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Carbone pulito !?

Il futuro a carbone

Enrico Franceschini – La Repubblica 11.03.2008
Londra lancia una nuova generazione di centrali. L’ultima tappa di una tendenza sempre più globale. Polemiche comprese
LONDRA Basta la parola, per far tornare alla mente immagini di un’Inghilterra che non c’è più: carbone. Ciminiere, fumo, nebbia, fabbriche di mattoni, operai dalla faccia sporca, rivoluzione industriale, miniere, inquinamento: la Londra di Charles Dickens, niente a che vedere con quella scintillante e ultramoderna di Tony Blair, o quella del suo un po’ meno scintillante successore, Gordon Brown. E invece proprio il governo laburista di Brown ritorna al carbone.

"Back to black", titola in prima pagina il quotidiano Independent , «ritorno al nero», ossia al colore di una sostanza messa sotto accusa dagli ambientalisti come una delle maggiori fonti di riscaldamento globale della terra. Con un discorso davanti all’Adam Smith Institute della capitale, il segretario di Stato per il Business, John Hutton, ha infatti segnalato l’intenzione del governo di approvare la costruzione di una nuova generazione di centrali elettriche a carbone, la prima delle quali, da erigere nella verde campagna del Kent, costerà un miliardo di sterline, circa un miliardo e 400 milioni di euro. Non solo: Hutton ha ammonito che la Gran Bretagna avrà bisogno di bruciare più combustibili fossili nel prossimo futuro, se non vuole rischiare di restare a corto di energia. Poiché appelli analoghi sono giunti nell’ultimo anno anche da altre capitali europee, e dall’America, dove sia George W. Bush sia Hillary Clinton hanno parlato dell’esigenza di puntare sul carbone, l’aria di una svolta, di un ritorno al passato, è indiscutibile. a precisazione di tutti coloro che lo rivogliono è che non si tratta di carbone, bensì di «carbone pulito», e che non è la stessa cosa. «Il carbone pulito ha un ruolo centrale da giocare nel fabbisogno energetico del Regno Unito», ha detto ieri il ministro Hutton. «Le tecnologie di carbone pulito dovrebbero essere incoraggiate come un mezzo di energia sostenibile per ridurre la dipendenza degli Stati Uniti dal petrolio straniero», ha detto lo scorso anno Bush. «Gli Stati Uniti devono fare degli investimenti per trovare forme non convenzionali di energia, come le energie rinnovabili e il carbone pulito», gli ha fatto eco recentemente la senatrice e candidata democratica alla Casa Bianca Hillary Clinton.

«Clean coal», carbone pulito, è il nome attribuito alla tecnologia più avanzata, in termini di efficienza energetica e riduzione di emissioni inquinanti, per la produzione di energia elettrica dalla combustione del carbone. Una serie di sofisticate tecnologie, in pratica, permette di usare meno carbone per produrre la medesima quantità di energia e garantisce al tempo stesso una riduzione delle emissioni di ossido di carbonio e altri agenti che inquinano l ‘ a tmo s f e r a . Q u e s t ‘ u l t imo aspetto, in particolare, prevede la rimozione e la immagazzinazione dell’ossido di carbonio a grande profondità sotto terra, impedendo che entri nell’atmosfera. Ma i metodi sperimentati, rispondono i critici di queste iniziative, sono complicati e costosi, e non sono ancora stati provati su larga scala per capire se sono economicamente convenienti. La centrale a carbone a cui il governo Brown starebbe per dare via libera, ad esempio, sarebbe la prima costruita in Gran Bretagna dal 1984 in poi. La società energetica Eon Uk vuole demolire una vecchia centrale esistente a Kingsnorth, nella contea del Kent, e al suo posto, a un costo di un miliardo di sterline, costruire una centrale di nuova generazione, in grado di fornire energia a un milione e mezzo di abitazioni entro il 2015. L’azienda sostiene che la tecnologia del «carbone pulito» taglierebbe due milioni di tonnellate di emissioni di gas nocivo all’anno rispetto a una centrale tradizionale. Altri sette impianti dello stesso genere sarebbero in procinto di essere approvati, se il governo dirà di sì al primo. Il ministro Hutton riconosce le preoccupazioni degli ambientalisti, ma replica che il Regno Unito è all’avanguardia nella ricerca di fonti di energia «pulita» e sottolinea che comunque nessun paese industrializzato può permettersi di fare il difficile con le fonti energetiche se vuole assicurarsi che «la luce resterà accesa ». L’impegno di Londra a «decarbonizzare » il proprio fabbisogno energetico entro la metà del secolo rimane «non negoziabile », promette il ministro, «ma fino ad allora, mentre sviluppiamo nuove tecnologie, non possiamo farci illusioni sul fatto che l’energia tratta da combustibili fossili, come il carbone, continuerà a giocare un ruolo chiave». Dire «back to black», dire è tornato il carbone, in effetti, è un po’ fuorviante: nel senso che il carbone non se n’è mai veramente andato.

In Gran Bretagna, le centrali nucleari e le energie rinnovabili forniscono il 20 per cento del fabbisogno energetico nazionale. Entro il 2020, il Regno Unito dovrà produrre un altro 15 per cento da fonti sostenibili se vuole rientrare nei limiti fissati dall’Unione europea (e discorso analogo vale in proporzione per tutti i membri della Ue). Una nuova generazione di centrali nucleari, anche quelle presentate come il «nucleare pulito», aumenterà il contributo dell’atomo all’energia nazionale. Ma anche tenuto conto di tutto ciò una proporzione significativa di elettricità continuerà a provenire dai combustibili fossili. Un discorso analogo vale per gli Stati Uniti, dove secondo uno studio dell’organizzazione ecologista Sierra Club l’energia rinnovabile produce attualmente il 6 per cento del fabbisogno energetico, il nucleare produce l’8 per cento, i gas naturali producono il 23 per cento, il petrolio il 41 e il carbone ancora il 22, una quota senza la quale l’America non funzionerebbe più. Perché allora, se il carbone di fatto non è mai scomparso, il suo «ritorno» sotto l’etichetta di «carbone pulito» preoccupa la «lobby verde», ossia i difensori dell’ambiente, come li definisce, non proprio amichevolmente, il ministro Hutton? «Perché in un La società Eon Uk demolirà l’antica centrale nel Kent per costruirne una nuova momento in cui il dibattito mondiale sull’energia è concentrato sul risparmio energetico e sullo sviluppo di energie rinnovabili, la decisione del governo Brown manda un segno di tipo completamente opposto», spiega Russel Marsh, direttore della Green Alliance. «Perché un paese che vuole essere all’avanguardia nel campo delle nuove fonti energetiche non può fare una scelta che riporta al passato», concorda Greenpeace. «Perché il carbone è la forma di energia più inquinante della terra e una società industriale avanzata deve allontanarsene, non andarvi incontro», è il parere di un editoriale sull’ Independent di Londra. Perché, aggiungono infine gli esperti contrari a iniziative simile in Gran Bretagna e altrove, la tecnologia è estremamente costosa e i suoi risultati sono ancora da verificare.

Battersi per il carbone «pulito», o almeno «meno sporco » dal punto di vista dell’inquinamento, osservano vari analisti del settore energetico, è sicuramente necessario, in determinate circostanze: la Cina sta investendo pesantemente sulle stazioni elettriche a carbone, niente di quel che l’Occidente fa o dice convincerà Pechino a desistere da questo programma, per cui tutto quello che si può fare per incoraggiare i cinesi ad adottare tecnologie di combustione meno dannose per l’ambiente è comunque importante. Il 90 per cento dell’energia a carbone mondiale è oggi del tipo che inquina di più: ridurre questa percentuale è una battaglia che può incidere non poco sull’effetto serra. Altre contromisure, suggerite dal gruppo ambientalista Sierra Club, vanno dai controlli sulle tecnologie esistenti, alla sostituzione delle fonti di energia tradizionali con energie rinnovabili o appunto con centrali a carbone «pulito», all’imposizione di una «carbon tax», una tassa sull’uso del carbone: ma, in Europa, soltanto Norvegia e Svezia l’hanno finora adottata, non a caso due paesi scandinavi con forte coscienza sociale. Il dibattito sul carbone, più o meno «pulito», è destinato a continuare, in un mondo preso fra due fuochi: da un lato il rialzo alle stelle del costo del petrolio e il timore che l’oro nero sia comunque in procinto di esaurirsi, dall’altro le ansie sul riscaldamento globale. Gordon Brown dovrà decidere nei prossimi giorni sulla nuova centrale «a carbone» del Kent, e molti ritengono che la sua scelta potrebbe influenzare una tendenza in Europa; così come sarà interessante vedere come si comporterà in merito, entro meno di un anno, il nuovo presidente degli Stati Uniti. Sarebbe curioso scoprire che la sostanza con cui si minacciano i discoli da piccoli, «se sei cattivo, Babbo Natale ti porterà solo del carbone», può ripulirsi della propria immagine negativa e diventare una soluzione a breve e medio termine per «tenere accesa la luce nel mondo». Ma «back to black», anche senza credere a Babbo Natale, è uno slogan che suscita incontrollabili paure.



Carbone: facciamo pulizia della comunicazione sporca

di Lucia Venturi – Greenreport

LIVORNO. Back to black, non è solo l’ultimo disco della cantautrice inglese Amy Winehouse, ma sembra essere anche la nuova strategia energetica del regno unito, come ha dichiarato il segretario di stato per il business del governo Brown, John Hutton.
Così titola infatti anche il quotidiano londinese Indipendent, per annunciare il proposito di puntare nuovamente al carbone per la produzione elettrica, con la costruzione di una nuova generazione di centrali elettriche a carbone, nel mix previsto di rinnovabili e nucleare per soddisfare la propria domanda energetica.
Ma naturalmente per il futuro non si parla di black coal, ma di clean coal, ovvero carbone pulito.
A parte il fatto che parlare di carbone pulito si rischia di incorrere in un ossimoro, quello che ancora non traspare nelle informazioni che si leggono sui quotidiani è il fatto che le tecnologie per rendere pulito il carbone, esistono solo in parte e per il resto sono ancora in atto ricerche e valutazione dei rischi/benefici.

L’espressione "carbone pulito" può avere un senso infatti solo se si parla di confrontare il rendimento e le emissioni di una vecchia centrale con una nuova. Per meglio dire: un impianto di vecchia generazione produce un MWh per ogni quintale di carbone combusto e la combustione di questo quintale di carbone comporta l’emissione di un chilo di carbonio. Oggi, con una nuova tecnologia, con lo stesso quintale di carbone (che combusto corrisponde sempre a un chilo di carbonio) si potrebbero generare due MWh. Quindi si può dire che è aumentato il rendimento energetico (sino al raddoppio), e che è possibile usare in maniera più efficiente la stessa quantità di combustibile ma le emissioni di carbonio sono le stesse. Sempre riguardo alle emissioni, i nuovi sistemi di abbattimento riescono a ridurre gli inquinanti che il carbone produce a valle della sua combustione: biossido di zolfo, ossidi di azoto e particolato fine o nanopolveri. Esistono infatti tecnologie che servono a ridurre parte di queste emissioni, come i desolforatori (efficaci sino al 99%) o i filtri per abbattere gli ossidi di azoto e il particolato dei fumi di scarico, ma non le emissioni radioattive (contenute naturalmente nel carbone a seconda della sua origine) e il particolato fine che invece rimane.

Quello che invece si intende spesso quando si parla di carbone pulito è l’insieme di tecniche che si stanno studiando per sequestrare la anidride carbonica che la combustione del carbone determina.

Si tratta cioè di catturare la Co2 emessa dagli impianti industriali e di immetterla in formazioni geologiche appropriate, come i giacimenti di petrolio e gas naturale, esauriti oppure ancora in uso, le formazioni geologiche porose sature di acqua salata (i cosiddetti acquiferi salini) e i giacimenti carboniferi profondi. La possibilità di immettere C02 negli oceani a grandi profondità, di cui si parlava qualche anno fa è invece un´alternativa già abbandonata per gli effetti che avrebbe potuto produrre l’aumento dell’acidità delle acque sugli ecosistemi marini.

Per avere successo la tecnica di sequestro geologico della Co2 deve soddisfare tre requisiti: ovvero deve essere competitiva in termini di costi rispetto alle attuali alternative per il contenimento dei gas serra, quali le fonti rinnovabili assieme ai miglioramenti di efficienza dei processi di produzione, deve dare garanzia che lo
stoccaggio nel sottosuolo sia stabile anche nel lungo periodo, e deve essere ambientalmente compatibile.

Ma nessuna di questi tre requisiti appare oggi ancora rispettato, per questo è assai velleitario presentare in termini di informazione corretta, questa tecnologia come già acquisita come dichiara anche oggi il responsabile di grandi progetti di Enel, Ennio Fano. Se si escludono infatti alcuni sistemi di stoccaggio a profondità di oltre 800 metri che si stanno utilizzando in Usa per incrementare lo sfruttamento di giacimenti petroliferi o metaniferi, è ancora piuttosto presto per poter dire che la tecnologia esista non solo a livello sperimentale.

Riguardo ai rischi, nel sequestro geologico vi possono essere due tipi di problemi: fuoriuscite di Co2 durante le fasi operative volte alla cattura, trasporto e iniezione nel sottosuolo e rilascio in atmosfera dal sito di stoccaggio. Mentre per la prima problematica i rischi possono essere contenuti adottando adeguate misure di sicurezza (ma il condizionale è d’obbligo) per il comportamento a lungo termine dell’anidride carbonica nei siti di stoccaggio ancora non si è in grado di garantire quali possano essere le conseguenze. E quindi è necessario continuare gli studi e le ricerche in tal senso.

Quanto alla compatibilità ambientale, le esperienze attuali non sembrano essere in grado di poter garantire quali possano essere i problemi a fronte dei vantaggi ottenuti. E ancora una volta non si tiene conto del fatto che anche il carbone è una fonte energetica in via di esaurimento, certamente più diffusa e meno concentrata del petrolio o del gas, ma sempre esauribile. Considerato anche il fatto che la domanda è in fase incrementale, da più parti comincia a serpeggiare il dubbio che la produzione di carbone possa arrivare al picco nei prossimi anni, cioè che potrebbero finire le quote economicamente estraibili ( alle correnti condizioni operative ed economiche) molto prima di quanto previsto. La conseguenza è che il prezzo è destinato a salire.

Pertanto se pare comunque necessario continuare ad effettuare ricerche riguardo alla possibilità di utilizzare il sequestro geologico della Co2 per ridurre la concentrazione attualmente presente in atmosfera, la vera opportunità di garantire il fabbisogno energetico del futuro sembra sempre più venire dalle energie rinnovabili.

Varrà infatti la pena ripercorrere per il carbone, come sta accadendo per il petrolio, l’ascesa stratosferica dei prezzi e le conseguenze che questo avrà sull’economia per affidarsi ad una fonte energetica così problematica?

~ di Blog Admin on 12 Marzo 2008. Tagged:

2 Risposte to “Carbone pulito !?”

  1. Carbone pulito? Meno pozzi, più laboratori per eliminare lo zolfo dal carbone del Sulcis. Questa la ricetta dell’Enea per rendere vantaggioso l’utilizzo del carbone, insieme alla gassificazione e alla cattura della CO2, e ridurre le emissioni a zero entro il 2020. E le fonti rinnovabili?

    «Il futuro del carbone è nella ricerca» [Regione]

    Da La Nuova Sardegna 21/03/2008

    Il presidente dell’Enea: nel Sulcis meno pozzi e più laboratori

    di STEFANO LENZA

    Il carbone del Sulcis può avere un futuro. Ma non bisogna cercarlo solo nelle gallerie di Nuraxi Figus ma anche e soprattutto nella ricerca, nella sperimentazione, nell’innovazione. Meno pozzi, insomma, è più laboratori. A voler semplificare non poco, è la formula di Luigi Paganetto, presidente dell’Ente per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo. Docente di Economia internazionale all’università romana di Tor Vergata, guida l’Enea dall’uscita di scena, nel luglio 2005, del Nobel Carlo Rubbia, prima come commissario e, dal febbraio 2007, da presidente.

    Il rialzo inarrestabile del prezzo del petrolio accelera la riscoperta del carbone. La situazione in Italia e le prospettive?

    «Rappresenta il nove per cento dei consumi complessi di energia. Altrove è molto maggiore. Le prospettive dipendono parecchio dagli andamenti dei prezzi. È vero che rincara il petrolio ma anche il carbone a causa della notevole accentuazione della domanda, non tanto in Italia ma in altri paesi a forte sviluppo, come Cina e India. Quindi, non dobbiamo pensare al carbone ai prezzi di oggi ma a quelli di domani che saliranno parecchio se aumenterà la pressione della domanda»

    Il suo sfruttamento energetico è compatibile con la tutela ambientale?

    «Dipende da come viene utilizzato. Oggi si discute in sede europea e internazionale della necessità di catturare l’anidride carbonica prodotta dalla combustione del carbone e impedire che vada nell’atmosfera.

    Lo stato dell’arte?

    «I concetti fondamentali sono due. Il carbone pulito e le emissioni zero. Il primo è il risultato di processi produttivi aggiornati che consentono di abbattere le percentuali di Co2 sotto i limiti prescritti dall’Ue. Riguarda anche l’estrazione e il trasporto attraverso condotti meccanici senza che il minerale veda mai la luce e quindi senza che lasci tracce di se. Pulito, in questo senso, significa senza dispersione di polveri, Le emissioni zero sono l’obiettivo cui tutti puntiamo con la sequestrazione della Co2 e il suo deposito»,

    Gli ambientalisti contestano all’Italia un uso del carbone tutt’altro che pulito e in violazione degli accordi di Kyoto e della normativa comunitaria.

    «Difficile dare una valutazione generale. La stima andrebbe fatta sulle singole centrali elettriche. Come esempio più recente, abbiano il caso di Civitavecchia. Ci sono state delle contestazioni ma i dati confermano che le emissioni sono inferiori a quelle previste dall’Unione europea. Ovviamente, è augurabile che si arrivi allo zero perché a nessuno fa piacere che ci sia più Co2 nell’aria».

    In Italia, il carbone c’è solo in Sardegna, nel Sulcis. Però, è di scarsa qualità. Col petrolio alle stelle e l’aumento della domanda di energia può avere un futuro?

    Ha un alto contenuto di zolfo, tra il cinque e il sette per cento, e così com’é non può essere utilizzato nei nuovi impianti che riducono fortemente le emissioni. Va mischiato con altro a basso tenore di zolfo in modo da abbassarne la percentuale fino a renderla compatibile con i processi produttivi attuali. Quindi, il suo impiego e legato a particolari condizioni. Come Enea abbiamo avviato un’attività sperimentale, condotta da Sotacarbo (società mista con Carbosulcis ndr) per elaborare trattamenti in grado di eliminare lo zolfo prima dell’utilizzo del carbone. Il procedimento non è a punto, siamo in una fase di ricerca e sperimentazione ed difficile valutare il costo di un’eventuale applicazione».

    Ammesso che la ricerca vada a buon fine, resta dubbia la compatibilità economica.

    «Si, certo»

    Ha un senso, allora, puntare sull’aumento dell’estrazione a Nuraxi Fiugus?

    «Potrebbe averlo se ci fosse a disposizione un impianto in grado di abbattere la Co2 entro gli standard consentiti. Tant’è che per l’ipotizzata nuova centrale del Sulcis, la cui procedura ora è in stallo, non prevedeva tecnologie specifiche: si poteva usare il cosiddetto super critico o la gassificazione. Credo che per il Sulcis si debba guardare oltre il solo utilizzo del carbone puntando su altre opportunità di ricerca e applicazione di nuove tecnologie»

    Ovvero?

    «Per la gassificazione, per la cattura della Co2 che possiamo prendere e infilare nelle miniere abbandonate o, scendendo ancora, nell’area dei giacimenti salini. Tutti fronti su cui ci sono sperimentazioni in corso».

    Tempi possibili per giungere a risultati concreti?

    «Stando alle valutazioni dell’Unione europea, entro il 2020 si dovrebbe arrivare alle emissioni zero. Mi riferisco all’applicazione industriale dei risultati della ricerca»

    Nel frattempo che si fa del carbone del Sulcis?

    «Non bisogna limitarsi

    all’estrazione pensando solo alla produzione di energia ma investire sulle varie tecnologie che possono affermarsi nell’area. Credo che questa sia l’ipotesi da tenere in maggior considerazione. Altrimenti non ha molto senso ragionare di estrazione di carbone che ha un alto contenuto di zolfo, immaginare un lavoro costoso, faticoso e non so quanto desiderato».

    Può precisare meglio i contorni del suo modello?

    «Immagino un processo virtuoso in cui Enea, insieme a Carbosulcis, è attiva con Sotacarbo nelle attività sperimentali con l’obiettivo di creare una grande area di ricerca e innovazione che possa giustificare il mantenimento in attività di una miniera che altrimenti, di per se, non avrebbe ragion d’essere. Bisogna spostare il centro del problema verso l’evoluzione tecnologica. Questo è fondamentale per poter disporre di impianti adeguati che prima devono essere studiati, poi realizzati e dopo mantenuti efficienti e costantemente aggiornati con continue innovazioni. Così si attirano nel territorio iniziative in grado di modificarlo profondamente. La produzione di energia non deve essere l’aspetto prevalente. Senza tutto questo, conviene utilizzare le miniere, come già avviene, solo a fini turistici».

    La sua strategia richiede massicci investimenti. E i soldi?

    «Una filiera di ricerca, applicazione, formazione mette in motto un sistema di imprese capace di garantire sviluppo. L’Ue punta alla creazione di centri sperimentali di sequestrazione della C02 per i quali ci possono essere finanziamenti adeguati. Mi rendo conto che si possono vedere ostacoli apparentemente insuperabili ma questo è inevitabile se si guarda a obiettivi di grande rilievo che mettono in sintonia la Sardegna con l’Europa»

    Il ritorno al nucleare trova sempre più ampi consensi. Se prevarrà il fronte dei favorevoli, che ruolo potrà avere il carbone?

    «Secondo le previsioni di tutte le istituzioni che si occupano dell’argomento, nel prossimo futuro la quota del nucleare si sposterà di poco. Siamo in una fase di attesa delle nuove tecnologie di quarta generazione, con più sicurezza e meno scorie, che sono il punto critico del nucleare a fissione. Crescerà invece parecchio il carbone, perché é molto più diffuso nella disponibilità e, soprattutto, ci sono molte più riserve. Il suo sviluppo è legato all’azzeramento delle emissioni e l’Ue va verso quella direzione».

  2. Carbone pulito? Secondo Legambiente non esiste, anche depurato dello zolfo, dell’ossido di azoto e delle polveri, resta elevata l’emissione di CO2. E l’obiettivo emissioni zero diventa un’utopia.

    Da Legambiente un no senza appello [Regione]

    Da L’Unione Sarda 21/03/2008

    Gas serra. Parla Stefano Ciafani, responsabile dell’ufficio scientifico dell’associazione

    Gli ambientalisti non ci stanno. Il carbone pulito non esiste e Stefano Ciafani, responsabile dell’ufficio scientifico di Legambiente, lo boccia senza riserve.

    C’è chi sostiene che le innovazioni tecnologiche lo rendono compatibile con la tutela dell’ambiente. O no?

    «Si parla di carbone pulito ma è una definizione un po’ fuorviante. I nuovi sistemi di depurazione dei fumi e dei gas di scarico permettono di ridurre l’inquinamento locale, cioè quello da polveri, ossidi di azoto e di zolfo. Questo è ovvio e vale per le nuove centrali. Parlare di pulizia è falso invece per quanto riguarda l’inquinamento globale. Il carbone continua ad essere il combustibile a maggior emissione specifica di gas serra, l’anidride carbonica. Al momento non esiste alcun metodo per intercettare ed eliminare la Co2».

    Si riesce comunque a stare al di sotto della soglia indicata dalle norme europee.

    «Le vecchie centrali, quelle che convertono in elettricità solo un terzo del carbone bruciato, emettono ancora 900 grammi di C02 per chilowattora prodotto. Le nuove hanno un rendimento del quarantacinque per cento e rilasciano 770 grammi di Co2. Vera, quindi, la riduzione delle emissioni, ma che restano comunque molto più elevate di quelle delle centrali a gas a ciclo combinato con un rendimento elettrico del sessanta per cento e 400-450 grammi di C02 per chilowattora. Non è pertanto una questione di rispetto degli standard europei ma di valori assoluti di emissioni che, col carbone, arrivano fino al doppio».

    Bocciatura senza appello?

    «Assolutamente sì. Visto che l’Italia deve recuperare i ritardi rispetto agli obblighi di riduzione di rilascio di gas serra previsti dagli accordi di Kyoto, e dal 2012 rischia multe salate, non può permettersi l’approvvigionamento di elettricità dal carbone».

    Nessun futuro, allora, per le miniere del Sulcis, le uniche in Italia.

    «Quello che è successo in Sardegna nell’ultimo anno e mezzo è sconcertante. Nella Finanziaria 2007, per la nuova centrale di Portovesme è stato previsto il C6, cioè la concessione degli incentivi europei previsti per realizzare fonti rinnovabili di energia. Come può goderne una centrale a carbone? È un controsenso e, ovviamente, ha scatenato le nostre proteste. Bruxelles ci ha dato ragione e ha messo in guardia Roma, ribadendo a chiare lettere che il C6 non può andare a una centrale a carbone. Ovviamente, la gara internazionale d’appalto è andata deserta. Nessuna offerta senza la distorsione economica dei contributi C6, che non possono essere dati se non a rischio di procedura d’infrazione e sanzioni da parte dell’Ue».

    Eppure l’Inghilterra ha varato un piano di nuove centrali a carbone.

    «Si, con l’obiettivo di sperimentare il sequestro geologico della Co2. Sottolineo, sperimentare: attualmente ci sono dodici progetti europei che prevedono la cattura dell’anidride carbonica e il suo stoccaggio nel sottosuolo. Al momento, nel mondo non c’è la certezza che il confinamento geologico garantisca la soluzione del problema. Una tecnologia, pertanto, non definita e, fatto da non sottovalutare, economicamente non conveniente. Diamo il giusto nome alle cose: parliamo di sperimentazioni che, come tutte le sperimentazioni, possono dare risultati positivi o negativi. Le emissioni zero restano per ora un obiettivo lontano».

    S.L.