che costruire un impianto di gassificazione per utilizzare il ?carbone Sulcis?, come ha fatto la Spagna nelle Asturie con il suo carbone, destinando alla costruzione del gasificatore i fondi europei dell’Obiettivo 1 del primo Quadro comunitario di sostegno, proprio negli anni in cui la Sardegna non riusciva a spenderli.

    Sono passati inutilmente quindici o forse vent’anni. In effetti, è più corretto dire che i quindici o venti anni passati hanno cambiato molte cose. I progetti non sono gli stessi in qualsiasi momento si decida di realizzarli. Se saltano i tempi, può essere compromessa la ragionevolezza di certi progetti. Diciamo quindi la verità: se c’è un momento sbagliato per parlare di sfruttamento del carbone è proprio questo. Ci vuole perizia per decidere di fare certe cose nel momento peggiore.

    La nostra regione avrebbe potuto e dovuto usare il carbone sardo da almeno vent’anni, predisponendo gli impianti adatti nei tempi giusti, con scelte più coerenti, da difendere con maggiore determinazione, evitando che ingenti investimenti per la riattivazione delle miniere del Sulcis venissero vanificati dopo pochi anni anche per colpa di un partner pubblico inaffidabile (l’Enel), con il quale oggi si è rifatto un accordo dal quale di nuovo dipendono le sorti della produzione locale di carbone.

    Paghiamo quindi le conseguenze, ancora una volta, di politiche sbagliate, miopi, legate a obiettivi e pressioni contingenti più che a progetti lungimiranti. Se avessimo il gassificatore e se la miniera fosse a regime, non dovremmo decidere se utilizzare o meno il carbone. L’aspetto davvero più assurdo di questa faccenda è avere chiuso una miniera di carbone continuando a bruciare carbone (di altri). Le differenze di qualità tra i diversi tipi di carbone sul mercato internazionale (a più alto o più basso tenore di zolfo) si sarebbero potute affrontare con adeguati investimenti in tecnologie, che negli anni si sono fortemente sviluppate.

    Oggi le questioni ambientali non sono più eludibili. Dovremmo tirare un sospiro di sollievo di fronte all’assunzione di posizioni ferme in materia di riduzione delle emissioni di CO2, invece che indignarci perché ci vogliono impedire di bruciare il nostro carbone.

    Forse non è più tempo di investire rilevanti risorse in una miniera di carbone. In altri paesi europei, com’è noto, la chiusura delle miniere di carbone è stata tutt’altro che facile. La Gran Bretagna della Thatcher nel modo più brutale alla fine degli anni ’80, ma poi la Francia e il Belgio negli anni ’90, hanno chiuso le loro ultime miniere. Doloroso o meno che fosse, dal punto di vista sociale e non solo, lo hanno fatto (per motivi molto diversi). Ma soprattutto non hanno perso tempo a riconvertire le zone minerarie e certamente non torneranno sui loro passi.

    Chi può garantirci che questa volta la politica regionale non stia di nuovo improvvisando scelte dispendiose e rischiose?

  2. Riduciamo la CO2. Si, ma quanto costano la CO2 e gli altri gas serra?
    Da L’Altravoce domenica 27 maggio 2007

    Le quote di gas serra comprate e vendute
    al mercato europeo delle emissioni
    Paesi e imprese verso gli obiettivi di Kyoto
    di Laura Monni

    In linea con gli impegni sanciti dalla ratifica ed entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, l’Unione Europea ha istituito, con la direttiva 2003/87/CE, un sistema per lo scambio di quote di emissione di gas serra all’interno della Comunità, denominato Emission Trading Scheme (ETS). Il fine è quello di promuovere la riduzione delle emissioni attraverso l’introduzione di meccanismi flessibili, secondo criteri di efficacia dei costi ed efficienza economica.

    La direttiva, nonostante richiami esplicitamente nel preambolo il Protocollo di Kyoto e ne sia, di fatto, uno strumento attuativo, né è sostanzialmente indipendente. Ciò può essere dedotto esplicitando le principali differenze tra il sistema internazionale (IET), definito dal Protocollo di Kyoto, ed il sistema europeo (ETS) in termini di soggetti coinvolti, tempi di attuazione e obbligatorietà.

    I soggetti abilitati allo scambio di quote nel sistema internazionale (IET) sono gli Stati nazionali, ossia quelli compresi nell’Allegato B del Protocollo. Nel sistema previsto dalla direttiva comunitaria, i soggetti che possono partecipare sono tutte le persone (giuridiche e fisiche) all’interno della Comunità, e le persone dei Paesi Terzi che abbiano sottoscritto un accordo bilaterale.

    Per quanto riguarda i tempi di attuazione, l’International Emission Trading (IET), entrerà in vigore solo a partire dal 2008, mentre l’Emission Trading Scheme è entrato in vigore il primo gennaio 2005.

    Con riferimento all’obbligatorietà, sebbene i due sistemi siano vincolanti per specifiche categorie di soggetti, il livello di obblighi previsto dal sistema europeo ETS è sicuramente più definito e strutturato del sistema internazionale IET. Questo è desumibile dal meccanismo sanzionatorio esistente e ben disciplinato dalla direttiva europea a fronte di una ?punibilità? dichiarata, ma scarsamente strutturata nel Protocollo di Kyoto.

    Gli impianti che producono gas serra e il sistema delle quote
    Il sistema europeo per lo scambio di quote di emissione è caratterizzato da diversi elementi. Per prima cosa il campo d’applicazione che è esteso alle attività ed ai gas elencati nell’allegato I della direttiva; in particolare alle emissioni di anidride carbonica provenienti da attività di: combustione energetica, produzione e trasformazione dei metalli ferrosi, lavorazione prodotti minerari, produzione di pasta per carta, carta e cartoni.

    La direttiva prevede un duplice obbligo per gli impianti da essa regolati: la necessità per operare di possedere una autorizzazione all’emissione in atmosfera di gas serra a cui corrisponde un certo numero di quote di emissione; l’obbligo di rendere alla fine dell’anno un numero di quote (permessi) d’emissione pari alle emissioni di gas serra rilasciate durante l’anno. L’autorizzazione all’emissione di gas serra viene rilasciato dalle Autorità competenti previa verifica da parte delle stesse della capacità dell’operatore dell’impianto di monitorare nel tempo le proprie emissioni di gas serra.

    Le quote di emissione sono rilasciate dalle Autorità competenti all’operatore di ciascun impianto regolato dalla direttiva sulla base di un Piano Nazionale di Allocazione (PNA); ogni quota dà diritto al rilascio di una tonnellata di biossido di carbonio equivalente.

    Il Piano Nazionale di Allocazione, cuore del sistema, viene redatto seguendo i criteri previsti dalla direttiva stessa; questi ultimi includono coerenza con gli obiettivi di riduzione nazionale, con le previsioni di crescita delle emissioni, con il potenziale di abbattimento e con i principi di tutela della concorrenza. Il PNA prevede l’assegnazione di quote a livello d’impianto per periodi di tempo predeterminati.

    Il processo decisionale è affidato all’autorità competente e le fasi principali sono: la definizione della quota totale di emissioni da assegnare a livello nazionale, l’assegnazione delle quote per settore e, infine, l’attribuzione delle quote ai singoli impianti che devono rispettare i vincoli posti dalla direttiva.

    Da questo processo decisionale deriva il contenuto principale dei piani, in cui sono presenti anche diverse informazioni riguardo la metodologia di assegnazione e di ripartizione delle quote che è stata seguita. La Commissione Europea ha pubblicato delle linee guida per assistere gli stati membri nella redazione dei PNA; nonostante il suo supporto ci sono state grandi difficoltà nella predisposizione dei piani, specie nel calcolo delle quantità di emissioni e nell’attribuzione delle quote ai singoli impianti.

    Le quote, una volta rilasciate, possono essere vendute o acquistate. Tali transazioni possono vedere la partecipazione sia degli operatori degli impianti soggetti alla direttiva, sia di soggetti terzi (imprese, enti locali, organizzazioni non governative, singoli cittadini); il trasferimento di quote viene registrato nell’ambito di un registro nazionale. Il Registro è una banca dati elettronica, standardizzata e sicura, che consente la gestione delle quote di emissione e il meccanismo di scambio delle quote stesse.

    Il sistema è formato dai Registri Nazionali dei 25 Stati membri della Comunità Europea interconnessi tra loro attraverso un Registro centrale a livello europeo, denominato catalogo indipendente comunitario delle operazioni, per evitare che si verifichino irregolarità e garantire la compatibilità delle operazioni con gli obblighi derivanti dal Protocollo di Kyoto.

    Concretamente il sistema prevede che l’Autorità Nazionale Competente (ANC) apra un conto nel Registro nazionale per ogni impianto che ricade nell’ambito di applicazione della direttiva ET; in seguito riporti su ciascun conto le quote stabilite in base al Piano Nazionale di Allocazione. Le quote possono essere trasferite tra i diversi conti, all’interno dello stesso Registro o tra Registri diversi. La supervisione dell’ANC è concentrata sulla conformità degli operatori con le condizioni della loro autorizzazione, sulla verifica delle loro emissioni, e sulla restituzione delle quote dovute.

    Oltre agli impianti sottoposti ad obblighi di riduzione, ogni persona o altra organizzazione interessata a comprare o vendere quote sul mercato, può aprire un conto nel Registro, questo per facilitare la partecipazione delle associazioni ambientaliste o di chiunque voglia certificare un’attività a emissioni zero.

    La restituzione delle quote d’emissione è effettuata annualmente dagli operatori degli impianti in numero pari alle emissioni reali degli impianti stessi.

    Le emissioni reali utilizzate nell’ambito della resa delle quote da parte degli operatori sono il risultato del monitoraggio effettuato dall’operatore stesso e certificato da un soggetto terzo indipendente accreditato dalle Autorità competenti.

    La mancata resa di una quota d’emissione prevede una sanzione pecuniaria di 40 euro nel periodo 2005-2007 e di 100 euro nei periodi successivi; le emissioni oggetto di sanzione non sono esonerate dall’obbligo di resa di quote.

    Il sistema europeo prevede l’istituzione di una serie di meccanismi di verifica, attraverso il ricorso a verificatori indipendenti.

    L’esperienza del primo anno di funzionamento dei mercati della CO2 ha portato alla creazione di un mercato delle emissioni globale, che utilizza gli strumenti tipici dei mercati finanziari. L’ulteriore sviluppo dei mercati spot e di altri strumenti di risk management hanno permesso al mercato di svilupparsi e di collocarsi a fianco degli altri mercati già maturi.

    I partecipanti al mercato sono le grandi compagnie, i brokers, le banche e i fondi d’investimento. I più attivi sono le imprese che operano nel settore energetico, sia perché hanno grandi quantità di permessi da scambiare, sia perché sono già esperte nel trading.

    I fattori che determinano il prezzo della CO2
    Il prezzo della CO2 dipende da diversi elementi: la politica dell’UE e quella degli Stati nazionali con cui sono stati stabiliti i limiti delle emissioni; i fondamentali di mercato; la differenza tra emissioni che si registrano negli impianti interessati e la quantità di permessi allocata gratuitamente (Cap); la psicologia degli operatori; le scelte delle imprese e i crediti provenienti da investimenti effettuati in progetti realizzati tramite il protocollo di Kioto.

    Tra i fondamentali di mercato si possono considerare: l’andamento meteorologico, i prezzi dei combustibili, la crescita economica e la diffusione di nuove tecnologie.

    Uno degli elementi determinanti nella formazione del prezzo della CO2 è la quantità delle emissioni, che è legata ad almeno altri tre fattori. Il primo riguarda il mix di combustibili usato per produrre energia, che è alla base delle emissioni: preferire combustibili fossili, come il carbone, porta ad un maggiore livello delle emissioni rispetto all’impiego dell’idroelettrico e del nucleare. Il mix dipende dal prezzo dei combustibili, soprattutto dal rapporto tra prezzo del gas e prezzo del carbone, che ultimamente sono in forte concorrenza.

    In futuro si prevede che i prezzi dei combustibili siano influenzati da quelli della CO2: se il prezzo dei permessi aumenta si dovrebbero preferire combustibili più puliti. Non si possono escludere, che in presenza di prezzi delle quote molto elevati nel lungo periodo, effetti di ribasso sul prezzo delle rinnovabili a ragione di una crescita della domanda che, espandendo la scala della produzione, genera in una prima fase rendimenti crescenti ed economie di apprendimento.

    Il secondo fattore, il livello della produzione, invece è legato a quello della domanda, che a sua volta dipende, oltre che dai prezzi dell’elettricità, dalla crescita economica e dalle condizioni meteorologiche. La crescita economica comporta una maggiore domanda di beni e servizi, aumentando il livello di produzione e, di conseguenza, il livello delle emissioni. D’altra parte il vento, le precipitazioni e le temperature hanno un forte impatto sulle emissioni del settore elettrico. Le temperature invernali ed estive, ad esempio, determinano la domanda di energia per il riscaldamento o il condizionamento, mentre il vento e le precipitazioni influenzano la disponibilità di energia eolica e idroelettrica.

    Per quanto riguarda le possibilità di abbattimento delle emissioni – il terzo fattore – esistono diverse soluzioni tecnologiche, dal passaggio a fonti a basso contenuto di carbonio (dal carbone al gas oppure, nel lungo periodo, alle rinnovabili) al sequestro e allo stoccaggio della CO2. La convenienza ad adottare o meno tali opzioni dipende dal confronto tra il costo marginale di abbattimento e il prezzo di mercato della CO2.

    I risultati della prima fase e la messa a punto del sistema
    In questo primo periodo di funzionamento il mercato dei permessi si è sviluppato: sono aumentati i volumi scambiati, i partecipanti al mercato e la conoscenza del sistema ETS e quest’ultimo ha influenzato direttamente i processi decisionali delle aziende coinvolte e indirettamente quelli delle aziende che ne usano i prodotti. La presenza di piattaforme di scambio in diversi paesi europei dimostra anche l’interesse degli operatori finanziari per il settore, permettendo quindi una diffusione degli scambi.

    Si deve cercare di impedire che si creino troppi mercati decentralizzati che circoscrivano le operazioni a regioni limitate, perché, con la fase operativa del protocollo di Kyoto, si punta a realizzare un mercato globale che coinvolga tutti i paesi interessati, abbandonando in questo modo la logica del singolo impianto.

    Per assicurare maggiore credibilità al sistema si dovrebbe intervenire sui diversi fronti d’azione. Innanzi tutto, la Commissione ha richiesto maggiore coerenza dei Piani Nazionali di Allocazione con la direttiva, in modo da impedire, nella fase II, che coincide con la fase operativa del protocollo di Kyoto, un crollo dei prezzi come avvenuto nei mesi scorsi.

    I PNA hanno mostrato, nella prima fase che si è appena conclusa, la loro importanza strategica nella riuscita del mercato. Allocazioni troppo generose possono danneggiare il mercato e impedire la realizzazione degli obiettivi della direttiva. In seguito bisognerebbe preoccuparsi di allargare il sistema in modo da comprendere altri settori, come i trasporti, e altri gas, per poter ridurre le distanze tra gli obiettivi generali di riduzione dei gas serra e quelli dell’EU-ETS.

    Questo richiederebbe uno sforzo notevole da parte delle aziende per rispettare gli obblighi imposti: il ricorso ai meccanismi flessibili di Kyoto permetterebbe di impedire che l’obiettivo delle riduzioni abbia una connotazione meramente finanziaria, ossia permetta l’acquisto delle quote dai paesi dove le allocazioni sono state più generose o dove sono stati imposti limiti meno stringenti all’utilizzo delle quote. Si arriverebbe, in quel caso, alla situazione in cui la maggior parte delle azioni per la riduzione delle emissioni avverrebbe in paesi terzi, nonostante la disponibilità di quote in eccesso debba dipendere dai differenti costi marginali di abbattimento.

    L’allargamento del sistema permetterebbe di armonizzare le regole di allocazione per la fase III, a cui l’Unione europea sta già pensando.

  3. L?espresso di questa settimana ci riassume i dubbi del ministero dell?ambiente e del governo italiano sul sequestro della co2 sotto terra. Il Sulcis è tra i siti interessati allo stoccaggio cercando in questo modo di rendere pulita una fonte altamente inquinante. Anita

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    L?espresso http://espresso.repubblica.it/dettaglio/

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    Idea: lo smog sotto terra

    di Daniele FanelliCatturare l’anidride carbonica, la prima causa del riscaldamento globale. E seppellirla. I geologi e l’Unione europea ci scommettono. Ma l’Italia nicchia

    Tra le tante tecnologie che la ricerca sta sviluppando per contrastare l’effetto serra, ce n’è una che fa sognare politici e industriali: la ‘cattura’ e il ‘sequestro’ dell’anidride carbonica, il gas maggiormente responsabile del riscaldamento globale. Molti studi ne confermano le potenzialità e l’Unione europea vorrebbe premere sull’acceleratore per sdoganarla dal limbo delle soluzioni possibili. Ma per alcuni è ancora troppo presto: ad esempio per il governo italiano.

    Di cosa si tratta esattamente? In parole povere, si è trovato il modo di applicare alle ciminiere un dispositivo simile a una grande marmitta catalitica, un filtro che trattiene la Co2 e lascia passare gli altri gas. Esistono diverse tecnologie, ma la più diffusa impiega un reticolo che trasuda un solvente liquido. La Co2 resta intrappolata nel solvente, da cui può poi essere estratta e compressa. È un sistema troppo ingombrante e complesso per essere applicato alle automobili o ai comignoli delle case. Ma, montato su centrali elettriche e impianti industriali, ne ridurrebbe le emissioni di Co2 di circa il 90 per cento.

    Che cosa fare, però, dell’anidride carbonica catturata? È questo il vero nocciolo del problema. L’opzione presa più in considerazione al momento è lo stoccaggio geologico. Vale a dire, iniettarla sottoterra. Per esempio, nei giacimenti di petrolio esauriti, o nelle falde acquifere saline, o in giacimenti di carbone troppo profondi per poter essere sfruttati. Questa ultima possibilità è anche la più appetibile economicamente, perché l’anidride carbonica iniettata nel carbone libererebbe gas naturale, che potrebbe essere recuperato e bruciato a sua volta.

    È una tecnologia ancora molto costosa: circa 70 euro per ogni tonnellata di Co2 sepolta, secondo le stime più recenti. Ma le potenzialità sembrano fantastiche. Secondo un rapporto pubblicato dall’Internationa Panel on Climate Chance nel 2005, sul nostro pianeta ci sono cavità sufficienti a stoccare almeno 2 mila miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Vale a dire, almeno 40 volte la quantità totale di gas serra che tutta l’umanità emette, al momento, in un anno. Secondo una analisi condotta nel 2006 da Bellona Foundation, una Ong norvegese dedicata alla sviluppo sostenibile, la diffusione di questo metodo consentirebbe di tagliare, entro il 2050, il 50 per cento delle emissioni europee e il 37 per cento di quelle mondiali.

    “In Italia potremmo iniettare nel sottosuolo da 20 a 40 miliardi di tonnellate di Co2″ spiega Fedora Quattrocchi, dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia. L’Ingv sta creando un inventario dei possibili siti di stoccaggio italiani, e ha fornito in esclusiva a ‘L’espresso’ una mappa dei siti finora individuati. In effetti, l’Ingv è già attivamente coinvolto in diversi progetti pilota sullo stoccaggio geologico. In Canada, con il progetto Weyburn, e in Italia con i futuri impianti di Ribolla (Toscana) e di Sulcis, (Sardegna) oltre che con la centrale Enel di Montalto di Castro. “Nel giro di dieci anni, potremmo costruire dieci siti di stoccaggio grazie ai quali potremmo abbattere l’emissione di Co2 delle dieci maggiori centrali a carbone italiane,” dice il presidente dell’Ingv, Enzo Boschi.

    I leader dei paesi industrializzati sembrano puntarci. Nel rapporto finale dell’ultimo G8 si sono impegnati ufficialmente ad “accelerare lo sviluppo e l’implementazione delle tecnologie di cattura e stoccaggio della Co2″, favorendo la ricerca e la costruzione di impianti sperimentali su larga scala. Ancora più decisa appare l’Unione europea. Che già nel 2005 ha reso operante una ‘Piattaforma tecnologica’ con l’obiettivo di rendere le centrali elettriche a zero emissioni commercialmente attive entro il 2020. E sta lavorando per inserire, nei prossimi mesi, lo stoccaggio geologico fra le tecnologie beneficiarie dei crediti dell’Emission trading system. In tal modo, iniettare Co2 nel sottosuolo diverrebbe una tecnologia verde a tutti gli effetti, da considerare alla stregua dell’eolico o del solare. Le fabbriche e le centrali che riducessero in tal modo le loro emissioni di gas serra acquisirebbero crediti di emissione da rivendere sul mercato.

    Tanta fretta non convince però il governo italiano. Che con un manipolo di partner europei sta facendo pesare i suoi dubbi. Di comune accordo, i tecnici dei ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo economico hanno inviato, nelle scorse settimane, una lettera ufficiale alla Commissione europea esprimendo perplessità sulla reale sicurezza dello stoccaggio geologico, e sull’opportunità di inserirlo così presto nel sistema. Fabrizio Fabbri, capo della segreteria tecnica del ministero dell’Ambiente spiega: “Questa tecnologia è presentata come una soluzione matura al pari delle fonti rinnovabili, dimenticando che non siamo mai usciti dalla fase di sperimentazione. Noi siamo intervenuti, prima come ministero dell’Ambiente e poi come governo italiano, per correggere un po’ il tiro. Abbiamo chiesto ulteriori verifiche sulla sicurezza. E non siamo i soli ad avere espresso questa posizione. Anche Grecia, Spagna e Polonia, che pure avrebbero dei grossi interessi a trovare una soluzione per consumare il carbone, hanno espresso i loro dubbi”.

    Dubbi sulla sicurezza? Il timore è che la Co2 trovi, nel tempo, una via di fuga e torni nell’atmosfera. Questo vanificherebbe ogni beneficio in termini di effetto serra e, in caso di una fuoriuscita molto rapida, comporterebbe rischi per la salute. Ad alte concentrazioni, infatti, l’anidride carbonica è mortale. I geologi ritengono la fuoriuscita un evento molto improbabile, perché le cavità scelte per lo stoccaggio si troverebbero sotto uno strato roccioso impermeabile che impedirebbe la risalita. E sarebbero poste lontano da zone sismiche, in modo da minimizzare il rischio che un terremoto apra una falla nel tappo roccioso. Ma, trattandosi di una tecnologia recente, certezze è impossibile averne. “Ci sono diversi studi a livello internazionale che stanno dando risultati positivi, ma dovremmo essere certi che fra 100, 200 o 300 anni non si verifichi una fuoriuscita”, spiega responsabile scientifico di Legambiente Stefano Ciafani.

    Un altro rischio è quello della contaminazione delle acque. Il gas potrebbe penetrare in una falda acquifera e miscelarsi con l’acqua dolce. Questo ne aumenterebbe l’acidità, facendo sciogliere le rocce circostanti e liberando nella falda sostanze tossiche, come piombo o arsenico. Insomma, solo ulteriori ricerche potranno fugare o confermare i timori legati allo stoccaggio geologico e la lettera dei ministeri italiani esorta l’Ue a non abbandonare la ricerca su altri fronti, e in particolare sulla possibilità del sequestro chimico. Cioè una particolare procedura con cui la Co2, anziché essere iniettata sotto terra, viene fatta reagire con altre sostanze e trasformata in minerali inerti, come il carbonato di calcio, oppure in composti di utilità industriale. Questa tecnologia, al momento, è meno sviluppata dell’iniezione sotterranea, ed è altrettanto, se non più, costosa. Ma in teoria garantirebbe una sicurezza totale, e il governo italiano intende sostenerla seriamente. Al punto da menzionarla fra i principali obiettivi per la ricerca nel Documento di Programmazione Economica e Finanziaria 2008-2011, al posto dello stoccaggio geologico. “È indubbiamente un sistema più sicuro” commenta ancora Fabbri: “Se riuscissi a trasformare la Co2 in carbonato, potrei sapere esattamente dove è e quanta ce n’è. Potrei metterla in discariche facilmente controllabili. O potrei mandarla nei cementifici e usarla per costruire case…”.

    (20 luglio 2007)

  4. Carbone pulito. Clean coal technologies, ovvero come insegnare ai brasiliani a rigassificare il carbone e produrre metano stivando la CO2 in profondità, illudendosi di rispettare il protocollo di Kyoto. Purtroppo per i paesi poveri il carbone resta la principale fonte energetica a basso costo, e lo sarà ancora per molto tempo.

    Da L’Unione Sarda 03/09/2007

    I progetti della Sotacarbo

    Il Sulcis esporta tecnologia in Sud America

    I primi contatti risalgono a due mesi fa. Il Brasile chiama, la Sardegna risponde. Sembrerà incredibile, ma per risolvere i problemi dell’energia pulita e della riduzione del gas serra in ossequio al protocollo di Kyoto, il Paese di Ignacio Lula Da Silva ha deciso di chiedere l’aiuto dell’Isola. Un aiuto concreto, visto che le maggiori società pubbliche brasiliane nel settore dell’energia sono interessate a due progetti che stanno per vedere la luce nel Centro di ricerche della Sotacarbo, la società partecipata dall’Enea e dalla Regione, incaricata di studiare e sviluppare tecnologie avanzate e innovative nell’utilizzo del carbone e di altri combustibili poveri. I PROGETTI. L’interesse della “Petrobras” (l’Eni brasiliana) e della “Brazilian Coal Association” si è appuntato, in particolare, su due progetti: il Centro di ricerca sulla massificazione del carbone e il progetto per catturare e confinare nei giacimenti carboniferi profondi l’anidride carbonica emessa dalle centrali elettriche tradizionali ricavandone, per giunta, anche notevoli quantità di metano. Su queste nuove tecnologie la ricerca portata avanti dalla Sotacarbo nel polo realizzato tra i capannoni di una vecchia miniera a Serbariu, alla periferia di Carbonia, è molto avanzata. Al punto che, come assicura il presidente Mario Porcu, “siamo già in grado di trasferire la nostra tecnologia a chi ce la dovesse richiedere”. I BRASILIANI. Se ne sono resi conto Paulo César Cunha e Ferdinano Luiz Zancan, direttore tecnico della Petrobras e presidente dell’Associacao Brasileira do Carvao Mineral, sbarcando a Cagliari, a maggio, per la terza Conferenza internazionale sulle Clean coal technologies. Nei giorni scorsi i preliminari si sono trasformati in due studi di fattibilità spediti oltre Oceano. Il primo riguarda il progetto per ridurre le emissioni di anidride carbonica, responsabile dell’effetto serra. Prevede la realizzazione di impianti per “catturare” la CO2 nelle centrali termoelettriche tradizionali e lo stoccaggio nei giacimenti carboniferi profondi (800/1.000 metri) liberando (per effetto delle reazioni chimiche) notevoli quantità di metano. È lo stesso progetto che la Sotacarbo si accinge a sperimentare nelle falde carbonifere profonde del Sulcis. La Brazilian Coal Association, invece, è interessata a realizzare in Sud America un duplicato del Centro di ricerche sulla massificazione del carbone in fase di avanzata costruzione sempre nel Sulcis. Un impianto in grado di trasformare il minerale fossile in idrogeno. “Abbiamo notevoli giacimenti di carbone nel Sud del Brasile, nella regione di Santa Caterina”, ha spiegato Zancan, “e siamo alla ricerca di una tecnologia che ci consenta di sfruttare questa risorsa energetica riducendo al massimo l’impatto ambientale”. LA SFIDA. La Sotacarbo ha accettato la sfida anche nella prospettiva di aprire un canale privilegiato tra la Sardegna e il Brasile. La Sotacarbo ha offerto ai due enti brasiliani anche la possibilità formare il personale da impiegare nella realizzazione e gestione degli impianti. “Il fatto che si siano rivolti a noi”, sottolinea Mario Porcu, “testimonia che le nostre ricerche sono all’avanguardia in campo mondiale e che incomincia a delinearsi la prospettiva che è alla base della stessa esistenza della Sotacarbo: mettere

    a punto nuove tecnologie da cedere sul mercatoglobale”.

    SANDRO MANTEGA

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