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Inceneritore di Ottana: quanti dubbi.

Proponiamo la serie di articoli usciti su L’Altra Voce a cura di Gianstefano Monni.

 

I rifiuti e l’inceneritore di Ottana
Troppa fretta sul progetto quando è in gioco la salute di tanti

di Gianstefano Monni

Dopo la delibera della Giunta regionale in cui, di fatto, si dà il via al progetto del termovalorizzatore di Ottana, molti si sono schierati contro l’impianto e molti sostengono che comunque una soluzione per lo smaltimento dei rifiuti debba essere trovata. È evidente che il tema dei rifiuti va affrontato seriamente e che un’amministrazione consapevole deve valutarlo in tutti i suoi aspetti.

L’uso del termovalorizzatore non come sostituivo della raccolta differenziata ma come ultimo anello della catena dei rifiuti, per eliminare ciò che non si riesce a riciclare, può apparire interessante. Ma sul tema ci sono diverse questioni aperte. Quello che segue è un tentativo, indipendente, di capire come stanno le cose.

In pratica un termovalorizzatore è un inceneritore che brucia il residuo non riciclabile dei rifiuti, chiamato CDR (Combustibile Derivato dai Rifiuti) recuperando parte dell’energia termica generata nella combustione e convertendola in energia elettrica da immettere nella rete di distribuzione. Per fugare ogni dubbio, è bene dire che la termovalorizzazione richiede l’incenerimento. Per questa ragione, in questo articolo, termovalorizzatore e inceneritore sono da considerarsi sinonimi, così come sono sinonimi termovalorizzazione e incenerimento. Per evitare confusione da questo momento in poi si useranno solo i termini inceneritore e incenerimento.

Sul tema dell’inceneritore di Ottana esistono diverse questioni aperte. Una possibile divisione in gruppi:

  • questioni sul processo di incenerimento in quanto tale;
  • questioni circa le biomasse e l’energia prodotta;
  • dubbi sulla scelta di Ottana e sul metodo scelto dalla Giunta Regionale.

In ultima analisi, occorre chiedersi se l’incenerimento sia la migliore tecnica possibile per smaltire i residui non differenziabili dalla raccolta dei Rifiuti Solidi Urbani (RSU).

 

Il processo di incenerimento.

 

È vero che durante la combustione vengono generati dei gas (in particolare diossine)?

È vero che dai filtri, insieme ai gas, fuoriescono anche delle nanoparticelle che sono pericolose per la salute?

Esistono prove serie e studi attendibili che mettano in relazione la presenza degli inceneritori e danni alla salute?

Ad ogni tonnellata di CDR, corrispondono circa 250 Kg di ceneri altamente tossiche. Che cosa ne facciamo delle ceneri, come le smaltiamo e dove?

Il termovalorizzatore di Brescia, spesso citato come esempio, è davvero così esemplare?

1. Durante l’incenerimento sono generati dei gas che vengono emessi nell’aria, dopo essere stati filtrati. Il filtraggio di questi gas non azzera, in nessun caso, la diossina che quindi, insieme ad altri veleni, si ritrova nell’ambiente: dall’aria decade sul terreno, ed entra nella catena alimentare. Anche usando come riferimento un documento certamente non di parte né schierato contro gli inceneritori quale il rapporto delle migliori tecniche disponibili (BAT) per l’incenerimento dei rifiuti redatto nell’agosto 2006 dalla Commissione Europea, risulta comunque che nel processo di incenerimento vengono emesse diossine nell’aria.

Sempre l’Unione Europea, in un documento intitolato Inventario europeo delle diossine, stima che il trattamento dei rifiuti (e in particolare l’incenerimento) e il settore industriale (in particolare il siderurgico) siano i massimi responsabili dell’emissione in atmosfera di diossine: «Nonostante i considerevoli sforzi degli ultimi anni per ridurre le emissioni degli inceneritori di rifiuti solidi urbani, questo tipo di fonte continua a dominare l’immissione di diossine in atmosfera».

Occorre notare che la diossina, a causa dell’alta affinità per le sostanze grasse, entra nella catena alimentare: in virtù di questa proprietà, la diossina emessa nell’ambiente dall’inceneritore di Ottana si concentrerebbe nella catena alimentare, ad esempio nella filiera latto-casearia: il latte (e tutti i suoi derivati, ovviamente) prodotti da bestiame che si ciba di foraggi provenienti da zone in cui ci sono ricadute di diossina conterranno diossina. L’emissione di diossina attraverso l’incenerimento è un fatto.

2. Quando una sostanza organica (contenente principalmente carbonio, azoto, idrogeno e ossigeno) brucia, vengono rilasciate molecole più piccole e generalmente biodegradabili (anche se inquinanti). Se la sostanza contiene anche una frazione rilevante di materiali inorganici (come dei metalli), i prodotti della combustione possono portare, specialmente se ad alte temperature, ad aggregati atomici e leghe metalliche che non sono biodegradabili, e vengono disperse in ambiente sotto forma di aerosol. Questi aggregati hanno una dimensione dell’ordine dei nanometri (miliardesimi di metro), da cui il nome nanoparticelle.

Le nanoparticelle possono ritrovarsi un po’ ovunque, nello scatolame a causa della sua usura, in alcuni farmaci come eccipienti, nel fumo di sigaretta e degli inceneritori, nel pesce di mare, in prossimità di vulcani: la lista è potenzialmente infinita. La presenza delle nanoparticelle nel fumo che fuoriesce dagli inceneritori non è in discussione, è un dato di fatto: nel già citato rapporto della Commissione Europea sulle BAT per l’incenerimento, nel par. 3.2.2.1, vengono individuati oltre 20 sostanze diverse che vengono emesse nell’aria. Tra queste, oltre la diossina, sono presenti il cadmio, l’arsenico,il piombo, il cobalto, il cromo e il mercurio. Parecchi di questi elementi (cadmio, arsenico ecc.) sono cancerogeni noti o sospettati; altri sono noti per la loro neuro-tossicità. Gli ossidi di azoto e l’ozono che ne deriva agiscono sull’apparato respiratorio e cardiovascolare favorendo patologie infiammatorie e degenerative. L’emissione di nanoparticelle (particolato) di metalli pesanti e cancerogeni attraverso l’incenerimento è un fatto.

3. Riguardo agli studi che mettano in relazione inceneritori e salute umana, esistono centinaia di articoli nella letteratura scientifica. Tra i più recenti: l’International Journal of Hygiene and Environmental Health, del maggio 2007 pubblica un articolo di un gruppo di ricercatori dell’Istituto di Medicina Preventiva, Facoltà di Medicina, Università di Lisbona. Nello studio, relativo ai livelli di cadmio, mercurio e piombo osservati nella popolazione umana vicina a due inceneritori, si conclude che «paragonati con i dati di riferimento in condizioni simili, i livelli osservati di cadmio, piombo e mercurio presenti nel sangue sembrano essere relativamente più alti, sia per i valori medi che per quelli estremi».

Nella rivista italiana di Epidemiologia e prevenzione di maggio-giugno 2006, viene pubblicato uno studio del Dipartimento di medicina ambientale dell’Università di Padova in cui si osserva nella popolazione femminile di Venezia e Mestre un «eccesso statistico del sarcoma ai tessuti molli tra le donne nella categoria a più alta esposizione», e questo viene messo in relazione all’esposizione ambientale.

Un anno prima, sempre la rivista italiana di Epidemiologia e prevenzione (luglio-agosto 2005) aveva pubblicato uno studio dell’UO Biostatistica, CSPO, Istituto scientifico Regione Toscana e Dipartimento di statistica G. Parenti, Università di Firenze, in cui emerge che nel periodo 1986-1992 si è osservato nella zona di Campi Bisenzio un picco localizzato di morti per il linfoma non-Hodgkin tra la popolazione maschile. Nello stesso comune, un inceneritore di rifiuti urbani era operativo dal 1973 al 1986; quando è stato chiuso si sono rilevate le prove di contaminazione di diossina nel suolo.

L’Emidemiology Journal del maggio 2004 aveva pubblicato uno studio dell’Istituto Nazionale di Salute Pubblica giapponese fatto sugli inceneritori in Giappone (ad alto contenuto tecnologico). Nell’articolo si legge che nella zona osservata, con tutte le cautele del caso, si rileva una diminuzione del rischio delle morti tra i nenonati con l’aumento della distanza dall’inceneritore. Ovvero, più si vive vicini all’inceneritore (con un picco tra 1-2 Km) e più si rischia di osservare morti tra i neonati.

Insomma, vicino agli inceneritori sono a rischio i neonati, le donne e gli uomini… L’entità del rischio non è ancora stata quantificata esattamente, ma il rischio per la salute legato alla presenza di un inceneritore è un fatto.

4. Per ogni tonnellata di rifiuti incenerita si ha un aumento dei volumi, ottenendo una tonnellata circa di emissioni gassose dai camini e circa 250 Kg di scorie e ceneri tossiche. L’inceneritore di Ottana richiederebbe lo smaltimento di circa 25.000 t/anno di rifiuti speciali. In trent’anni ci sarebbero 750.000 t di rifiuti speciali da portare in discarica, e in Sardegna non esiste discarica in grado di ospitare un quantitativo così elevato di questo materiale: occorrono infatti discariche speciali che diano garanzie di totale sicurezza ambientale.

A tale proposito si osservi che nel “Rapporto sullo stato di salute dei residenti nelle aree con siti industriali, minerari o militari in Sardegna, Italia” commissionato dall’Assessorato regionale alla Sanità emerge che, nelle aree industriali, la compromissione dello stato di salute delle popolazioni coincide con le attività ad alta produzione di rifiuti speciali. Aumentare quindi la produzione di rifiuti speciali, costuisce un elemento di rischio per tutte quelle popolazioni che si troveranno a risiedere in prossimità delle zone in cui i rifiuti verranno stoccati. Certo, le ceneri si possono trasportare e smaltire in una discarica (a pagamento), ma noi viviamo in un’isola: per trasportare le ceneri occorre usare le navi (gli aerei sarebbero troppo rischiosi), e questo implica elevato rischio ambientale e elevati costi di smaltimento, probabilmente a carico della collettività. La necessità di un corretto smaltimento delle ceneri tossiche è un fatto.

5. A Brescia, in prossimità della città, c’è uno degli inceneritori più grandi d’Europa (ca. 750.000 tonnellate l’anno: il triplo di quello che si vorrebbe costruire a Ottana), che soddisfa da solo circa un terzo del fabbisogno di calore dell’intera città (1100 GWh/anno) ma è costato all’Italia una procedura di infrazione da parte dell’Unione Europea, conclusa proprio pochi giorni fa (5 luglio 2007) con una sentenza di condanna. I giudici della Corte di Giustizia Europea hanno ritenuto la Repubblica Italiana responsabile della violazione degli articoli da 5 a 10 della direttiva del Consiglio 27 giugno 1985, 85/337/CEE, sulla valutazione dell’impatto ambientale, e di aver ignorato le procedure per il convolgimento dei cittadini nelle scelte che riguardano impianti inquinanti come gli inceneritori di rifiuti, procedure che ovviamente devono essere attivate prima della costruzione e della messa in funzione dell’impianto.

Questo inceneritore nell’ottobre 2006 è stato proclamato migliore impianto del mondo dal Waste to Energy Research and Technology Council, un organismo indipendente formato da tecnici e scienziati di tutto il mondo e promosso dalla Columbia University di New York. Ha suscitato però qualche perplessità il fatto che questo organismo annoveri tra gli enti finanziatori e sostenitori la Martin GmbH, che è tra i costruttori dell’inceneritore premiato. L’impianto di Brescia non è così bello come qualcuno lo dipinge, anche questo è un fatto.

Nei prossimi due articoli verranno analizzate le questioni relative alle biomasse e all’energia prodotta, alla scelta di Ottana come sede; verrà infine proposta una possibile alternativa all’incenerimento dei rifiuti.


Il carburante verde da bruciare ad Ottana per produrre energia “pulita” quanto ci costerà, in acqua e in euro?

di Gianstefano Monni

In questo articolo verranno esaminati i motivi per cui la decisione di costruire un inceneritore per rifiuti a Ottana induce più di una perplessità: da un lato a proposito dell’ipotesi di utilizzare l’impianto anche per la produzione di energia da biomasse, dall’altro per la scelta di collocare l’impianto in una zona già in evidente stato di difficoltà sul versante ambientale.

 

L’energia elettrica e il combustibile verde

 

1. La produzione di energia elettrica da biomasse forestali consiste nella raccolta di sostanze di origine vegetale dai boschi, nel loro conferimento nell’impianto e nella successiva combustione con recupero dell’energia termica per la produzione di energia elettrica.

Nel Piano Energetico Ambientale Regionale (PEAR) redatto dall’Assessorato all’Industria, si afferma che con le biomasse forestali è alimentabile una potenza elettrica di 40MWe. Questa affermazione è basata sul fatto che l’Assessorato all’Ambiente, nel Piano Forestale Ambientale Regionale (PFAR) stima che sia disponibile in Sardegna una produzione di circa 300.000 tonnellate/anno (t/a) di biomasse forestali. Questa affermazione viene poi ripresa nelle Specifiche Tecniche per la progettazione di una centrale termica integrata nell’area industriale di Ottana (linee guida generali), in cui si legge che a fianco degl impianti di combustione dei CDR devono essere previste una o più linee per la produzione di energia elettrica da biomasse: 120.000 t/a di origine forestale e 80.000 t/a no-food.

Esaminiamo cosa dice il PFAR. Nell’allegato III del Piano, intitolato “Analisi di massa delle biomasse forestali a scopo energetico” al paragrafo 1.1 si stima che dalla gestione dei boschi sull’intera regione «risulta traibile un potenziale massimo di biomassa oscillante tra 290.890 e 318.569 t/anno». Questo è il dato utilizzato a sostegno della tesi secondo cui sarebbe opportuno prevedere un impianto di produzione di energia elettrica da biomasse di origine forestale.

Tuttavia, gli stessi autori del PFAR, nel paragrafo 1 affermano che «le analisi riportate prescindono da qualunque valutazione di tipo economico, non essendo infatti prese in considerazione le problematiche legate alla logistica degli impianti, al costo degli interventi selvicolturali, al costo del conferimento in centrale, etc. I risultati ottenuti hanno pertanto carattere di investigazione preliminare sull’argomento e prescindono da qualunque verifica sulla convenienza economica degli interventi di installazione di centrali per produzione energetica alimentate da biomassa forestale».

In pratica, le 300mila tonnellate/anno ci sono, ma la convenienza economica del loro trattamento per la produzione di energia elettrica non è stata in alcun modo investigata, nè tantomeno dimostrata. In altre parole: non sappiamo quanto costi raccogliere e conferire le biomasse forestali negli impianti e non sappiamo quindi quale possa essere il costo finale dell’energia elettrica prodotta.

Che senso ha parlare di produzione di energia elettrica da biomasse se non si è valutato appieno quale è il costo finale dell’energia elettrica che verrà prodotta?

Se questa valutazione non viene fatta a priori, il rischio è che le valutazioni di tipo economico rendano sconsigliabile, a posteriori, l’uso delle biomasse e che quindi la linea per le biomasse dell’impianto di Ottana sia antieconomica e debba essere o chiusa o riconvertita all’incenerimento dei rifiuti, come è già successo con l’impianto di Brescia.

Le contraddizioni sono evidenti. Nella delibera n. 6/5 del 14 febbraio 2006 si parla di una generica seconda linea a biomasse, da alimentare con un 40% costituito da biomassa no-food e il 60% di provenienza forestale. Nella premessa delle linee guida generali si legge che a Ottana si devono produrre 20MWe da colture no-food e forestali. Qualche pagina più avanti, nel paragrafo 1.2.2, si legge che risulta «più semplice l’individuazione di poli di risorsa locali, capaci di assicurare livelli di potenza di piccola scala (micro impianti di cogenerazione), piuttosto che la previsione di poche (1-2) centrali di media potenza (10-20 Mwe)». In pratica si stabilisce prima che 12 MWe (il 60% dell’energia prodotta dalle biomasse) debbano essere prodotti da biomasse forestali, ma subito dopo si afferma che questa produzione è scarsamente conveniente…

2. La scelta di produrre energia elettrica attraverso l’uso di biomasse in una regione in cui si vive una ricorrente carenza d’acqua comporta ovvi rischi di approvvigionamento: dovremmo usare parte delle limitate risorse disponbili per produrre energia elettrica che non ci serve, o per lo meno che ci serve sicuramente meno dell’acqua necessaria a produrla. Per poter valutare appieno la convenienza dell’uso di biomasse no-food per la produzione di energia elettrica occorrerebbe valutarne anche il costo in acqua, ovvero quanto costa un MWe di energia prodotta in termini di acqua consumata.

Questa valutazione, non presente nelle linee guida generali, né indicata nei progetti presentati, renderebbe palese un costo elevato per la collettività: l’acqua usata per le biomasse no-food sarebbe sottratta ad altre colture e a filiere ad alto valore aggiunto. Se vogliamo produrre energia pulita, è meglio usare ciò che abbiamo in abbondanza, ad esempio il vento, con gli impianti eolici, e il sole, con gli impianti fotovoltaici, e conserviamo l’acqua per scopi più importanti.

3. Le linee guida generali stabiliscono che «la proposta progettuale dovrà prevedere delle linee dedicate alla valorizzazione delle biomasse nel rispetto delle caratteristiche qualitative e quantitative precisate nel capitolo relativo alle biomasse. Sarà cura del proponente individuare la tecnologia più adatta per l’utilizzo delle stesse biomasse, ovvero il numero di linee da installare, la tipologia del forno, e il sistema di trattamento degli effluenti solidi, liquidi e gassosi.»

In pratica i partecipanti alla gara hanno piena libertà nell’elaborazione di un sistema di gestione delle biomasse, però devono garantire:

  • di produrre almeno 20MWe dalle biomasse;
  • di usare 120.000 t/a di biomasse forestali;
  • di produrre il 40% dell’energia da biomasse agricole.

Nel rispetto dei vincoli indicati, i progetti devono essere il più possibile articolati e dettagliato circa l’uso delle biomasse. Tuttavia, in una lettera riservata indirizzata al presidente della commissione aggiudicatrice, alcuni dei commissari affermano che il progetto presentato non prevede il necessario dettaglio sulla linea per le biomasse. Inoltre l’ing. Gianni Mura, rappresentante tecnico incaricato dal Comune di Ottana in seno alla commissione, citato in un articolo su l’Unione Sarda del 12 giugno 2007 afferma testualmente: «Alle biomasse non crede nessuno. Il bando è molto preciso sulle tecnologie relative ai rifiuti, mentre sulle biomasse chiede indicazioni ai concorrenti. Nessuna delle proposte in gara ha rispettato il bando».

4. Nei primi 11 anni di funzionamento, il nuovo impianto di Ottana dovrebbe produrre 62 milioni di euro di utili, così ripartiti: 13 milioni provenienti dalle tariffe (56,40 euro per tonnellata di rifiuti), 20 milioni dalla vendita di energia e 28 milioni, ovvero la quota più cospicua, dai certificati verdi (ROC): premi europei per chi produce energia utilizzando fonti rinnovabili. Nello stesso articolo Mura fa notare che «visto il dibattito in atto, è possibile che i certificati verdi vengano eliminati. Significa che quei 28 milioni di euro dovranno arrivare da altre entrate attraverso l’aumento delle tariffe».

 

I dubbi sulla scelta di Ottana

 

Fermi restando tutti i dubbi precedentemente espressi, sull’incenerimento in quanto tale e sulla convenienza nell’usare in Sardegna biomasse per produrre energia elettrica, esistono forti perplessità anche riguardo la scelta di collocare l’impianto a Ottana, essenzialmente per tre ragioni:

  • la posizione rispetto alla distribuzione dei rifiuti prodotti e raccolti sul territorio regionale;
  • l’impatto ambientale in una zona già altamente inquinata;
  • le ricadute sulle produzioni alimentari e sui livelli occupazionali della zona.

1. Nel 7º Rapporto sulla gestione dei rifiuti urbani in Sardegna (anno 2005) viene, tra le altre cose, riportata anche la ripartizione della produzione dei rifiuti per Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), che coincidoni con le vecchie province. Dal grafico emerge che, su una produzione annuale (2005) di 875.000 tonnellate, l’ATO di Cagliari (A, nel grafico) incide per il 47%, Sassari (D) per il 31%, mentre Nuoro (B) e Oristano (C) rispettivamente per il 14% e per l’8%. Il dato è identico a quello rilevato negli anni precedenti.

La scelta di Ottana, ricadente nell’ATO di Nuoro, comporta quindi la movimentazione su lunghe distanze delle quote maggiori di rifiuti prodotti nell’isola. Una collocazione più accurata dell’impianto di incenerimento comporterebbe minori spostamenti, con conseguente risparmio energetico e minore impatto ambientale.

2. La zona di Ottana rientra già tra quelle che hanno subito un alto impatto ambientale. La collocazione dell’inceneritore costituirebbe un ulteriore aggravio della pressione ambientale e dei livelli di inquinamento, che aumenterebbero non solo per le emissioni dell’inceneritore ma anche per le emissioni dei mezzi necessari per portare i rifiuti in ingresso (CDR) e in uscita (ceneri).

Occorre notare che le emissioni inquinanti legate al trasporto dei rifiuti avrebbero un impatto lungo tutto il percorso dei mezzi, ma si concentrerebbero comunque nella zona di Ottana: tutte le 400mila tonnellate/anno di combustibile (tra biomasse e rifiuti) e le 60.000 tonnellate/anno di ceneri arriverebbero/partirebbero da Ottana. Aumentare i livelli di inquinamento in una zona già inquinata comporta un aumento del tasso di rischio per le popolazioni interessate sicuramente maggiore di quello che si avrebbe collocando l’impianto in altre zone meno degradate dal punto di vista ambientale. Aumentando le fonti inquinanti, ovviamente aumenta anche la probabilità di sforare le soglie ammissibili.

3. Con l’aumento dei livelli di inquinamento, in particolare diossine e nanopolveri emesse dall’inceneritore e diossine emesse dai mezzi di movimentazione dei rifiuti, la filiera lattiero-casearia risulterebbe compromessa. Le produzioni agroalimentari e l’indotto legato ad esse subirebbero un danno anche occupazionale ben maggiore dei 40 posti di lavoro creati dall’impianto di incenerimento dei rifiuti. Questo danno andrebbe a ricadere su una realtà già depressa, togliendo ai residenti in quelle zone l’unico sbocco occupazionale possibile.

Il prossimo articolo tratterà della necessità di produrre più energia elettrica in Sardegna e delle alternative all’incenerimento nello smaltimento dei rifiuti.


 

L’inceneritore non è una scelta obbligata .Con la gestione dei rifiuti a freddo un sistema virtuoso che recupera e non inquina

Di Gianstefano Monni

 

Con l’andamento a regime della centrale Clivati, è venuta meno la necessità di produrre altra energia elettrica a Ottana. Lo ha detto il presidente della Regione, Renato Soru, nell’assemblea del 13 luglio all’Enichem di Ottana. Si discuteva della contestata centrale termica integrata che dovrebbe sorgere proprio ad Ottana e il presidente ha aggiunto che a questo punto dal progetto «è ragionevole eliminare la linea delle biomasse», riducendo quindi la potenza prevista da 40MWe a 20 MWe (quelli che dovrebbero essere generati dall’incenerimento del combustibile da rifiuti).

A questo punto, l’inceneritore non è più visto come un sistema per smaltire i rifiuti e produrre energia elettrica (da cui l’inserimento dell’impianto di Ottana nel Piano energetico ambientale regionale), ma finalmente solo come un modo per smaltire i rifiuti. L’eventuale produzione di energia elettrica mediante l’incenerimento dei rifiuti è, forse, un vantaggio, ma di certo non il motivo per cui lo si dovrebbe scegliere, visto che a Ottana non c’è necessità di avere altra energia.

Levate dal campo la presunta necessità di produrre energia elettrica e l’illusione di creare nuovi posti di lavoro, si può ragionare su quale sia la migliore soluzione ad un problema reale che va affrontato seriamente e risolto nel migliore dei modi. Questo articolo è un modesto tentativo di proporre una soluzione per smaltire i rifiuti che non comporti tutti i rischi sanitari esposti nel primo articolo della serie.

Come già detto, il problema più grave legato all’incenerimento è dovuto all’emissione di sostanze tossiche (diossina e nanopolveri) nell’aria. L’altro grande problema è il fatto che il 30% circa di ciò che viene conferito in un inceneritore deve essere poi smaltito in discariche speciali. Il processo di incenerimento, infatti, produce delle scorie altamente tossiche che non possono essere smaltite in discariche comuni. Gli inceneritori, quindi, non risolvono il problema delle discariche: lo complicano, soprattutto in una regione come la Sardegna.

La soluzione che qui si intende proporre si chiama Trattamento Meccanico Biologico (TMB): un insieme di tecnologie per la gestione dei rifiuti a freddo, in grado di recuperare circa il 70% dei materiali in ingresso. Un rapporto pubblicato in Inghilterra nel febbraio del 2003 e tradotto in italiano in occasione della quarta Giornata mondiale contro l’Incenerimento dei rifiuti dimostra, attraverso una dettagliata descrizione tecnica, come a completamento di sistemi di riduzione all’origine e di capillare raccolta differenziata dei rifiuti possa operare con successo un impianto di trattamento degli scarti residui.

Il TMB non emette gas tossici o nanopolveri nell’aria, e non ha necessità di essere alimentato da un quantitativo costante di rifiuti, a differenza dell’inceneritore. L’incenerimento infatti richiede che, anche a fronte di una auspicata riduzione della produzione, sia comunque necessario garantire all’impianto un flusso costante di rifiuti. In pratica, se non se ne producono abbastanza (ovvero se la produzione decresce grazie alla raccolta differenziata) occorre importarli da altre regioni, per fare in modo che l’inceneritore bruci le quantità previste. Questo è evidentemente un assurdo: da una parte si dice di voler ridurre il quantitativo di rifiuti e di recuperarne il più possibile attraverso la raccolta differenziata, dall’altra invece si costruisce un impianto che ha bisogno di un flusso costante di rifiuti per operare in modo efficiente.

Come si diceva, il TMB è un sistema di riciclaggio e riuso non inquinante, si integra perfettamente con la raccolta differenziata ed è già una realtà in diverse parti del mondo: qui esamineremo brevemente le soluzioni adottate negli Stati Uniti, a San Francisco, e in Australia, a Sydney.

Nell’impianto di San Francisco vengono trattate in media 1.200 tonnellate al giorno (440.000 tonnellate/anno) di rifiuti. Originariamente la raccolta porta-porta richiedeva che le persone mettessero carta, vetro e lattine in cestini separati. Questa soluzione comportava un maggiore grado di collaborazione e di impegno da parte dei cittadini, ma, attualmente la via più conveniente è la raccolta "a flusso unico". I rifiuti, con la sola eccezione dell’umido, vengono collocati dai cittadini in un contenitore unico che viene conferito nell’impianto, ed il cui contenuto viene separato e identificato attraverso il lavoro di un sistema meccanico e di 110 operai. La raccolta a flusso unico semplifica la vita dei cittadini, e contemporaneamente consente di recuperare più materiali: questo sistema infatti ha consentito alla città di San Francisco di raggiungere il 69% di raccolta differenziata, una delle percentuali più alte in America, come riferisce l’Economist.

L’impianto di Sydney è stato realizzato con un investimento di circa 70 milioni di dollari ed è in grado di trattare un quantitativo di rifiuti non differenziati di circa 250.000 tonnellate/anno. Il primo impianto di questo tipo ha iniziato a trattare i rifiuti proprio nel settembre del 2004 ma recentemente un impianto analogo è stato appaltato dalle autorità pubbliche del Lancashire, in Inghilterra. La tecnologia sta facendo registrare un notevole successo di mercato non solo in Australia e in Asia ma anche in Inghilterra, appunto, dove molte comunità si stanno battendo contro l’incenerimento dei rifiuti.

A Sydney vi è una raccolta differenziata in crescita ma ancora da migliorare, per superare quote più elevate del 30%. Pertanto il rifiuto in ingresso che va all’impianto è paragonabile a "rifiuto tal quale". In questo quadro ciò che entra nell’impianto è per circa il 50% scarto di cibi e per il resto è formato da plastiche, carta e cartoni, vetro, metalli e tessili ecc. Nel corso del trattamento vi è una riduzione in peso di circa il 48% per effetto della evaporazione e della perdita di CO2.

Si invia al riciclaggio circa il 13% del totale dei rifiuti in ingresso così suddiviso :

  • 4% di carta,
  • 3% di metalli,
  • 1-2% di plastiche,
  • 2% di vetro
  • 2% di altri materiali (legno, tessili).

Dal trattamento dei rifiuti si produce circa un 4% di biogas (riferito al peso totale dei rifiuti in ingresso); 13% di compost con valore agronomico; 17% di frazione organica stabilizzata (FOS) utilizzata per la ricopertura della discarica; 8% di rifiuti da smaltire in discarica costituiti da inerti e da plastiche il cui riciclaggio è problematico. In pratica, da ogni tonnellata di rifiuti che entra in discarica, escono:

  • circa 450 Kg emessi nell’aria sotto forma di anidride carbonica e vapore acqueo: non vi sono emissioni di sostanze inquinanti o di nanopolveri;
  • circa 300 Kg di materiale riusabile o riciclabile;
  • circa 250 Kg tra frazione organica stabilizzata e rifiuti non riciclabili, collocabili in comuni discariche, non essendo un rifiuto tossico (come invece sarebbero i 300 Kg in uscita dall’inceneritore).

 

La sostanziale differenza tra l’approccio con l’inceneritore e quello con il TMB è che il rifiuto nel primo caso è uno scarto da bruciare, nel secondo invece è un’opportunità cui applicare le pratiche del riciclo e del riuso. Queste pratiche, accompagnate da opportune politiche di riduzione delle quantità prodotte, possono portare all’obiettivo "Rifiuti Zero": una sfida che può essere vinta, come dimostrano esperienze in tutto il mondo, e che va comunque combattuta, soprattutto da un’amministrazione che ha fatto della difesa dell’ambiente uno dei suoi cavalli di battaglia. È molto importante, infatti, salvare le coste e così incrementare il turismo. Ma è fondamentale salvare ciò che le coste delimitano: la nostra terra e tutte quelle creature che hanno la fortuna di viverci sopra per tutta la vita, non solo per un mese l’anno.

~ di Blog Admin on 17 Luglio 2007. Tagged: , ,

34 Risposte to “Inceneritore di Ottana: quanti dubbi.”

  1. Ottana.La Provincia di Nuoro continua a dir di no all’inceneritore, meglio le isole ecologiche.

    Da La Nuova Sardegna 19/10/2007

    Provincia, nuovo no all’inceneritore

    Consiglio dedicato interamente al problema dei rifiuti

    ANTONIO BASSU

    NUORO. Nell’ambito delle riunioni monotematiche, il consiglio provinciale ha esaminato ieri il problema della gestione dei rifiuti e il ruolo dell’ente in funzione dell’applicazione del nuovo codice dell’ambiente. L’occasione è valsa a ribadire ancora un no al termovalorizzatore.

    «Non è pensabile nè accettabile – ha detto l’assessore all’ambiente Rocco Celentano illustrando la nuova normativa di riferimento – che possano passare scelte imposte o basate sull’esigenza di conseguire profitti realizzabili soprattutto con la violenza al territoriio e all’ambiente o a scapito della salute dei cittadini. Il parametro del minor costo dell’inceneritore non può determinare da solo la scelta, prescindendo dai costi sociali complessivi e dal necessario consenso generale. Ottana, inoltre, rappresenta il baricentro geografico e non quello della media delle pesate dei rifiuti. Con altrettanta chiarezza è opportuno rimarcare che le scelte maturate a seguito del confronto democratico fra le istituzioni e condivise dalle rappresentanze dei cittadini non possono essere ridiscusse continuamente, ma applicate e rispettate».

    L’assessore Celentano, che ha fatto un’ampia disamina di tutte le problematiche legate al nuovo ruolo della Provincia relativamente alla gestione dei rifiuti, ha detto che bisogna realizzare le isole ecologiche, largamente e positivamente sperimentate nelle regioni del Nord per combattere l’offerta di servizi ai cittadini, dove gli stessi possano depositare il materiale ricevendo in cambio un bonus per abbattere la tariffa, intesa come corrispettivo equo da pagare in base ai rifiuti conferiti. Così come occorre finanziare la bonifica delle discariche abusive censite da affidare alla Provincia, a cui è demandata già la funzione sanzionatoria, e procedere al corretto smaltimento dei rifiuti ingombranti nei luoghi preposti alla raccolta, utilizzando anche forme di incentivo che rendano e più premiante il conferimento.

    Sul sociale la Provincia contesta alla Regione di non averle presentato un progetto, nè di aver approfondito l’aspetto della progressiva sostituzione dei rifiuti con le biomasse, così come non ha specificato dove e come le stesse saranno prodotte. Inolte non ha imposto un piano di comunicazione per il territorio e non ha coinvolto gli enti locali; mentre nella gara non ha imposto un supporto a titolo oneroso per l’ente appaltante. Infine non ha valutato un sistema combinato tra diverse aree geografiche, e tra Macomer e Ottana in particolare.

    La Provincia, invece, ha creato un Osservatorio, «realizzando una politica di controllo, d’indirizzo e proposta, rivolta ai cittadini e alle imprese, coinvolgendo i comuni in un percorso di approfondimento. L’Ente, nella prospettiva di definire un sistema di smaltmento dei rifiuti allargato, in coerenza con l’intesa siglata con la regione, ha istituito un Centro di competenza sui rifiuti, con funzioni di valutazione ed analisi delle proposte progettuali ad integrazione con il sistema produttivo, e nel rispetto dei problemi sociali ed occupazionali. Nella piana di Ottana manca il piano di caratterizzazione e la bonifica dell’area. Lo si considera un sito sul cui non è sicuro abbia senso realizzare un termovalorizzatore.

  2. Termovalorizzatore di Ottana. Non si farà, cambiano gli obiettivi del Piano energetico regionale: ora prevedono di portare la raccolta differenziata al 60% entro il 2009.

    Da La Nuova Sardegna 07/11/2007

    Termovalorizzatore, Soru cambia idea

    Finisce un braccio di ferro che durava da un anno e mezzo tra gli amministratori locali e la Regione

    Mutano gli obiettivi della differenziata e il governatore rinuncia al progetto

    OTTANA. Per la prima volta da un anno e mezzo, da quando cioè venne pubblicato il bando di ?project financing? da 160 milioni di euro, il presidente della giunta regionale Renato Soru fa capire di aver cambiato idea sul termovalorizzatore di Ottana. Il governatore è pronto a rinunciare al progetto, il cui bando è stato vinto dalla società spagnola Urbaser Sa: tutto dipende dal raggiungimento degli obiettivi della raccolta differenziata dei rifiuti fissati per l?anno 2009. La notizia di un cambio di rotta si desume da due interventi fatti da Soru negli ultimi giorni.

    Il primo in una riunione (privata) con i rappresentanti degli enti locali per l?illustrazione della Finanziaria cui hanno partecipato anche alcuni sindaci; il secondo nell?incontro pubblico di lunedì a Iglesias con il ministro Alfonso Pecoraro Scanio.

    Partiamo dal primo incontro. Parlando del piano energetico ambientale, Soru ha anticipato di voler portare al 60% la percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti entro il 2009. L?obiettivo fissato dal piano regionale è del 50%. Il miglioramento della raccolta differenziata, secondo Soru, consentirebbe di realizzare uno solo dei due mega inceneritori previsti a Cagliari e Ottana. Ad essere cancellato, sarebbe proprio quest?ultimo. E ciò per due motivi: 1) il venir meno della condizione che aveva portato a suo tempo alla scelta del termovalorizzatore quale produttore di energia (20 megawatt), e cioè la crisi della centrale elettrica del gruppo Clivati; 2) la forte opposizione al progetto da parte dei Comuni, della Provincia e della gente.

    Soru, dopo un lungo braccio di ferro con gli amministratori locali e il comitato della comunità contrarie, ha deciso di tenere conto del rifiuto del termovalorizzatore manifestato dalle popolazioni del centro Sardegna. Per smaltire i rifiuti del Nuorese, e non più di mezza Sardegna come avverrebbe con il mega inceneritore, Soru ha pronta anche l?alternativa: un revamping dell?impianto di Macomer che verrebbe adeguato tecnologicamente per consentire un abbattimento delle tariffe attuali troppo costose.

    Nel nord Sardegna verrebbero, invece, costruiti piccoli impianti a ridosso delle aree urbane che producono più rifiuti, che è poi quanto prevede la legge nazionale in materia. Fin qui le anticipazioni del presidente.

    Il tutto, però, è stato confermato nel corso della conferenza tenuta a Iglesias con il ministro Pecoraro Scanio, nell?ambito dell?inaugurazione del Parco Geominerario. Le parole dette pubblicamente da Renato Soru lasciano pochi dubbi. «In questi giorni – ha detto il presidente della Regione – stiamo pensando che l?obiettivo di portare nel 2009 dal 50 al 60% la percentuale di raccolta differenziata può comportare la costruzione di uno solo dei due grandi termovalorizzatori previsti. Chiederemo uno sforzo ai Comuni per venire incontro alle esigenze delle popolazioni che non vogliono impianti di quel genere nel proprio territorio».

    Tutto, quindi, dipenderà dall?aumento della raccolta differenziata dei rifiuti, vera alternativa, secondo gli ambientalisti, alla costruzione degli inceneritori. Adesso pare che di questo si sia convinto anche Renato Soru.

  3. Termovalorizzatore di Ottana. Anche l’assessore all’Ambiente conferma che non si farà. Avanti con la raccolta differenziata spinta!

    Da La Nuova Sardegna 08/11/2007

    Morittu conferma: «Inceneritore cancellato» [Provincia]

    Rifiuti. La giunta regionale si pronuncerà ufficialmente su Ottana la prossima settimana

    Ma le amministrazioni locali dovranno spingere al massimo sulla raccolta differenziata

    NUORO. La sfida annunciata in modo sommesso da Renato Soru diventerà ufficiale la prossima settimana: sì, il maxi termovalorizzatore di Ottana non si farà più, ma in Sardegna bisogna spingere la raccolta differenziata dei rifiuti fino a un livello ambizioso, molto ambizioso, il 60 per cento. Cicito Morittu, assessore regionale all’ambiente, conferma quanto il presidente della Regione ha comunicato nei giorni scorsi ad alcuni amministratori locali e al ministro Alfonso Pecoraro Scanio. «Le condizioni alla base del progetto sono cambiate – spiega -, la giunta regionale si pronuncerà in modo formale a breve».

    Il maxi inceneritore di Ottana è un progetto morto e sepolto e la Regione rilancia. Cicito Morittu illustra con pacatezza le riflessioni dell’esecutivo regionale. «Il progetto del termovalorizzatore di Ottana – afferma – si reggeva su due pilastri, visto che si trattava di una centrale termica integrata: produrre energia per l’agglomerato industriale e smaltire i rifiuti non riciclabili. Il primo pilastro è venuto meno: la centrale elettrica Clivati, che all’epoca stava per chiudere, è stata rilanciata. Oltre al presupposto industriale cade anche il presupposto giuridico, la giunta regionale ne prenderà atto. Ma si è perso tempo e ora bisogna recuperarlo».

    Con l’Urbaser Sa, la società spagnola che si è aggiudicata la gara per la progettazione, non dovrebbero esserci problemi. Si guarda avanti, alla modifica del piano regionale dei rifiuti. L’occasione sarà la prossima presentazione del rapporto per la procedura di valutazione ambientale strategica del piano. «Ci saranno – spiega Morittu – linee integrative del piano per ridurre al 40 per cento la quantità di rifiuti da smaltire». Detta in altre parole, le stesse utilizzate da Renato Soru qualche giorno fa, bisognerà portare la raccolta differenziata dei rifiuti al 60%. Ben oltre il 50% previsto ora dal piano regionale insieme ai termovalorizzatori del Casic di Cagliari e di Ottana, che doveva smaltire i rifiuti di mezza Sardegna, da Santa Teresa di Gallura a Oristano. L’obiettivo sembrava ambizioso e lo sarà ancora di più. Nuoro, per esempio, che pure è ufficialmente una città virtuosa, oggi non va oltre il 20% mentre la media regionale è assai più bassa. «Ci sono risultati lusinghieri – conferma Morittu – ma siano ancora lontani dagli obiettivi. Molto dipenderà dai comuni. Per rendere efficiente la raccolta differenziata e abbattere i costi, senza gravare sui cittadini, dovranno lavorare assieme. In ogni caso, costerà di più che incenerire. Un contributo importante all’abbattimento delle quantità verrà dagli impianti di trattamento e selezione. Alcuni sono già in fase di appalto nel nord dell’isola. Importante sarà anche il riciclo, anche per creare posti di lavoro. Un esempio è l’impianto approvato oggi (ieri, per chi legge) dalla giunta regionale: a Iglesias, con una tecnologia a freddo, verrà trasformato il 40% degli pneumatici buttati in Sardegna. Resta che, con la legge vigente, dal 2009 saremo costretti a incenerire i rifiuti che hanno un contenuto energetico superiore a 13000 kj per chilogrammo».

    Dunque, gli inceneritori sono ancora necessari. Il Casic c’è già. E c’è anche Tossilo (Macomer) che in questo quadro si riprenderà il ruolo che gli avrebbe sottratto Ottana. Almeno un altro impianto di medie dimensioni è inoltre ipotizzabile nel nord Sardegna. Morittu infatti parla di tre aree territoriali (nord, centro e sud) anche se per il momento non va oltre. Ma perché tutto funzioni, appunto, bisognerà spingere sull’acceleratore per la differenziata. Soru e Morittu si guardano bene dal parlare di sfida alle amministrazioni locali. Anzi, Morittu assicura che la Regione incentiverà la raccolta con un sistema di premialità. Ma la sfida è nei fatti: il maxi inceneritore è cancellato, bisogna ridurre il carico dei rifiuti da incenerire.

  4. Termovalorizzatore. Cessato l’allarme a Ottana la lotta agli inceneritori si sposta a Macomer.L’obiettivo è fermare l’incenerimento dei rifiuti su tutto il territorio regionale.

    Da L’Unione Sarda 09/10/2007

    La battaglia continua a Tossilo»

    Ottana. La retromarcia della Regione sul termovalorizzatore non ferma l’impegno dei cittadini del territorio

    Il comitato pronto a contrastare l’impianto di Macomer

    Il comitato: «La nostra battaglia non finisce con il no all’impianto di Ottana. Siamo contrari al sistema di incenerimento ovunque».

    Dopo tante battaglie e confronti tesi col governatore Renato Soru, il comitato per il no all’inceneritore di Ottana avrebbe tutte le ragioni di brindare per il dietrofront della Regione, pronta a rivedere la sua decisione. Invece, evita di cantare vittoria, e modera perfino il tono della soddisfazione. Perché per i componenti del comitato spontaneo di cittadini la battaglia non è finita. Fermato il progetto da realizzare a Ottana, sono pronti a dare battaglia per stoppare altri impianti di incenerimento, in qualunque angolo della Sardegna, da Tossilo a Cagliari. «Noi non soffriamo della sindrome “no nel nostro cortile”. Il comitato è nato a Ottana per contestare una scelta politica sbagliata e un attacco al nostro territorio. Ma vogliamo rivendicare il diritto dei cittadini a partecipare attivamente e a far sentire la propria voce. Il comitato perciò non ha finito il suo compito. Affronteremo altre battaglie, laddove le riterremo necessarie», annuncia Ester Satta. Lei, insegnante di Olzai, si è ritrovata in tutti questi mesi in prima linea, assieme a cittadini di altri paesi che gravitano nella piana di Ottana, a contrastare la volontà regionale.

    NUOVA BATTAGLIA Dice Francesco Pirisi, di Sarule, portavoce del comitato: «Ora emergono le contraddizioni che abbiamo sottolineato più volte. La Regione portava avanti l’inceneritore di Ottana sul presupposto che servisse a produrre energia. Nello stesso tempo, d’accordo col Governo, decideva di rilanciare la centrale della Clivati togliendo motivazione alla scelta precedente. Poi la Regione e anche la Provincia arrivavano alle nostre stesse conclusioni sostenendo la strada della raccolta differenziata da portare al 50 per cento. Una contraddizione che ora viene eliminata. Da Regione e Provincia ci aspettiamo adesso una dichiarazione netta sul fatto che i sistemi di incenerimento non siano i migliori per lo smaltimento dei rifiuti. Abbiamo creduto nella lotta che l’abbiamo fatto solo per contrastare una scelta dannosa per l’ambiente e la salute dei cittadini». Il comitato – precisa – vigilerà sulle scelte successive della Regione in materia di smaltimento dei rifiuti per sostenere alternative al sistema dell’incenerimento, ovvero la raccolta differenziata spinta. Sulla stessa linea Mario Denti, di Ottana: «Sembra che la Regione voglia spostare l’impianto da Ottana. Ma noi non siamo d’accordo con la termovalorizzazione. Siamo propensi a portare avanti la proposta di legge presentata di recente dal consigliere regionale Paolo Maninchedda sul divieto di incenerimento dei rifiuti in Sardegna».

    MACOMER Determinati e forti del successo, comunque innegabile, i componenti del comitato preparano un prossimo incontro a Macomer, già la prossima settimana. Tra questi Bustianu Cumpostu, leader di Sardigna Natzione e sostenitore del no: «È una vittoria delle comunità. Quando si mobilitano, hanno tanta forza. Altrimenti sono succubi delle decisioni politiche. Questo può essere un esempio. Ora finita la guerra contro l’inceneritore di Ottana, inizia quella contro Tossilo. Il comitato sarà operativo già la prossima settimana. E allarga la sua attenzione a tutta la Sardegna perché la lotta non è contro il termovalorizzatore nell’orticello di casa, ma contro l’incenerimento come sistema di smaltimento dei rifiuti».

    MARILENA ORUNESU

  5. No a tutti gli inceneritori, o termovalorizzatori che dir si voglia. Non valorizzano un bel niente, sono solo nocivi per l’ambiente e le persone.

    Da L’Altravoce mercoledì 14 novembre 2007

    Interventi.

    Il coraggio di dire no a tutti gli inceneritori

    e scegliere una gestione dei rifiuti

    che non inquina, costa meno e recupera risorse

    di Domenico Lipari

    I ritardi e i guadagni illeciti sulla raccolta dei rifiuti hanno scatenato le ire delle popolazioni che subiscono due gravi danni: convivere con l’immondezza e pagare bollette salate per le multe inflitte alle amministrazioni comunali inadempienti.

    C’è una risposta ecologica che supera i problemi delle discariche e degli inceneritori: la gestione integrata dei rifiuti (raccolta differenziata abbinata al recupero delle materie prime contenute nella parte rimanente dei rifiuti indifferenziati) che consente il recupero di circa l’85-90% delle materie prime. Crediamo che debba essere questa la scelta politica che la Giunta (Soru) debba fare, avendo come obiettivo quello di assicurare un’elevata protezione dell’ambiente e della salute dell’uomo accompagnata ad uno sviluppo sostenibile.

    Si tratta di vedere come rimettere in circolazione le materie prime in esaurimento per creare nuove materie e nuove energie, senza inquinare la terra, l’acqua e l’aria. In particolare come risolvere il problema del riciclaggio della quota rifiuti non differenziabili, previsti in circa il 50% del totale.

    Oggi è molto diffuso il sistema dello smaltimento con le discariche e con gli inceneritori detti impropriamente termovalorizzatori. Le discariche comportano i noti pericoli per l’ambiente e incontrano anche la ferma opposizione delle popolazioni, perciò è impensabile costruirne di nuove o ampliare quelle esistenti. Gli inceneritori comportano un alto rischio d’inquinamento atmosferico, dovuto ai fumi che, se non controllati, immettono nell’aria sostanze inquinanti, quali diossine e furani, cadmio, mercurio e nichel. A ciò va aggiunto l’alto costo di costruzione e di manutenzione del forno e il problema dello stoccaggio delle ceneri (circa il 30% del peso del rifiuto iniziale!) che, per contenuto e qualità, vanno in discariche per materiali pericolosi, con alti costi di smaltimento e di trasporto.

    Pertanto il ventilato rilancio dell’impianto d’incenerimento già in funzione a Macomer, quello di Tossilo, e la creazione di un altro nel nord della Sardegna sono scelte che andrebbero verso un’ottica di proliferazione di questo tipo di smaltimento.

    L’Unione europea ha ormai compreso che la gestione complessiva dei rifiuti costituisce attività di pubblico interesse da eseguirsi senza pericolo per la salute dell’uomo, senza usare procedimenti o metodi che potrebbero recare pregiudizio all’ambiente e secondo criteri di “efficacia, efficienza, economicità e trasparenza”.

    Gli Stati più evoluti si stanno orientando verso un’alternativa alla termodistruzione e alla discarica adottando impianti di riciclaggio a separazione meccanica dei rifiuti solidi urbani con recupero delle materie prime e produzione di compost o biogas e C.D.R. (combustibili derivati dai rifiuti), cioè una soluzione integrata tra il riciclo dei materiali provenienti dalla raccolta differenziata e quello dei materiali contenuti nei rifiuti indifferenziati separati da questo tipo d’impianto già in uso in USA, Canada etc. Tale soluzione consente di rimettere in ciclo la quasi totalità delle materie prime (soprattutto vetro, metalli, carta) con grande risparmio per la loro produzione, minore quantità di trasporti, salvaguardia dell’ambiente e assenza di emissioni nocive.

    L’impianto è mutuato dalla tecnologia e dall’esperienza mineraria che garantiscono un’affidabile valutazione dei costi d’esercizio e di investimento (entrambi di gran lunga inferiori rispetto a quelli di un inceneritore). I benefìci di questa gestione integrata dei rifiuti (raccolta differenziata abbinata al recupero delle materie prime contenute in quelli indifferenziati) sono molteplici: recupero di circa l’85-90% delle materie prime; meno tasse sui rifiuti; migliore qualità dell’ambiente; minore necessità di realizzare o utilizzare discariche per lo smaltimento, essendo modeste le quantità dei residui non recuperabili. Per esempio una discarica la cui durata è prevista in 10 anni, se riempita solo dagli scarti sopraddetti, durerebbe da 66 a 100 anni.

    Questo tipo d’impianto è modulare con manutenzione semplice, è contenuto in un capannone, di dimensioni contenute, chiuso, all’interno del quale entrano per lo scarico i mezzi di trasporto anch’essi chiusi. Si articola nelle seguenti sezioni:

    ricevimento e frantumazione dei rifiuti;

    selezione automatica con estrazione dei materiali ferrosi;

    estrazione dei materiali organici destinati a produrre compost di qualità (in alternativa a produrre biogas);

    separazione delle frazioni metalliche non ferrose compreso l’alluminio;

    separazione di carta e plastica leggera per ottenere C.D.R;

    separazione delle plastiche pesanti che, se bruciate, danno un’alta emissione di diossina.

    In uscita dall’impianto si hanno i seguenti prodotti: metalli ferrosi, alluminio, plastiche pesanti, compost stabilizzato e raffinato (o biogas per produzione d’energia elettrica), combustibile CDR (carta, plastiche senza cloruri, legno) con alto potere calorifico (4000-5000 kcal/kg), ottenibile sia in pellets, sia in balle pressate. Il CDR è destinato ad utilizzatori finali quali cementifici, impianti termici vari, caldaie per la produzione di vapore o di energia elettrica.

    Questo sistema crediamo debba essere adottato soprattutto dai Comuni con alto numero di abitanti. In realtà i piccoli Comuni hanno meno difficoltà a fare una raccolta differenziata “spinta”, perché è più facile raccogliere il rifiuto organico o inorganico casa per casa, che in una città con palazzi e centinaia di migliaia di residenti.

    Altre buone ragioni che consigliano la scelta dell’impianto di riciclaggio a separazione meccanica dei rifiuti solidi urbani:

    un’alta affidabilità di funzionamento, con tecnologia avanzata che si avvale di 169 brevetti internazionali;

    non inquina, non lascia odori, non produce fumi di combustione, quindi nessuna produzione di diossine e di polveri o residui contenenti metalli pesanti;

    la separazione dei rifiuti avviene solo meccanicamente;

    lascia residui limitati e di tipo inerte, pari a circa il 10-15% del rifiuto iniziale;

    la localizzazione è compatibile con qualsiasi ambiente;

    i rifiuti possono essere collocati sul mercato con risultati economici vantaggiosi;

    crea posti di lavoro per il riciclo delle materie prime ottenute e per le attività di utilizzazione dei prodotti recuperati;

    evita l’impatto ambientale provocato da discariche e inceneritori;

    la realizzazione dell’impianto richiede costi di investimento ridotti rispetto agli altri sistemi di smaltimento di pari capacità;

    i costi d’esercizio sono di gran lunga inferiori rispetto a quelli di un inceneritore di eguale targa.

    Nota: chi volesse visitare un impianto del tipo sopra descritto potrebbe recarsi nel parco di Disney World, in Florida: è in funzione all’interno del parco stesso.

  6. Inceneritore di Ottana. L’ipotesi di incenerire i rifiuti a Fiumesanto preoccupa i sindaci di Nuoro e Tiana, che chiedono di riconsiderare il progetto temendo un aumento della tariffa della nettezza urbana.

    «Via da Ottana? Prima vediamo i costi» [Provincia]

    Da La Nuova Sardegna 06/02/2008

    Gli amministratori temono che il trasporto a Sassari faccia lievitare le tariffe della nettezza urbana

    I sindaci di Nuoro e Tiana invitano a riflettere sul «no» all’impianto

    Mario Zidda: troppe rigidità ideologiche

    ANTONELLO SECHI

    NUORO. Il termovalorizzatore di Ottana dirottato a Fiumesanto? Calma, prima di decidere vediamo quali saranno i costi. Lo dicono i due sindaci del Nuorese che hanno partecipato al vertice tra giunta regionale e consiglio delle autonomie locali. Mario Zidda, sindaco di Nuoro, e Cesarina Marcello, sindaco di Tiana e rappresentante dei piccoli comuni, temono aumenti insopportabili per i cittadini.

    I due sindaci vogliono saperne di più anche perché saranno loro (e i loro colleghi) a dover chiedere i soldi ai cittadini. Mario Zidda lo ha detto chiaramente durante l’incontro dell’altro ieri a Cagliari. Il sindaco di Tiana, costretto a lasciare la riunione in anticipo, lo ribadisce a posteriori.

    A cambiare le cose è stato il no all’impianto di Ottana pronunciato, per la prima volta in modo ufficiale, dal presidente della Provincia di Nuoro. Roberto Deriu, in realtà, ha provato a salvare capra e cavoli proponendo tre termovalorizzatori per tutta l’isola: il Tecnocasic (Cagliari), uno nel nord Sardegna e uno nella Sardegna centrale. Non a Ottana ma a Tossilo (Macomer) riqualificando l’impianto attuale. Il presidente della Regione Renato Soru e l’assessore all’ambiente Cicito Morittu hanno però bocciato l’ipotesi: questioni di costi, di funzionalità, di minore facilità di gestione e di controllo degli impianti.

    Il no a Ottana («state perdendo un’occasione», ha detto Soru) ha così riaperto la strada all’ipotesi Fiumesanto che avrebbe il vantaggio di essere più vicino ai luoghi di maggior produzione dei rifiuti. Per i due sindaci del centro Sardegna è così scattato l’allarme. «Sì – afferma Mario Zidda – ho chiesto un attimo di riflessione e un’analisi sui diversi scenari di costo, perché poi tocca ai sindaci mettere le mani nelle tasche dei cittadini».

    Con due poli di smaltimento, l’Ogliastra dovrà portare i rifiuti a Cagliari e il Nuorese a Fiumesanto. Se non passerà l’ipotesi della tariffa unica regionale, i costi di trasporto potrebbero diventare più gravosi per i comuni più lontani. La pausa di riflessione, aggiunge il sindaco di Nuoro, è necessaria anche alla luce delle novità: il dimezzamento della quantità dei rifiuti da bruciare nell’isola annunciato da Soru e Morittu (da 400 a 250mila tonnellate annue) e «quello che appare come il superamento delle questioni ambientali e sanitarie».

    Zidda, che non vuole polemiche, si riferisce evidentemente alla richiesta della Provincia di mantenere un termovalorizzatore a Tossilo.

    Il sindaco di Nuoro riflette sul dibattito di questi mesi in provincia di Nuoro e che ha portato al “no” al progetto Ottana. «Da un lato – afferma – ci sono state rigidità ideologiche e dall’altro è obiettivamente difficile trattare di spazzatura e non di oro. Nelle comunità locali si affermano riserve su salute pubblica e dei suoli, anche se poi, è vero, ci sono mistificazioni. E d’altra parte, se il sindaco del comune interessato dice no al termovalorizzatore, per gli altri sindaci c’è una difficoltà obiettiva. Non puoi dire: tu devi prendere il termovalorizzatore. Ma come sindaco della mia comunità sono preoccupato: c’è crisi e l’opinione pubblica deve essere informata, oltre che sulle microparticelle emesse in atmosfera, anche sui costi differenziali tra una soluzione e l’altra».

    Cesarina Marcello, rappresentante dei piccoli comuni nel consiglio delle autonomie locali, esprime la stessa preoccupazione. Non solo: si esprime a favore dell’impianto di Ottana e contesta l’atteggiamento della Provincia. «Lo dico molto serenamente – afferma -: i rifiuti sono come i servizi sociali, nel senso che interessano ciascuno di noi. E se il servizio dovesse interrompersi non sapremmo dove andremo a parare. A fine gennaio, come Unione dei comuni della Barbagia siamo andati in Veneto a vedere i termovalorizzatori. Ne abbiamo visitato quattro nel raggio di 80 chilometri. Nessuna paura: sono industrie a posto, che trasformano i rifiuti in energia. Qui intorno vediamo cose molto più tristi: le discariche e la spazzatura abbandonata»». Il sindaco di Tiana è insoddisfatto di come la Provincia ha gestito la vicenda. L’accusa di aver «cambiato le carte in tavola». Ha una richiesta per Roberto Deriu: «Riunisca i sindaci con il presidente della Regione e si prenda una decisione serena. Quanto ci costerà, altrimenti, portare i rifiuti a Sassari?».

  7. Inceneritore di Ottana. L’ipotesi di incenerire i rifiuti a Fiumesanto preoccupa i sindaci di Nuoro e Tiana, che chiedono di riconsiderare il progetto temendo un aumento della tariffa della nettezza urbana.

    «Via da Ottana? Prima vediamo i costi» [Provincia]

    Da La Nuova Sardegna 06/02/2008

    Gli amministratori temono che il trasporto a Sassari faccia lievitare le tariffe della nettezza urbana

    I sindaci di Nuoro e Tiana invitano a riflettere sul «no» all’impianto

    Mario Zidda: troppe rigidità ideologiche

    ANTONELLO SECHI

    NUORO. Il termovalorizzatore di Ottana dirottato a Fiumesanto? Calma, prima di decidere vediamo quali saranno i costi. Lo dicono i due sindaci del Nuorese che hanno partecipato al vertice tra giunta regionale e consiglio delle autonomie locali. Mario Zidda, sindaco di Nuoro, e Cesarina Marcello, sindaco di Tiana e rappresentante dei piccoli comuni, temono aumenti insopportabili per i cittadini.

    I due sindaci vogliono saperne di più anche perché saranno loro (e i loro colleghi) a dover chiedere i soldi ai cittadini. Mario Zidda lo ha detto chiaramente durante l’incontro dell’altro ieri a Cagliari. Il sindaco di Tiana, costretto a lasciare la riunione in anticipo, lo ribadisce a posteriori.

    A cambiare le cose è stato il no all’impianto di Ottana pronunciato, per la prima volta in modo ufficiale, dal presidente della Provincia di Nuoro. Roberto Deriu, in realtà, ha provato a salvare capra e cavoli proponendo tre termovalorizzatori per tutta l’isola: il Tecnocasic (Cagliari), uno nel nord Sardegna e uno nella Sardegna centrale. Non a Ottana ma a Tossilo (Macomer) riqualificando l’impianto attuale. Il presidente della Regione Renato Soru e l’assessore all’ambiente Cicito Morittu hanno però bocciato l’ipotesi: questioni di costi, di funzionalità, di minore facilità di gestione e di controllo degli impianti.

    Il no a Ottana («state perdendo un’occasione», ha detto Soru) ha così riaperto la strada all’ipotesi Fiumesanto che avrebbe il vantaggio di essere più vicino ai luoghi di maggior produzione dei rifiuti. Per i due sindaci del centro Sardegna è così scattato l’allarme. «Sì – afferma Mario Zidda – ho chiesto un attimo di riflessione e un’analisi sui diversi scenari di costo, perché poi tocca ai sindaci mettere le mani nelle tasche dei cittadini».

    Con due poli di smaltimento, l’Ogliastra dovrà portare i rifiuti a Cagliari e il Nuorese a Fiumesanto. Se non passerà l’ipotesi della tariffa unica regionale, i costi di trasporto potrebbero diventare più gravosi per i comuni più lontani. La pausa di riflessione, aggiunge il sindaco di Nuoro, è necessaria anche alla luce delle novità: il dimezzamento della quantità dei rifiuti da bruciare nell’isola annunciato da Soru e Morittu (da 400 a 250mila tonnellate annue) e «quello che appare come il superamento delle questioni ambientali e sanitarie».

    Zidda, che non vuole polemiche, si riferisce evidentemente alla richiesta della Provincia di mantenere un termovalorizzatore a Tossilo.

    Il sindaco di Nuoro riflette sul dibattito di questi mesi in provincia di Nuoro e che ha portato al “no” al progetto Ottana. «Da un lato – afferma – ci sono state rigidità ideologiche e dall’altro è obiettivamente difficile trattare di spazzatura e non di oro. Nelle comunità locali si affermano riserve su salute pubblica e dei suoli, anche se poi, è vero, ci sono mistificazioni. E d’altra parte, se il sindaco del comune interessato dice no al termovalorizzatore, per gli altri sindaci c’è una difficoltà obiettiva. Non puoi dire: tu devi prendere il termovalorizzatore. Ma come sindaco della mia comunità sono preoccupato: c’è crisi e l’opinione pubblica deve essere informata, oltre che sulle microparticelle emesse in atmosfera, anche sui costi differenziali tra una soluzione e l’altra».

    Cesarina Marcello, rappresentante dei piccoli comuni nel consiglio delle autonomie locali, esprime la stessa preoccupazione. Non solo: si esprime a favore dell’impianto di Ottana e contesta l’atteggiamento della Provincia. «Lo dico molto serenamente – afferma -: i rifiuti sono come i servizi sociali, nel senso che interessano ciascuno di noi. E se il servizio dovesse interrompersi non sapremmo dove andremo a parare. A fine gennaio, come Unione dei comuni della Barbagia siamo andati in Veneto a vedere i termovalorizzatori. Ne abbiamo visitato quattro nel raggio di 80 chilometri. Nessuna paura: sono industrie a posto, che trasformano i rifiuti in energia. Qui intorno vediamo cose molto più tristi: le discariche e la spazzatura abbandonata»». Il sindaco di Tiana è insoddisfatto di come la Provincia ha gestito la vicenda. L’accusa di aver «cambiato le carte in tavola». Ha una richiesta per Roberto Deriu: «Riunisca i sindaci con il presidente della Regione e si prenda una decisione serena. Quanto ci costerà, altrimenti, portare i rifiuti a Sassari?».

  8. Inceneritore di Ottana. L’ipotesi di bruciare i rifiuti a Fiumesanto fa temere un aumento delle tariffe dei rifiuti. Dubbi dei sindaci di Nuoro e Tiana, che chiedono di riconsiderare l’ipotesi dell’inceneritore di Ottana.

    Da La Nuova Sardegna 06/02/2008

    «Via da Ottana? Prima vediamo i costi»

    Gli amministratori temono che il trasporto a Sassari faccia lievitare le tariffe della nettezza urbana

    I sindaci di Nuoro e Tiana invitano a riflettere sul «no» all?impianto

    Mario Zidda: troppe rigidità ideologiche

    ANTONELLO SECHI

    NUORO. Il termovalorizzatore di Ottana dirottato a Fiumesanto? Calma, prima di decidere vediamo quali saranno i costi. Lo dicono i due sindaci del Nuorese che hanno partecipato al vertice tra giunta regionale e consiglio delle autonomie locali. Mario Zidda, sindaco di Nuoro, e Cesarina Marcello, sindaco di Tiana e rappresentante dei piccoli comuni, temono aumenti insopportabili per i cittadini.

    I due sindaci vogliono saperne di più anche perché saranno loro (e i loro colleghi) a dover chiedere i soldi ai cittadini. Mario Zidda lo ha detto chiaramente durante l?incontro dell?altro ieri a Cagliari. Il sindaco di Tiana, costretto a lasciare la riunione in anticipo, lo ribadisce a posteriori.

    A cambiare le cose è stato il no all?impianto di Ottana pronunciato, per la prima volta in modo ufficiale, dal presidente della Provincia di Nuoro. Roberto Deriu, in realtà, ha provato a salvare capra e cavoli proponendo tre termovalorizzatori per tutta l?isola: il Tecnocasic (Cagliari), uno nel nord Sardegna e uno nella Sardegna centrale. Non a Ottana ma a Tossilo (Macomer) riqualificando l?impianto attuale. Il presidente della Regione Renato Soru e l?assessore all?ambiente Cicito Morittu hanno però bocciato l?ipotesi: questioni di costi, di funzionalità, di minore facilità di gestione e di controllo degli impianti.

    Il no a Ottana («state perdendo un?occasione», ha detto Soru) ha così riaperto la strada all?ipotesi Fiumesanto che avrebbe il vantaggio di essere più vicino ai luoghi di maggior produzione dei rifiuti. Per i due sindaci del centro Sardegna è così scattato l?allarme. «Sì – afferma Mario Zidda – ho chiesto un attimo di riflessione e un?analisi sui diversi scenari di costo, perché poi tocca ai sindaci mettere le mani nelle tasche dei cittadini».

    Con due poli di smaltimento, l?Ogliastra dovrà portare i rifiuti a Cagliari e il Nuorese a Fiumesanto. Se non passerà l?ipotesi della tariffa unica regionale, i costi di trasporto potrebbero diventare più gravosi per i comuni più lontani. La pausa di riflessione, aggiunge il sindaco di Nuoro, è necessaria anche alla luce delle novità: il dimezzamento della quantità dei rifiuti da bruciare nell?isola annunciato da Soru e Morittu (da 400 a 250mila tonnellate annue) e «quello che appare come il superamento delle questioni ambientali e sanitarie».

    Zidda, che non vuole polemiche, si riferisce evidentemente alla richiesta della Provincia di mantenere un termovalorizzatore a Tossilo.

    Il sindaco di Nuoro riflette sul dibattito di questi mesi in provincia di Nuoro e che ha portato al ?no? al progetto Ottana. «Da un lato – afferma – ci sono state rigidità ideologiche e dall?altro è obiettivamente difficile trattare di spazzatura e non di oro. Nelle comunità locali si affermano riserve su salute pubblica e dei suoli, anche se poi, è vero, ci sono mistificazioni. E d?altra parte, se il sindaco del comune interessato dice no al termovalorizzatore, per gli altri sindaci c?è una difficoltà obiettiva. Non puoi dire: tu devi prendere il termovalorizzatore. Ma come sindaco della mia comunità sono preoccupato: c?è crisi e l?opinione pubblica deve essere informata, oltre che sulle microparticelle emesse in atmosfera, anche sui costi differenziali tra una soluzione e l?altra».

    Cesarina Marcello, rappresentante dei piccoli comuni nel consiglio delle autonomie locali, esprime la stessa preoccupazione. Non solo: si esprime a favore dell?impianto di Ottana e contesta l?atteggiamento della Provincia. «Lo dico molto serenamente – afferma -: i rifiuti sono come i servizi sociali, nel senso che interessano ciascuno di noi. E se il servizio dovesse interrompersi non sapremmo dove andremo a parare. A fine gennaio, come Unione dei comuni della Barbagia siamo andati in Veneto a vedere i termovalorizzatori. Ne abbiamo visitato quattro nel raggio di 80 chilometri. Nessuna paura: sono industrie a posto, che trasformano i rifiuti in energia. Qui intorno vediamo cose molto più tristi: le discariche e la spazzatura abbandonata»». Il sindaco di Tiana è insoddisfatto di come la Provincia ha gestito la vicenda. L?accusa di aver «cambiato le carte in tavola». Ha una richiesta per Roberto Deriu: «Riunisca i sindaci con il presidente della Regione e si prenda una decisione serena. Quanto ci costerà, altrimenti, portare i rifiuti a Sassari?».

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