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Dove porta lo “sviluppo”.

Ambiente, il fattore 32

 

JARED DIAMOND – La Repubblica 03.01.2008

 

Per i matematici il numero 32 è interessante poiché è 2 elevato alla quinta potenza: 2 per 2 per 2 per 2 per 2. Per gli economisti il numero 32 è ancora più particolare, poiché quantifica la differenza di stile di vita tra il mondo sviluppato, il Primo Mondo, e quello in via di sviluppo, il Terzo Mondo. Rispetto a quest’ultimo, infatti, il tasso medio con il quale nel primo si consumano risorse quali petrolio e metalli, producendo rifiuti come plastica e gas serra, è di circa 32 volte più alto in America settentrionale, Europa occidentale, Giappone e Australia.

Questo "indice 32" ha grandi ripercussioni. Per comprenderle si considerino le preoccupazioni legate alla popolazione mondiale. Oggi la Terra è abitata da più di 6,5 miliardi di persone ed entro la prima metà di questo secolo il loro numero dovrebbe salire a 9 miliardi circa. Alcuni decenni fa, erano in molti a ritenere l’aumento della popolazione terrestre la più grande sfida alla quale l’umanità avrebbe dovuto far fronte. Oggi, invece, ci rendiamo conto che essa è tale soltanto nella misura in cui la gente consuma e produce. Se paradossalmente la maggior parte dei 6,5 miliardi di esseri umani vivesse, per così dire, in una sorta di immensa cella frigorifera, non metabolizzasse e non consumasse, non comporterebbe di conseguenza alcun problema dal punto di vista delle risorse.

Ciò che invece conta davvero, oggi, sono i consumi mondiali complessivi, la somma di tutti i consumi a livello locale, il prodotto della popolazione locale moltiplicato per l’indice di consumo pro-capite. Si calcola che il miliardo di persone che vive nei Paesi sviluppati abbia un tasso relativo di consumo pro-capite di 32. La maggior parte degli altri 5,5 miliardi di abitanti del pianeta costituisce il mondo in via di sviluppo, e ha un tasso relativo di consumo inferiore a 32, quasi sempre vicino a 1 circa.

La popolazione, specialmente quella del mondo in via di sviluppo, sta crescendo, e alcune persone continuano a ritenerlo un problema: osservano, per esempio, che la popolazione di Paesi come il Kenya sta aumentando rapidamente e questo costituirebbe qualcosa di molto preoccupante. Da un certo punto di vista è così, perché è un problema per i 30 milioni di keniani, ma non lo è per il mondo nel suo complesso, perché i keniani consumano molto poco (e il loro indice di consumo pro-capite è di 1).

Il vero problema di questo mondo è che ciascuno di noi 300 milioni di americani consuma quanto 32 keniani insieme. Con una popolazione che è dieci volte superiore a quella del Kenya, gli Stati Uniti consumano risorse nella misura di 320 volte quelle consumate dai keniani. Le persone che consumano poco vorrebbero godere di uno stile di vita caratterizzato da alti consumi. I governi dei Paesi in via di sviluppo hanno fatto del miglioramento degli standard di vita un obiettivo primario della loro politica nazionale. Decine di milioni di persone del mondo in via di sviluppo cercano di procurarsi per conto loro e a modo loro lo stile di vita del mondo sviluppato emigrando, specialmente negli Stati Uniti, in Europa occidentale, in Giappone e in Australia. Ogni singolo trasferimento di un individuo in un Paese dagli alti consumi aumenta l’indice globale di consumo, anche se la maggior parte degli immigrati non riesce immediatamente a moltiplicare il proprio indice di consumo di 32 volte.

Tra i Paesi in via di sviluppo che stanno cercando di aumentare i tassi di consumo procapite interni, spicca la Cina che ha l’economia a più rapida crescita del pianeta e conta una popolazione di 1,3 miliardi di cinesi, il quadruplo degli abi- tanti degli Stati Uniti. Il mondo già adesso ha penuria di risorse, e ne avrà ancora meno se la Cina riuscirà a raggiungere i tassi di consumo degli americani. Già ora la Cina è in concorrenza con gli americani per i mercati globali del petrolio e dei metalli. I tassi di consumo pro-capite in Cina sono tuttora di 11 volte inferiori a quelli statunitensi. Supponiamo però che possano raggiungere i livelli americani, e per semplificare un po’ le cose, supponiamo anche che nel frattempo nulla accada ai consumi globali, ovvero che nessun altro Paese aumenti i propri consumi, che la popolazione nazionale (ivi compresa quella cinese) resti immutata e che l’immigrazione abbia fine.

Ebbene, anche così, qualora la Cina riguadagnasse completamente il divario nei consumi pro-capite, il mondo raddoppierebbe il suo indice di consumo. I consumi di petrolio aumenterebbero del 106 per cento, per esempio, mentre il consumo globale di metalli salirebbe del 94 per cento. 32 Se anche l’India come la dovesse riguadagnare il divario nei consumi, l’indice di consumo globale triplicherebbe. poi l’intero mondo in via di sviluppo all’improvviso dovesse sua volta farcela a riguadagnare tale divario, il tasso globale consumo dovrebbe essere moltiplicato per 11. Sarebbe come se la popolazione del pianeta raggiungesse di colpo miliardi di abitanti (mantenendo immutati rispetto a quelli attuali i loro indici di consumo). Alcuni ottimisti affermano che saremmo in grado di avanti con un mondo popolato da 9 miliardi di abitanti. Tuttavia, non ho mai incontrato nessuno pazzo abbastanza da sostenere che altrettanto potrebbe accadere con 72 miliardi persone.

Ciò nonostante, spesso promettiamo ai Paesi in di sviluppo che se solo adotteranno buone politiche – esempio istituendo governi onesti e praticando l’economia del libero mercato – saranno anch’essi in grado di godere dello stile di vita del mondo sviluppato. Questa promessa impossibile da mantenere, una beffa crudele: già ora incontriamo difficoltà non indifferenti a sostenere uno stile vita da Primo Mondo per un solo miliardo di persone.

Noi americani forse pensiamo ai crescenti consumi Cina in termini di problema, ma i cinesi stanno soltanto cercando di raggiungere il tasso consumo che noi già abbiamo. Sarebbe del tutto inutile dire loro di non farlo. L’unico approccio che Cina altri Paesi in via di sviluppo potranno accettare è quello finalizzato a rendere gli indici consumo e gli standard di più equi in tutto il mondo. mondo non ha abbastanza risorse per consentire alla per non parlare del resto mondo, di aumentare i propri tassi di consumo e portarli nostri livelli. Questo sta forse significare che siamo inesorabilmente diretti al disastro? No, potremmo riuscire raggiungere una certa stabilità far sì che tutti i Paesi convergano verso tassi di consumo considerevolmente inferiori a quelli oggi più alti. Gli americani a questo punto potrebbero obiettare: non esiste proprio che noi sacrifichiamo i nostri standard di vita a vantaggio del resto della popolazione mondiale. Nondimeno, sia che lo facciamo per libera scelta, sia che lo facciamo obtorto collo, molto presto noi stessi avremo indici di consumo inferiori agli attuali, in quanto quelli nostri sono attualmente insostenibili. Veri e propri sacrifici, in ogni caso, non saranno necessari, perché gli standard di vita non sono strettamente collegati agli indici di consumo. Buona parte dei consumi americani vanno sprecati e contribuiscono in minima parte o per nulla affatto alla qualità della vita. Per esempio, i consumi di petrolio pro-capite in Europa occidentale sono la metà di quelli americani, eppure lo standard di vita dell’Europa occidentale è più alto da molti punti di vista e rispetto a molti ragionevoli parametri a quello statunitense, ivi compresi l’aspettativa di vita, la salute, la mortalità infantile, l’accesso all’assistenza sanitaria, la sicurezza finanziaria dopo il pensionamento, la durata delle ferie, la qualità delle scuole pubbliche e il sostegno alle arti. Chiediamoci: siamo sicuri che il nostro spreco – più che uso – di benzina in America contribuisca positivamente a ciascuno di questi fattori? stri consumi costituiscono uno spreco. La maggior parte delle zone sfruttate per la pesca sono tuttora soggette a criteri operativi non sostenibili e molte sono ormai prive di pesci o fruttano a livelli bassissimi, anche se sappiamo molto bene come dovremmo gestirle in modo tale da preservare l’ambiente e tutelare la popolazione di pesci. Se gestissimo tutte le aree di pesca in modo sostenibile, potremmo pescare pesce dagli oceani a livelli record e continuare a tempo indefinito. La stessa cosa vale per le foreste: sappiamo come utilizzarle per ricavare il legname in modo sostenibile e se lo facessimo in tutto il mondo potremmo ottenere sufficiente legname in tutto il mondo da far fronte alla richiesta globale di carta e legno. E invece, la maggior parte delle foreste è gestita in modo non sostenibile, così che il legno ricavato diminuisce sempre più. Proprio come è assolutamente sicuro che nell’arco di buona parte della nostra vita consumeremo meno di quanto consumiamo adesso, è altrettanto sicuro che gli indici di consumo di molti Paesi in via di sviluppo un giorno saranno un po’ più vicini ai nostri. Si tratta di trend auspicabili, non di prospettive terrificanti. Oltretutto, noi già adesso sappiamo come incoraggiare questi trend. La cosa principale a essere venuta meno finora è la volontà politica. Per fortuna l’anno scorso ci sono stati alcuni segnali incoraggianti. In Australia di recente c’è stata una consultazione popolare con la quale la stragrande maggioranza degli elettori ha invertito la politica dello struzzo praticata dal governo per un decennio e la nuova classe politica in carica ha immediatamente aderito al Protocollo di Kyoto per ridurre drasticamente le emissioni di gas serra. Sempre l’anno scorso le preoccupazioni legate al cambiamento del clima sono cresciute moltissimo negli Stati Uniti. Anche in Cina sono attualmente in corso accesi dibattiti sulla politica ambientale più auspicabile, e le proteste dell’opinione pubblica in tempi recenti hanno ostacolato la costruzione di un grande impianto chimico nei pressi del centro di Xiamen. Da tutto ciò io ricavo motivo per dichiararmi cautamente ottimista. Il mondo ha seri problemi di consumi, ma se lo vorremo, potremo risolverli.

 

copyright The New York Times, 2008 Traduzione di Anna Bissanti

~ di Blog Admin on 3 Gennaio 2008. Tagged: , ,

3 Risposte to “Dove porta lo “sviluppo”.”

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